Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Rapporto Petras, lo studio che predisse la rovina della gioventù contemporanea

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Quasi trenta anni fa, nel 1995, il sociologo James Petras individuò con estrema precisione gli effetti che le politiche neoliberiste avrebbero avuto sul tessuto sociale europeo.

Il “Rapporto Petras” è uno studio preparato dal sociologo americano nel 1995, dopo aver trascorso sei mesi a Barcellona. Petras già allora era un affermato sociologo, conosciuto per la sua specializzazione nelle società ispaniche, soprattutto di America Latina, e per i suoi studi sul rapporto tra economia, politica e benessere sociale.

È stato anche consulente di alcuni governi di sinistra dell’America latina, sistematicamente ignorato, e difensore dei diritti civili dei nativi sudamericani. Durante la sua lunga carriera ha anche appoggiato esponenti della destra, come Marine Le Pen, approvandone nel 2017 il programma elettorale alle presidenziali, basato sostanzialmente sulla difesa degli interessi e il rilancio economico della classe media e della classe operaia francese.

Oggi James Petras ha 87 anni, professore emerito della Binghamton University di New York, dove ha insegnato per oltre 30 anni.

Nel 1995 il Centro Superiore per la Ricerca Scientifica del governo spagnolo del socialista Felipe González, al potere dal 1982 con un quarto mandato consecutivo, tant’è che i media gli attribuirono ironicamente il titolo di Felipe IV, invitò Petras a svolgere un'indagine generale sugli effetti del processo di modernizzazione politica ed economica iniziato nel paese alcuni anni prima e per conoscere le tendenze future.

È bene ricordare che dopo la morte di Francisco Franco nel 1975, il ritorno dei Borbone, e il passaggio ad un presunto sistema liberal-democratico, la Spagna ha vissuto venti anni convulsi, poiché tutti i movimenti politici, salvo quello dello storico Julio Anguita, avevano una totale e acritica apertura alle linee guida economiche del neoliberismo che promettevano ricchezza per tutti. Molti studiosi di tutto il mondo infatti ritengono ancora oggi che la transizione spagnola fu invece una “transazione da manuale”.

L’apice di questa corsa al benessere e alla modernizzazione è simboleggiato dalla celebrazione dei Giochi Olimpici del 1992 a Barcellona, corsa della quale lo scrivente è critico testimone avendovi partecipato, dal settembre 1986, per mantenersi agli studi.

Il panorama che Petras trovò fu tuttavia alquanto differente dal paese di Bengodi narrato dal Boccaccio, che le istituzioni Spagnole e Catalane si affannavano ad accreditarsi in chiave moderna.

In un primo momento sembrava che la realtà fosse coerente con le statistiche ufficiali del governo di Felipe IV e dalla Generalitat de Catalunya, ma con il passare dei giorni il sociologo iniziò a vedere che stando al di fuori dell'ambito universitario, delle biblioteche degli atenei e dai seminari con i colleghi “teorici”, le cose erano molto diverse. Infatti in tutti i luoghi che frequentava nei momenti liberi, la palestra, il bar, la videoteca, i teatri e i ristoranti, incontrava sempre una costante: giovani con lavori a tempo pieno ma con stipendi appena sufficienti a coprire bisogni primari, privati della capacità di fare progetti per il futuro.

Petras quindi, da buon scienziato sociale, uscì dalle aule e si immerse totalmente nella società-laboratorio per osservare “al microscopio” la realtà delle persone comuni e lì trovò tutti i segni dell'effetto delle politiche neoliberiste (che già allora,da tempo, venivano assunte come dogmi in tutti i paesi occidentali) sulla società spagnola, società appena passata da un regime dittatoriale durato quasi 40 anni ad un altro altrettanto insidioso.

Tra le prime scoperte, Petras notò subito uno degli effetti più devastanti del nuovo regime finanziario: per i più giovani il futuro era stato cancellato.

Mentre nella generazione precedente la maggioranza poteva avere un lavoro sufficientemente remunerato, quindi godere di una vita dignitosa e, in un certo senso, anche spensierata, poiché la pensione assicurava tranquillità per la loro vecchiaia, le riforme del neoliberismo avevano tolto questa prospettiva ai loro figli.

I più giovani erano ora costretti a lavorare di più e guadagnare di meno vivendo nell'incertezza del licenziamento, nell’impossibilità di risparmiare e di affrontare da soli spese impreviste che prima erano coperte dalla previdenza sociale. L'aspetto più drammatico di questa situazione non era solo dovuto al fatto che colpiva la maggioranza della popolazione spagnola, ma perché aveva conseguenze devastanti anche in altre aree della vita sia individuale che collettiva, fattori che non possono mai essere considerati separatamente, almeno da chi è intellettualmente onesto. Ragazzi depressi e angosciati, intrappolati dall’ansia, da una paralisi emotiva, presi da quella che Petras identificò come "mobilità intergenerazionale discendente", ovvero che la vita dei giovani aveva ora un grado di benessere molto inferiore rispetto a quella dei loro genitori, erano più poveri, meno istruiti, con meno risorse proprio per non aver mai avuto un lavoro stabile. Dice Petras, in uno dei passaggi più inquietanti del suo rapporto  «la beffa è che i genitori si aspettavano che, con un reddito aggiuntivo, una maggiore istruzione e un ambiente familiare stabile, i loro figli avrebbero ottenuto di più, avrebbero raggiunto uno status più elevato e lavori meglio retribuiti. I figli dei lavoratori, invece, non possono nemmeno raggiungere il livello minimo di sicurezza e di reddito dei loro genitori».

E non solo, guardando ancora più in dettaglio, aumentando gli ingrandimenti del suo “microscopio”, Petras si rese conto che, oltre all'incertezza sociale e futura, i contratti a tempo determinato stavano anche avendo un effetto devastante sulla solidarietà lavorativa perché i lavoratori a tempo indeterminato si sentivano minacciati dai lavoratori con contratto a tempo determinato.

Era stato innescato un odio sociale intergenerazionale. Chi aveva un contratto a tempo determinato si sentiva permanentemente in competizione con i colleghi più anziani ed evitava di iscriversi ad un sindacato, sia per timore che il datore di lavoro non volesse più assumerli in seguito, sia per la falsa percezione che il suo status di lavoratore atipico fosse solo transitorio.

Petras continua affermando brutalmente che «I giovani precari di oggi non hanno alcun tipo di tutela sul posto di lavoro e quasi nessuna organizzazione collettiva o di sostegno sindacale. Sono atomizzati e vulnerabili ai dettami del datore di lavoro, che ha l'appoggio legale dello Stato e che sostiene le loro azioni arbitrarie.

Oggi la dittatura del mercato è un nemico dei lavoratori interinali, esponenzialmente più temibile del repressivo regime franchista».

Le vittime del neoliberismo infatti provano un senso di esclusione sociale, rafforzato dalla cultura circostante, esseri umani martellati nell’inconscio dal “marketing” con modelli sempre più edonisti, donne e uomini nel pieno della loro giovinezza che trascinano le loro esistenze vivendo una realtà da falliti, con la vergogna di confessare di non essere in grado di guadagnare altro che un misero stipendio.

Ed è in questa fase che scatta la trappola, quando ormai si è disposti a qualsiasi cosa, come indebitarsi a vita, vendere la propria dignità, il proprio corpo o la fedina penale pur di smettere di correre come un criceto nella ruota neoliberista, pur di godere, almeno per un po’.

Petras ha esposto una diagnosi puntuale e dettagliata di una situazione disastrosa per le persone e le nazioni contro la quale, a distanza di quasi 30 anni, si levano sempre meno voci. Filosofi come lo Sloveno Slavoj Zizek e il Sucoreano Byung-Chul Han hanno evidenziato nelle loro opere, l'efficace manovra con cui la dittatura finanziaria neoliberista ha diviso la società, come ha rotto i legami affettivi, in che modo ha spezzato i legami cooperativi e comunitari, che fino a poco tempo fa si potevano ancora apprezzare, lasciando come risultato delle strutture sociali altamente individualizzate, composte da consumatori apolidi, senza radici, che a stento galleggiano da soli nel mare di illusioni neoliberiste in cui la società moderna si è immersa fino alla gola.

Petras nelle raccomandazioni finali sperava che la sua ricerca aiutasse a mostrare l'importanza di quei legami, di quella vitalità che nasce dalle vecchie generazioni e che insegna alle nuove a non godere solamente ma anche a combattere e non preoccuparsi solo del proprio benessere. Vitalità volta ad aiutare i giovani a rendersi conto che il benessere personale è il risultato del benessere collettivo, il solo interesse che ha permesso la sopravvivenza dell’homo sapiens.

Le pie illusioni di Petras finirono invece, per ordine di Felipe IV, in un faldone degli archivi della Moncloa a Madrid, in cui qualche pavido ricercatore ogni tanto inciampa rimettendolo subito a posto dopo averlo letto. Fortunatamente ogni tanto invece qualche giornalista investigativo irriverente lo rispolvera e gli rende giustizia. Petras documentò i primi segni della situazione odierna quasi 30 anni fa, e in questo momento ci sono solo pochi intellettuali e organizzazioni che credono che sia necessario fare qualcosa di veramente concreto e immediato per la sopravvivenza della razza umana. E la domanda che Zizek ha posto qualche anno fa rimane ancora senza risposta:«perché per il 99% dei quasi 8 miliardi di abitanti della Terra è più facile immaginare una catastrofe planetaria, un'apocalisse, o un incontro con gli extraterrestri anziché un cambiamento nell'ordine economico e finanziario imposto dal 1% della popolazione mondiale?»

 

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