Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Luigi Dottesio, il patriota contrabbandiere di libri

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Quando un popolo è oppresso la semplice distribuzione di libri “sovversivi” che incitano alla rivolta viene equiparata all’uso delle armi con conseguenti feroci pene.

Per questo motivo Luigi Dottesio, che contrabbandava libri patriottici, fu barbaramente impiccato dall’oppressore austriaco nel 1851 all’età di 45 anni.

La sua vicenda è stata riportata nel romanzo del comasco Pietro Berra, Il contrabbandiere di libri, pubblicato il 12 marzo 2021 dalla Tipografia Helvetica.1

Luigi Dottesio nacque a Como il 15 gennaio 1814 da una famiglia di umili condizioni.

Nel 1836 si prodigò per aiutare la popolazione della città colpita da un'epidemia di colera e il Municipio gli conferì un posto di vicesegretario comunale. Due anni dopo fu designato a rappresentare la città, vestito dell'antico costume di araldo.

In quello stesso periodo divenne un fervente attivista della causa risorgimentale, entrando in contatto con il marchese patriota Giuseppe Raimondi e con Luigi Bonizzoni titolare della farmacia vicino a Porta Torre, a Como, anch’egli fervente patriota: il retrobottega era luogo d'incontro di giovani del luogo, avversi alla dominazione austriaca e desiderosi di tradurre in atto la predicazione insurrezionale mazziniana.

 

Dottesio entrò in collaborazione anche con Alessandro Repetti, proprietario della Tipografia Elvetica di Capolago, piccolo paese nel Canton Ticino, dove venivano stampati libri, libelli e pamphlet proibiti.

Nel Lombardo-Veneto erano messi all’indice dal governo austriaco tutti gli scritti che promuovevano, sostenevano e affermavano una cultura italiana, un’identità nazionale, come Le ultime lettere di Jacopo Ortis, di Ugo Foscolo, romanzo molto popolare tra i giovani del Risorgimento.

I libri stampati a Capolago erano poi diffusi nel Nord Italia; la Svizzera fu allora un riferimento importante per le donne e gli uomini liberi di quella primavera dei popoli che percorse l'Europa nel 1848.

Dottesio gestiva il contrabbando e lo smercio del materiale propagandistico portandolo a Como, avvalendosi della collaborazione degli “spalloni”, alcuni contrabbandieri attivi sui monti tra il Canton Ticino e il lago di Como.

Agevolato dal suo ruolo di segretario comunale, aveva creato addirittura un piccolo deposito clandestino nel proprio ufficio.

Occasionalmente si rivelò anche scrittore: nel 1847 pubblicò il volume Notizie biografiche degli illustri comaschi, e l’anno successivo un pamphlet contro il vescovo di Como, accusato di essere un prete ignorante e prepotente, amico dell'Austria e avverso ai principi liberali. 

Secondo alcuni sarebbe anche stato l'ideatore della collana di fascicoli Documenti per la Guerra Santa d'Italia, definiti come la più importante impresa editoriale patriottica pubblicata con un determinato disegno durante tutto il periodo del Risorgimento.

Nel 1948 aveva partecipato all’insurrezione di Como e a quella di Milano e nei tre anni successivi ad altri tentativi insurrezionali   in Lombardia.

Nel 1847 con la morte di Bonizzoni, la gestione della farmacia era passata alla moglie, Giuseppina Perlasca, madre di sei figli e fervente patriota.

A lei Dottesio si legò sentimentalmente quando rimase vedova adottandone i figli, ma la loro storia d’amore fu continuamente ostacolata dalla famiglia di lei: Luigi era di umili origini, aveva solo la quarta elementare, mentre Giuseppina, molto istruita, apparteneva alla ricca borghesia comasca. In un'epoca in cui le classi sociali erano ancora molto rigide, i due rimasero per tutta la vita “promessi sposi”.

Luigi fu arrestato il giorno nel quale avevano programmato il matrimonio: il 12 gennaio del 1851 erano stati invitati dal direttore della Tipografia Elvetica a Capolago. Sembra che avessero trovato un prete disposto a sposarli. Giuseppina si trovava in Valtellina dove era stata allontanata dai parenti.

Purtroppo, a Capolago quel giorno arrivò solo Luigi, passato dai monti, alla maniera dei contrabbandieri, Giuseppina, in carrozza, fu invece respinta alla frontiera. Luigi tornò allora verso Como con dei documenti che gli aveva affidato il direttore della Tipografia, ma alla frontiera fu fermato e arrestato.

Non è mai stato chiarito come un contrabbandiere così esperto abbia corso il rischio di attraversare la frontiera con del materiale compromettente; alcuni ritengono che, in preda all'agitazione, si fosse dimenticato delle carte, altri che fosse stato tradito dal segretario della tipografia, una ipotesi meno convincente della semplice casualità.

Tra le carte sequestrate, il documento più compromettente era una circolare di istruzioni della Società Patria, una società mazziniana di ispirazione rivoluzionaria che provvedeva alla propaganda, alla ricerca dei soldi necessari e alla organizzazione di nuclei attivi per l'indipendenza dall'Austria. Inoltre gli fu trovato un diario sul quale era appuntato un resoconto di viaggio presso corrispondenti mazziniani veneti.

Nell’estate del 1851 fu trasferito a Venezia dove ebbe luogo il processo; in mancanza di un avvocato non previsto dal diritto militare austriaco l'accusatore stesso doveva svolgere anche il ruolo di difensore.

Dottesio cercò di mantenersi sulle generali, era convinto di rischiare solo la prigionia secondo il Codice Penale Austriaco, trascurando il fatto che vigeva, l'Art. V di guerra in aggiunta all'Art. 61 del Codice Penale Militare, introdotto in seguito alla ripresa del conflitto con i piemontesi nel 1849.

Fino al 30 agosto rimase comunque ottimista e fiducioso nelle possibilità di intervento di Giuseppina.

La donna arrivò a Venezia, ma ne venne espulsa. Riuscì a far giungere, attraverso un'amica aristocratica, la richiesta di grazia all'imperatore Francesco Giuseppe, ma l’amnistia fu concessa solo ai detenuti con pene inferiori a un anno, e secondo alcuni storici, l’imperatore firmò immediatamente, e senza alcuna esitazione la sentenza di pena capitale per Dottesio come rivalsa verso il municipio di Como che si era schermito dal prestare comandato omaggio all’imperatore sceso a visitare le provincie Lombardo-Venete.

Che la politica dell’Austria fosse comunque fortemente repressiva lo dimostrano le condanne a morte di quegli anni: Amatore Sciesa, fucilato a Milano nel 1851 per avere affisso un volantino mazziniano e per il rifiuto di tradire i compagni, don Tazzoli, e altri patrioti, “I martiri di Belfiore “, vennero impiccati a Mantova per aver partecipato ad una congiura antiaustriaca, negando loro il funerale cristiano ed il seppellimento in terra consacrata.

Dottesio fu sottoposto a numerosi interrogatori, ma non fece mai nomi e respinse le reiterate offerte di impunità in cambio della collaborazione.

Tra il 25 luglio e il 30 agosto, un consiglio di guerra, lo imputò di alto tradimento e il 5 settembre fu condannato a morte mediane impiccagione.

Con la sua morte l'Austria raggiunse almeno tre importanti obiettivi: bloccare la trama veneta con una condanna esemplare, lanciare un monito alla Tipografia Elvetica ponendo una forca simbolica davanti a Capolago, e indurre le autorità svizzere a essere meno ospitali con gli esuli.

Proprio in quell’anno Radetzky, pluridecorato feldmaresciallo a Vienna, feroce gendarme nel Lombardo Veneto, aveva emesso proclami che decretavano anni di carcere duro a chiunque fosse stato scoperto in possesso di scritti “rivoluzionari” (patriottici), reimposto lo stato di assedio e considerate responsabili le municipalità che avessero ospitato società segrete.

Con il decreto del 2 ottobre, considerata la condotta sleale, ipocrita, imperdonabile del Consiglio municipale di Como, i pretesti frivoli quanto ingiuriosi per sottrarsi all'omaggio dovuto all’imperatore, lo scioglieva, promettendo di ricostituirlo per via di sudditi fedeli e leali.

La condanna di Dottesio comasco servì a Radetzky come doppio esempio: monito per la città e per punire un suddito infedele per la ribellione precedente del 1848.

Nei giorni precedenti l’esecuzione, Luigi scrisse lettere di addio alla sorella, anche se lontana, ma soprattutto ai figli e a Giuseppina: con loro aveva costruito una bella, grande famiglia. Per lui era riconducibile alla etimologia latina “l’insieme delle persone che vivono nella stessa casa”.

È lunga e straziante la lettera a Giuseppina:

«Non mi duole di morir – la mia fede nell’eternità già mi spinge a mirar ad essa con un sorriso di compiacenza - che tu ben sai non fui mai irreligioso; duolsi solo per te, che abbandonata rimani in questo burrascoso cammino a sostegno di te stessa e della numerosa tua - mia famiglia […] Addio, mia buona, mia sempre amata ed inestimabile Beppina, mia sposa, angelo mio tutelare. Sopporta rassegnata la disgrazia che ti ha colpito, e pensa che il mio spirito sarà volato in cielo, pensa che morendo, l’ultima parola sarà un addio a te.»

L'11 ottobre 1851, fu condotto al patibolo, presso il Campo di Marte di Venezia. Il boia, giunto appositamente da Graz si dimostrò del tutto incapace nell'esecuzione del supplizio, causando al condannato atroci sofferenze e una lunga agonia.

Dopo la sua morte ancora nel 1854 la polizia austriaca tenne sotto controllo Giuseppina che aveva ripreso i contatti con la Tipografia Elvetica. Venne arrestata e torturata nel carcere di Mantova, poi liberata per grazia sovrana. Perse un figlio nella battaglia di San Martino del 1859.

Solo dopo la liberazione di Venezia nel 1868 riuscì a far trasportare i resti di Dottesio a Como, resti che furono tumulati insieme ai martiri di Belfiore, caduti durante la ribellione della città venti anni prima.

Giuseppina morì il 22 giugno 1896 a Como nella stessa casa dove aveva allevato i sei figli, ospitato Mazzini, sofferto per Dottesio imprigionato a Venezia, e per il figlio morto in battaglia. Il destino le diede tuttavia la possibilità di assistere al compimento dell’Unità d’Italia.

 

 

 

Nota

1. La Tipografia Elvetica, fondata nel 1830 dall'esule genovese Alessandro Repetti, grazie alla sua ubicazione nel libero territorio svizzero, divenne nel 1848 un punto di riferimento per la pubblicazione di opere patriottiche da diffondere clandestinamente in Italia attraverso il Lombardo-Veneto.

Tra i principali autori e patrioti che vi pubblicavano ricordiamo Gioberti, La Farina, Tommaseo e d’Azeglio. La morte di Dottesio e le forti pressioni da parte austriaca costrinsero le autorità elvetiche alla chiusura nel 1853. Nel 2015 ha ripreso l’attività nello stesso edificio con la rivista Tipografia Helvetica.

 

 

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