Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La propaganda e la guerra. Quando la parola è un'arma

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«Arriva la guerra nel paese e quindi ci sono bugie a iosa», recita un proverbio tedesco di fine Ottocento. Ma se la censura è un artificio di tradizione antica, è stato durante la Grande Guerra del 1915-1918 che la manipolazione dell’informazione è divenuta di massa ed ha piegato la stampa alle ragioni belliche degli Stati.

L’utilizzo della rivoluzione mediatica al servizio del potere, come strumento di propaganda nei confronti dell’opinione pubblica, è stato uno dei risvolti più negativi del primo conflitto moderno. Ed è stata una novità poi divenuta la base delle strategie di formazione del consenso messe in atto dalle dittature di ogni credo politico, estendendosi ad altri mezzi di comunicazione, come la radio, il cinema e la fotografia.

L’argomento ha rappresentato il tema centrale del saggio Narrare il conflitto. Propaganda e cultura nella Grande Guerra, publicato nel 2015 a cura di Stefano Lucchini e Alessandro Santagata (Fondazione Corriere della Sera), che ha aggiunto un ulteriore tassello agli studi sulla propaganda e sulla mobilitazione degli animi.

A inizio secolo il potere politico ed economico del giovane Stato italiano ha imparato a gestire il nuovo giornalismo di massa e così quando il Paese entrò in guerra, la legittimazione del conflitto e il consenso della popolazione rientrarono a pieno titolo fra le priorità belliche.

 

«Anche le parole sono in armi», titolava nel 1915 il Corriere della Sera di Luigi Albertini, che in quella fase era il giornale che più di tutti incarnava lo sforzo propagandistico e patriottico voluto dal governo e dal Comando Supremo.

Esemplare fu il caso di Luigi Barzini, all’epoca uno dei giornalisti più famosi al mondo, noto per le sue corrispondenze sulla rivolta dei boxer in Cina e sulla guerra russo-giapponese.

Le sue cronache di guerra subirono i tagli della censura, come lamentava nelle lettere alla moglie, tanto da indurlo a chiedere ad Albertini di farlo tornare a casa.

Ma il direttore fece orecchie da mercante e col tempo anche Barzini si adeguò, pagando dazio allo stile enfatico e retorico del tempo, mitizzando la guerra in montagna, la vita in trincea e gli assalti degli “eroici fanti”.

Tanto che fra le truppe circolò la battuta: «Se trovo Barzini gli sparo».

La stampa rinunciò al suo ruolo principale, quello di vigilanza.

«I giornalisti della Grande Guerra – hanno osservato gli autori del saggio – scelsero di servire quel potere, rinunciando a una cronaca obiettiva dei fatti in favore di una verità superiore di interesse nazionale», con la missione di “fabbricare la vittoria” e di influenzare il cosiddetto “fronte interno”.

Fu una tragica scelta di asservimento alla politica che ebbe poi tristi epigoni durante il fascismo, ma che in certi ambienti continuò anche nel secondo dopoguerra.

Ma le menzogne, anche quelle di guerra, hanno le gambe corte. E così quando a fine ottobre del 1917 si decise, in ritardo, di tagliare la parte finale del noto bollettino di Cadorna, che attribuiva alle truppe la disfatta di Caporetto, le copie dei giornali con la prima versione non emendata erano già arrivate all’estero e poco dopo si diffusero altre stesure apocrife ciclostilate.

E anche le critiche epistolari alla guerra da parte dei soldati a volte infransero il muro della rigidità della censura.

Il volume è stato arricchito da un incisivo saggio introduttivo di Mario Isnenghi, che ha tracciato un ritratto dell’azione occulta svolta da scrittori, artisti e filosofi dell’Intervento, da giornali spesso foraggiati da governi stranieri ma anche, nei confronti dei soldati, ad opera degli ufficiali del servizio “P” dell’esercito, dove “P” non va letta solo come “propaganda” ma anche come “psicologia”.

Alternando – a seconda delle fasi del conflitto – la disciplina di coercizione e la disciplina di persuasione. Per convincerli dell'utilità di una guerra che in pochi amavano.

 

Mario Avagliano

 

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