Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Neoborbonici: un'assurda controstoria

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Il revisionismo del Risorgimento di matrice neoborbonica ha fabbricato e diffuso una serie di miti che sono privi di storicità, per quanto divenuti popolari presso alcune fasce della popolazione: il mito della vasca di calce di Fenestrelle in cui si scioglievano i cadaveri, di cui non vi è nessuna fonte e che è chimicamente impossibile; il mito di Pontelandolfo raso al suolo, evento di cui non vi è nessuna fonte poiché tutte quelle esistenti attestano la continuità abitativa e che inoltre è proprio impossibile, poiché l’abitato conserva un centro storico risalente a secoli prima il 1861.

Tra questi miti contraddetti dalle fonti e dalle stesse prove materiali vi è quello della fossa comune di Gaeta.

Sulla questione prendiamo in esame un libro di Antonio Ciano, ex contadino, ex marinaio, poi divenuto tabaccaio, che sostiene d’aver appreso la vera storia del Sud da suo nonno contadino.

Ciano nel suo Garibaldi il massone dei Due Mondi (Ali Ribelli Edizioni, 2019) ha affermato che sarebbe stato (il condizionale è d’obbligo con le memorie di Ciano … ) suo nonno Pasquale Sperduto, soprannominato Soriciello, di professione contadino, a trasmettergli avversione verso Giuseppe Garibaldi.

 

Quella di agricoltore è indubbiamente una professione dignitosa come ogni altra, ma un agricoltore non è uno storico. Qui ci si trova dinanzi ad una variazione della famigerata frase «me lo ha detto mio cugino», con cui l’uomo della strada cerca di puntellare convinzioni sue pseudoscientifiche appellandosi a voci e discorsi orecchiati da parenti od amici durante incontri occasionali o rimpatriate, insomma, le famose chiacchiere da bar.

Tanto per dare un’idea di che cosa ha scritto il Ciano, passiamo in rassegna altri due suoi libri, I Savoia e il massacro del sud, Grandmelò, Roma 1996 e Le stragi e gli eccidi dei Savoia, Graficart, Formia 2006.

In questi si apprende fra l’altro che il regno delle Due Sicilie era «il primo Stato Socialista» (sic!) quando è storicamente comprovato che quella dei Borbone fu una monarchia assoluta, feudale, clericale, con immensi latifondi. Inoltre, sempre secondo il sedicente cultore di storia, i piemontesi avrebbero praticato la «magia nera».

Sarebbe impossibile qui riportare tutte le asserzioni favolistiche di Ciano, ma almeno una merita d’essere ricordata.

L’autore attribuisce ad un contadino di Pontelandolfo le seguenti parole: «la corte sabauda e Cavour, a Torino, scialacquavano con baldracche o con ragazze vergini fatte rapire dai loro agenti segreti, mentre l'imperatore Napoleone se la spassava con la Castiglione e Nigra faceva il magnaccia».

Ogni commento sarebbe superfluo, ma le succitate asserzioni denotano il livello culturale del divulgatore di queste pseudo verità storiche.

Ebbene, in I Savoia e il massacro del Sud, il Ciano ha introdotto l’idea che a Gaeta vi sarebbe stata una fossa comune di fucilati dai “piemontesi”.

Secondo la sua fantasiosa ricostruzione, nell’anno 1960 a Gaeta si eseguirono lavori per costruire scuole pubbliche e durante lo scavo per l’edificazione d’una palestra sarebbe stata scoperta una fossa comune in cui erano stati seppelliti 2000 cadaveri, tutti ex militari borbonici o civili d’idee borboniche, caduti vittime dei “piemontesi”. Secondo Ciano «L’ultimo mezzo metro della fossa era impregnato di sangue, il sangue caldo che colava dai corpi dopo le fucilazioni sommarie».

Portavano «cappotti borbonici, i cui bottoni vennero tutti trafugati in quanto d’argento vivo con giglio borbonico».

Sopra alla fossa comune era stato eretto un monumento alla memoria dei fucilati e su questo monumento si scorgevano ancora le tracce lasciate dalle pallottole dei “piemontesi” durante le esecuzioni capitali.

La fossa in origine sarebbe stata una cisterna per l’acqua, scavata personalmente da un capobrigante di nome Mariano Mandolesi, originario di Gaeta, combattente con il capobrigante Giordano, presente a Pontelandolfo nel 1861 e fucilato a Gaeta il giorno delle sue nozze con la fidanzata Rosina nel 1862.

Questo toccante aneddoto, dopo essere stato introdotto e divulgato da Ciano, ha preso a circolare fra i revisionisti ed è stato riportato da altri scrittori del medesimo gruppo, come il giornalista Gigi Di Fiore (in Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento, Milano 2007) e Pino Aprile (nel suo Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero "meridionali", Milano 2010). Abbiamo qui un altro mito caro ai neoborbonici. Che cosa vi sarebbe di vero però? Analizziamo l’aneddoto della fossa comune di Gaeta pezzo a pezzo.

1) Mariano Mandolesi è realmente esistito e realmente nacque a Gaeta. Il problema è che Mariano Mandolesi nacque nel 1920 (sic! abbiamo scritto 1920) e fu un capo di partigiani durante il secondo conflitto mondiale (Cfr. Corrado Scibilia, (a cura di), Annali della Fondazione Ugo La Malfa XXIV-2009, Storia e Politica, Roma 2011). Non è conosciuto alcun capobrigante di nome Mandolesi nella sterminata bibliografia su brigantaggio postunitario. Pertanto Mandolesi non poteva essere stato un brigante nel 1861, non avrebbe potuto essere fucilato a Gaeta nel 1862 e manco aver scavato la cisterna poi usata come fossa comune di briganti ed ex militari borbonici.

Ciano ha spostato indietro di mezzo secolo un personaggio nato dopo 50 anni i fatti narrati.

2) L’area di Gaeta presa in questione fu utilizzata come cimitero per secoli e secoli, e ne furono scavati almeno due, nel secolo XVI e poi nel XVIII. Pertanto potevano benissimo esserci corpi umani sepolti, ma non vi alcuna prova che risalissero al 1860-1861 ed ancor meno che fossero di fucilati anziché di caduti in combattimento o per malattia durante l’assedio.

L’ipotesi di Ciano che i cadaveri fossero di borbonici è infondata o comunque indimostrata. (Cfr. Ceraso C. Bulifon, A. Breve descrittione delle cose più notabili di Gaeta; città antichissima, e fortezza principalissima del regno di Napoli. Secondo le notitie istoriche raccolte dal sig. D. Pietro Rossetto. Di nuovo data in luce da Antonio Bulifon, e da lui dedicata all'eccellentiss. signore D. Gio. Battista Cicala. Stampato da Giacomo Raillard, Gaeta 1690; G. Nocca, Catasto murattiano di Gaeta, Ali Ribelli Edizioni 2023).

3) Dopo 100 anni, è altamente improbabile che il sangue sarebbe ancora visibile nella fossa. Il sangue fresco è di colore rosso brillante a causa della presenza di ossigeno che si lega all'emoglobina, ma quando il sangue si decompone, l'emoglobina viene degradata e il colore del sangue diventa marrone scuro o nero. Inoltre, il sangue fresco è altamente biodegradabile, il che significa che le sostanze chimiche presenti nel sangue sarebbero state rapidamente consumate da microrganismi e batteri presenti nella fossa.

Dopo 100 anni, è probabile che qualsiasi sangue presente nella fossa si sia completamente decomposto e non sarebbe più riconoscibile come sangue umano. Peggio ancora, secondo Ciano le fucilazioni sarebbero avvenute altrove dal luogo usato come fossa ed i cadaveri sarebbero stati abbandonati all’aperto, per poi venire seppelliti dal comune. Allora come avrebbe fatto il sangue ad impregnare la fossa comune per mezzo metro?

Il sangue, se colava dai corpi, doveva farlo sul suolo dove erano caduti, non nella fossa in cui furono successivamente trasportati.

Comunque, dopo 100 anni il sangue si sarebbe totalmente decomposto.

Antonio Ciano inserisce nel suo racconto un particolare che è biologicamente impossibile, ciò che rende sospetto ulteriormente il tutto perché suggerisce una trama romanzata e romanzesca, non il riporto d’una memoria reale.

4) I bottoni in argento vivo sono altrettanto magici. L'argento vivo, o mercurio argentato, è una sostanza che si ottiene facendo reagire mercurio liquido con polvere d'argento. La reazione chimica che avviene produce una lega di argento e mercurio, che appare come un liquido argentato dall'aspetto metallico.

Allora secondo Ciano i cappotti militari delle Due Sicilie avrebbero avuto bottoni liquidi! Come se non bastasse, l’argento vivo viene utilizzato per estrazioni minerarie ed alcuni tipi di produzioni artigianali ed industriali e con grande cautela, perché è altamente tossico.

Il Ciano qui riporta un altro dettaglio anch’esso impossibile, chimicamente.

5) Sulla fossa sarebbe stato eretto un monumento in pietra ai fucilati, sul quale vi sarebbero state visibili le tracce delle pallottole sparate durante le fucilazioni!

Allora secondo Ciano è stata riempita una fossa di cadaveri, la si è ricoperta e si è eretto un monumento ai fucilati. Ma poi davanti a questo stesso monumento si sono eseguite le fucilazioni di coloro che si trovavano già cadaveri nella fossa!?

Insomma qui si è davanti ad un paradosso temporale: il tempo che scorre a ritroso? Il rapporto causa-effetto viene invertito.

Il sedicente cultore di storia testimone quasi oculare di quei tempi rivoluziona persino la logica! Potremmo aggiungere tanto altro ancora su questo mito della fossa comune di Gaeta, ma ci pare che quanto detto sia largamente sufficiente per esprimere una considerazione sulla valenza storica di certe affermazioni date in pasto ad un pubblico poco attento o del tutto ignaro della vera storia.

L’affabulazione di Antonio Ciano, che ha per puntello supposti ricordi personali di 40 anni prima, ha prodotto un testo molto fantasioso, condito da eventi non solo indimostrati, ma impossibili per i salti temporali, per le leggi della biologia e della chimica e della logica stessa.

Non stupisce che Ciano stesso abbia ammesso con una dichiarazione giurata in tribunale che il suo I Savoia e il massacro del sud riporta contenuti che sono privi d’ogni fonte.

Malgrado ciò, il mito della fossa comune di Gaeta è stato accolto dal giornalista Gigi Di Fiore che ha citato il Ciano tra le fonti dei suoi libri (Cfr. Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli 2010; Controstoria dell’unità d’Italia, e Briganti!) ed anche Pino Aprile, soltanto con alcune variazioni, divenendo anche per questo popolarissimo fra le frange neoborboniche poco acculturate.

 

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