L’eterna dialettica tra guerra e pace

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In un momento storico come questo, nel quale scoppiano conflitti armati con frequenza quasi giornaliera, è normale che autorità politiche e religiose (si pensi per esempio a Papa Francesco) diffondano spesso appelli a favore della pace. Non può essere che così, visto il timore che i succitati conflitti conducano a una nuova guerra mondiale, per di più con il pericolo che vengano usate armi atomiche.

Occorre tuttavia chiedersi se si tratta davvero di una situazione nuova. In realtà, se si esamina bene la storia, è facile verificare che la guerra accompagna l’umanità sin dalle sue origini.

Immanuel Kant scrisse un trattato sulla “pace perpetua”, adombrando la possibilità che le guerre terminassero per sempre. Tale ottimismo non appare, tuttavia, giustificato.

Molti oggi si meravigliano che le guerre vengano spesso dichiarate facendo appello a Dio, ed esistono pure formazioni politiche – come gli Hezbollah libanesi – che si autodefiniscono “partito di Dio”. Ma anche questo fatto è tutt’altro che nuovo.

Nell’Antico Testamento Yahweh è talora chiamato “Signore degli eserciti” e “prode in guerra”. Sono pure note le caratteristiche guerriere che i musulmani attribuiscono ad Allah.

E anche la cristianità ha dato il suo contributo. Basti pensare alle Crociate bandite in nome di Dio, o alle benedizioni riservate ai soldati che partivano per andare a combattere. Fatto curioso: le stesse benedizioni, in nome dello stesso Dio, venivano impartite a tutti gli eserciti che scendevano in guerra.

Tutto questo dovrebbe farci riflettere sulla inevitabilità del conflitto nella storia umana, a partire dalla preistoria per giungere ai giorni nostri. Non solo. La stessa conflittualità permanente si ritrova anche nel mondo animale, dove predatori e prede esistono da sempre.

Significa, tutto ciò, che gli appelli alla pace sono inutili? Non proprio. Essi servono a rammentarci che gli esseri umani sono pur sempre dotati di intelligenza e coscienza, ragion per cui puo' risultare fruttuoso appellarsi a tali caratteristiche, quanto meno per stemperare le tensioni e indurre tutti a una maggiore ragionevolezza.

Senza tuttavia scordare che la “pace perpetua” è un ideale nobile, ma non raggiungibile su questa terra.

La distinzione che Sant’Agostino fece tra “città di Dio” e “città dell’uomo” è ancora validissima oggi. La pace definitiva riguarda solo la prima. Nel mondo umano siamo invece condannati a convivere con il conflitto. Al quale, peraltro, Popper e altri filosofi attribuiscono una valenza positiva.

 

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