Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Stato e mercato: un rapporto controverso

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Prosegue, anche ai giorni nostri, una polemica che in realtà è molto datata. Si tratta dei controversi rapporti tra Stato e mercato, oggetto di continui dibattiti e di diatribe che spesso spaccano a metà tanto le forze politiche quanto i circoli accademici.

Per farla breve, chi scrive sostiene che è tendenza costante del nostro pensiero quella di attribuire un’indipendenza assoluta a entità che, invece, sono soltanto prodotti dell’azione umana quando interagisce con il mondo circostante. Siamo, per così dire, indotti quasi naturalmente a ritenere che esistano enti che sfuggono al nostro controllo, e debbano pertanto essere lasciati liberi di svilupparsi senza alcuna interferenza da parte degli esseri umani.

A mio avviso non vi possono essere entità che, pur originate dalle nostre azioni e capacità concettuali, risultino impermeabili all’intervento umano.

Eppure la storia del pensiero – non solo filosofico – ne è piena. Esse vengono “divinizzate”, com’è accaduto con la Storia, con una particolare classe sociale, con l’uomo stesso concepito in termini astratti. Noto allora che oggi alcune correnti liberali, particolarmente in ambito economico, corrono il rischio di divinizzare il mercato.

Non solo. Ritengo pure che proprio il liberalismo abbia trovato l’antidoto per evitare le divinizzazioni di cui sopra. Tale antidoto è l’individualismo, vale a dire una concezione del mondo che antepone la libertà dell’individuo a qualsiasi altro valore. Rammentando Fure,t si può notare che del liberalismo c’è una versione economica d’ispirazione scozzese (Smith e Bentham), e una d’ispirazione francese (Constant e Tocqueville).

 

Tuttavia non intendo contrapporle o addirittura affermare che è migliore la seconda. Anche perché, per formazione culturale, faccio più riferimento al pensiero britannico che a quello francese.

È del tutto ovvio che Adam Smith non abbia mai inteso divinizzare il mercato. Corrono questo rischio, invece, alcune scuole economiche contemporanee, per esempio quella di Chicago.

Quanto al fatto che l’economia finanziaria abbia preso il sopravvento su quella reale, mi si consenta di rilevare che non è certo una mia scoperta, anche perché non sono così originale. Si tratta di una tesi di cui parlano ormai tutti inclusi moltissimi economisti, e vi hanno fatto riferimento anche Mario Monti e Mario Draghi.

Non parlo, quindi, di mali portati dal mercato in Italia. Penso, al contrario, che molti guai del nostro Paese derivino dal fatto che il mercato non ha mai avuto da noi un peso sufficiente. Però credo anche che non occorra essere statalisti per ritenere che il mercato debba essere considerato per ciò che effettivamente è: un prodotto dell’intelletto – e dell’ingegno – umano. Da sottoporre quindi ad alcune regole, poche ma efficaci. Le regole non possono essere demandate a un mercato del tutto autonomo che si organizza da solo.

I governi devono avere un ruolo in tale processo. Se ne parla da tempo negli stessi Stati Uniti e in Gran Bretagna a proposito di Wall Street e della City londinese.

Scrivere cose simili non significa desiderare il ritorno alla “economia sociale di mercato”, al “federalismo solidale” o, addirittura, allo “statalismo collettivista”.

La mia opinione è che il liberalismo, a differenza di altre correnti di pensiero politico, filosofico ed economico, non ha “testi sacri” che forniscono la Verità una volta per sempre. Tutto si può mettere in discussione, come insegnano Popper Isaiah Berlin. Tranne ovviamente la libertà dell’individuo e il diritto alla proprietà privata. Detto questo, non restano altre considerazioni da fare.

 

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