L'indipendentismo triestino: una creazione di Tito con la maschera di Francesco Giuseppe

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Dopo la seconda guerra mondiale parte del territorio invaso dalla Jugoslavia e rimasto conteso diplomaticamente con l’Italia permase in stato di amministrazione militare provvisoria, il cosiddetto TLT (Territorio libero di Trieste).

Il TLT divenne uno dei punti di frizione fra blocco occidentale e blocco comunista e fu lacerato all’interno da contrasti politici intensissimi. Ai sostenitori della riunificazione con l’Italia si opponevano i simpatizzanti della Jugoslavia comunista, ma fra i due si trovava anche un raggruppamento indipendentista, diviso in vari partiti.

Sia alle elezioni del 1849, sia alle amministrative del 1952 stravinsero i partiti italiani. Nel 1952 i nazionali italiani ebbero il 62,3% dei voti, gli indipendentisti il 35%, gli jugoslavi il 2,7% con il minuscolo Fronte Popolare Italo-Sloveno.

L’analisi però deve essere più approfondita, perché gli indipendentisti erano di fatto in maggioranza o comunisti, o nazionalisti slavi, od ambedue.

Il 35% degli indipendentisti derivava per metà dal Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste, che altro non era che il ramo triestino del PCI. Esso non appoggiava l’annessione alla Jugoslavia, poiché questo stato aveva rifiutato l’obbedienza all’URSS pur rimanendo comunista, mentre il PCI di Togliatti era di stretta osservanza stalinista.

Però, i due partiti che facevano dell’indipendenza il loro cavallo di battaglia e ragione stessa d’esistenza, il Fronte dell’Indipendenza ed il Movimento Autonomista Giuliano, che cosa erano realmente?

In teoria, essi rivendicavano per Trieste e dintorni una presunta identità mitteleuropea e cosmopolita, che sarebbe stata quella dell’impero asburgico. Erano gli eredi ideologici dei vecchi “austriacanti” e “fedeloni” dei tempi dell’Austria imperiale, con fra le loro fila talora esattamente le stesse persone soltanto più anziane.

Tuttavia, gli italiani li accusavano d’essere di fatto filoslavi e di volere la creazione d’uno stato minuscolo alle frontiere della dittatura di Josip Broz, meglio noto come Tito, al fine di preparare una futura annessione a Belgrado. Oggigiorno è dimostrato che la creazione di questi movimenti indipendentisti fu voluta dal governo di Tito e che furono finanziati di nascosto dal denaro proveniente dalla Jugoslavia. I titini, consapevoli che non avrebbero mai potuto vincere in una città a stragrande maggioranza italiana ed anticomunista, scelsero di camuffarsi e di spacciarsi per indipendentisti, ovvero di creare dei movimenti fantoccio che potessero avere voti anche dagli italiani.

Due considerazioni sono opportune:

primo, l’indipendentismo triestino è sorto su impulso e finanziamento del dittatore Tito;

secondo, tale azione politica si è servita del “mito asburgico” per ottenere consensi, ossia il nazionalismo slavo si è mascherato da nostalgia mitteleuropea;

La contraddizione è apparente, perché il binomio fra simpatia per l’Austria imperiale e nazionalismo slavo italofobo era radicato già nella Duplice Monarchia.

 

(Sui finanziamenti jugoslavi all’indipendentismo triestino: D’Amelio Diego, Di Michele Andrea, Mezzalira Giorgio (a cura di), La difesa dell’italianità. L’Ufficio per le zone di confine a Bolzano, Trento e Trieste (1945-1954), Il Mulino, Bologna, 2015, pp. 404-405)

 

 

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