Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Enrichetta Di Lorenzo, patriota e compagna di Carlo Pisacane

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Carlo Pisacane è entrato nella storia come un eroe nella sfortunata spedizione di Sapri; meno conosciuta, invece, è la figura della sua compagna Enrichetta di Lorenzo che scelse la libertà e divise con lui difficoltà di ogni genere combattendo a suo fianco per l’indipendenza dell’Italia. 

Enrichetta nacque a Orta di Atella, nei pressi di Aversa, il 5 giugno 1820 da famiglia nobile. Nel 1838 a 17 anni, fu costretta dalla famiglia a sposare Dionisio Lazzari, un nobile più anziano di lei che cercava una moglie “servile” da esibire in società e dalla quale voleva solo figli; ne nacquero tre negli anni successivi.

Enrichetta ricordò del suo matrimonio solo la sontuosa cerimonia, poiché gli anni che visse con il Lazzari furono una vera prigione; durante la vita coniugale era trattata con modi padronali, spesso umiliata davanti alla servitù.

A 24 anni incontrò Carlo Pisacane, cugino di suo marito; l’aveva già conosciuto nell’infanzia, ne era nata un’attrazione reciproca; Carlo, allora trentenne, era inserito nell’esercito borbonico. Ebbe inizio una relazione amorosa e il Lazzari, venutone a conoscenza, inviò dei sicari per uccidere Pisacane.

Fu ferito, ma non gravemente. La relazione da allora divenne pubblica e nel febbraio del 1847 i due decisero di lasciare Napoli.

Inseguiti dalla polizia borbonica per reato d’adulterio, s i rifugiarono prima a Londra, poi a Parigi, dove furono temporaneamente imprigionati. Enrichetta rivendicò la sua scelta in questa lettera indirizzata alla madre:

«A donna Nicoletta Muti, Parigi 18 maggio 1847: Tutti mi conoscono ed invece di condannarmi mi ammirano. Pensando al passato, non potete credere la vergogna ed il disprezzo che concepisco per me stessa, e per tutte le donne che stringono fra le loro braccia un uomo senza sentire ciò che io sento per Charles*, è un prostituirsi il mentire i sentimenti della natura [...] sarebbe regolare che le mie care sorelle li conoscessero prima di andare a marito.» (Charles è Carlo in francese, la lingua colta delle famiglie nobili, ndr.)

In seguito ad un periodo di ristrettezze economiche, Pisacane decise di arruolarsi nella Legione Straniera e fu inviato in Algeria; Enrichetta rimase a Marsiglia in condizioni di estrema povertà; tentò una mediazione con la famiglia d'origine, ma senza successo. La bambina avuta da Carlo morì prematura.

Quando nel 1848-49 scoppiarono le rivolte in Europa, Carlo si congedò dalla Legione Straniera e partecipò con Enrichetta alle Quattro Giornate di Milano. Assunse poi il comando di una brigata di volontari nella prima guerra d’indipendenza e fu ferito gravemente in battaglia. Dopo la convalescenza accorsero ambedue in difesa della Repubblica romana: Enrichetta si occupava dei feriti insieme alle altre patriote attraverso un sistema di ospedali mobili e fu nominata "direttrice delle ambulanze". Per raccontare l'esperienza scrisse anche un articolo sul Monitore Romano firmandosi Enrichetta Pisacane.

Dopo la caduta della Repubblica Romana e un breve periodo in prigione, Carlo si rifugiò a Londra, Enrichetta rimase a Genova in attesa della seconda figlia, sempre in condizioni di miseria. La separazione provocò anche una crisi nel rapporto coniugale, Enrichetta ripensava ai tre anni trascorsi di vita travagliata, aveva nostalgia della famiglia e dei figli e della madre disperata per la sua assenza. Finì anche per innamorarsi di un amico comune, che poi lealmente confessò a Carlo.

Nel 1852 la crisi fu superata, nacque Giulia, seguirono anni di studio per Carlo e di relativa serenità per lei, ma Pisacane non abbandonò gli ideali di libertà e iniziò a concepire e organizzare una spedizione nel sud d’Italia per abbattere il governo borbonico e liberare le masse dei contadini.

La partenza da Genova avvenne nel giugno 1857. Enrichetta, con una figlia di quattro anni, di salute cagionevole, in gravi ristrettezze economiche, aveva provato a dissuaderlo in tutti i modi conscia della organizzazione approssimativa e della pericolosità dell’impresa. Ma fu inutile, Carlo andò incontro al suo tragico destino.

Dopo la sua morte di Carlo Enrichetta visse anni difficili per le continue persecuzioni e vessazioni poliziesche, le misere condizioni economiche e la salute cagionevole della figlia. Una iniziativa dei patrioti per una sottoscrizione in loro favore non fu portata a termine. Poté rientrare a Napoli in famiglia solo tre anni dopo, nel 1860 con la proclamazione del Regno d’Italia.  Garibaldi fece approvare dal Parlamento un decreto per un assegno per il mantenimento della figlia che fu adottata da Giovanni Nicotera, uno dei superstiti della strage di Sapri, divenuto ministro del Regno.

Dal 1862 Enrichetta fece parte del “Comitato di donne per Roma Capitale”, fondato da Antonietta Pace ed altre patriote.

Visse gli ultimi anni della sua vita, chiusa nel dolore e confortata dall'amore dei figli, che seppero comprendere le sue scelte e i suoi sacrifici. Morì a Napoli nel 1871, all’età di poco più di cinquant’anni. Le sue spoglie riposano nella tomba di famiglia del ministro Nicotera a Roma. Nel suo epitaffio tombale è ricordato che poco prima di morire «volle condursi cagionevole a rivedere libera e nostra quella Roma per la quale aveva combattuto».

La vita di Enrichetta, ricordata in modo appassionato da Dacia Maraini, in La Coraggiosa Compagna di Pisacane. Enrichetta di Lorenzo [in AA.VV., Donne del Risorgimento, Il Mulino, 2011], non è stata certo facile: la gioventù trascorsa in un matrimonio aborrito, gli anni successivi sempre in fuga, le ristrettezze economiche se non la miseria vera e propria, le disgrazie familiari, l’aver attraversato battaglie, e vessazioni. Non fu facile anche la convivenza con il compagno da lei profondamente amato, descritta da Nello Rosselli in Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano [Einaudi editore, 1977]. Ebbe al fianco un uomo che l’amò profondamente come amò la famiglia, ma nel quale predominarono gli ideali per un interesse collettivo, che desiderò realizzare ad ogni costo. Enrichetta fu encomiabile non solo per averlo amato, ma anche per aver compreso e superato questo divario.

 

 

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