La polisemia del termine “metafisica”

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Nella Prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura, Kant illustra quelli che a suo avviso sono i fondamenti della scienza fisica: da una parte l’esperimento, ovvero l’aggancio alla realtà; dall’altra i principi, che la ragione pone a monte di qualsiasi esperienza.

La forma degli oggetti fisici, quanto alla loro spazio-temporalità e alla loro interpretazione secondo leggi, è data quindi completamente a priori.

E solo dopo che questa aprioricità è stata riconosciuta la fisica ha ottenuto lo statuto di scienza.

La fisica pre-galileiana, infatti, viene definita “un semplice brancolamento”, mentre il nuovo metodo di Galileo, che inaugura la scienza moderna, altro non è che una testimonianza della rivoluzione copernicana, e cioè di quella prospettiva che ha permesso di prendere tra le mani la natura per guidarla “secondo la ragione”.

A partire da Kant, delle due accezioni classiche della metafisica - (a) studio dell’essere in quanto essere e (b) ricerca delle cause prime - viene conservata la prima, mentre la seconda è considerata di pertinenza della teologia. (b) viene a sua volta sostituita da un’accezione nuova: (c) caratterizzazione dello schema (o cornice) concettuale mediante cui l’uomo entra in contatto con il mondo.

Essendo la struttura del mondo in sé inaccessibile a causa dei limiti cognitivi umani, il metafisico deve accontentarsi di descrivere la struttura del nostro pensiero intorno al mondo.

 

Tale situazione viene chiaramente descritta dal filosofo inglese Peter Strawson: «è possibile immaginare tipi di mondo molto diversi dal mondo che conosciamo. È possibile descrivere tipi di esperienza molto diversi dall’esperienza che abbiamo effettivamente. Esistono dei limiti entro i quali possiamo concepire, o renderci comprensibile, una possibile struttura generale dell’esperienza.

L’indagine su questi limiti, l’indagine su questo insieme di idee che formano l’intelaiatura limitante di ogni nostro pensiero sul mondo e di ogni nostra esperienza di esso costituisce, ovviamente, un fondamentale e interessante compito filosofico. Nessun filosofo si è mai impegnato in tal senso più di Kant.»

Strawson definisce questa impresa come “metafisica descrittiva”, nel senso che essa deve identificare e caratterizzare, per l’appunto, lo schema concettuale che ci fornisce l’accesso epistemico al mondo. Secondo questa concezione, ogni pensiero od esperienza che noi abbiamo presuppone l’applicazione di un insieme strutturato di rappresentazioni, vale a dire una “immagine” di come sono le cose nel mondo o, se si preferisce, una “storia” che noi raccontiamo a proposito del mondo e del nostro posto in esso.

A sua volta questa storia ha una certa struttura ed è organizzata intorno ad alcuni concetti molto generali regolati da principi che ne formano per così dire l’ossatura.

La metafisica descrittiva di cui sopra altro non fa che delineare i contorni fondamentali di tale struttura.

Si tratta ora di vedere se vi sia un solo schema concettuale di questo tipo (come in fondo presupponeva Kant) o se si debba parlare di “schemi concettuali” al plurale. Faccio allora un passo indietro notando che, grazie ai successi conseguiti a partire da Galileo, la scienza moderna si è sempre più proposta come visione esaustiva della realtà che lascia pochissimo spazio alla filosofia (e in particolare alla metafisica).

Il positivismo del secolo scorso e il neopositivismo logico del ’900 forniscono una visione della storia del pensiero in cui la scienza rimpiazza man mano la filosofia, spogliandola delle sue principali ambizioni conoscitive; tutto ciò in base all’assunzione di fondo che la scienza stessa sia in grado di avvicinarsi sempre più alla vera struttura del reale utilizzando metodi rigorosamente empirici, e quindi prescindendo dalle speculazioni astratte.

Questa fase scientista, tuttavia, non durò a lungo, in quanto l’emergere del paradigma popperiano e della filosofia della scienza post-empirista portò ben presto a revocare in dubbio i principali assunti neopositivisti.

Ciò che importa è notare il fatto seguente: mentre Kant propone una visione in cui vi è una struttura singola e immutabile atta a spiegare il funzionamento della conoscenza e dell’esperienza, il continuo mutare dei paradigmi scientifici rilevato da Kuhn ha indotto molti filosofi dei nostri giorni ad ammettere l’esistenza di più schemi concettuali, i quali possono anche essere tra loro alternativi.

Il compito della metafisica, allora, non è più descrittivo ma comparativo: essa deve mettere a confronto gli schemi differenti che, nel corso dell’evoluzione culturale dell’umanità, hanno svolto un ruolo rilevante nei nostri tentativi di rappresentare la realtà. Altrettanto importante è il tema dei rapporti tra scienza e senso comune, concepito quest’ultimo come lo schema concettuale più generale nel quale si articolano le nostre credenze intorno al mondo.

A questo proposito il filosofo americano Wilfrid Sellars ha tracciato una distinzione tra “immagine manifesta” e “immagine scientifica” del mondo; la prima corrisponde alla visione del mondo del senso comune e la seconda a quella che ci fornisce la scienza moderna e contemporanea.

Ricorrendo a un famoso esempio del fisico britannico Sir Arthur Eddington, Sellars nota che, quando si prende in considerazione un oggetto semplice come un tavolo, occorre in realtà pensare a due oggetti distinti.

Il primo è quello solido del senso comune, dotato di dimensioni, colori, etc., mentre il secondo - l’oggetto scientifico - è completamente diverso, cioè un insieme di particelle subatomiche che non sono direttamente percepibili. Ne risulta un contrasto di fondo, proprio a livello metafisico, tra scienza e senso comune.

È infatti ovvio che le due immagini del mondo ci propongono due diverse ontologie, e non è chiaro se - o fino a che punto - esse siano compatibili.

Sellars ritiene che l’immagine vera sia quella scientifica, la quale ci consente finalmente l’accesso alle “cose in sé” ipotizzate da Kant, ma nota anche che l’abbandono dello schema concettuale del senso comune comporterebbe immense difficoltà, in quanto esso è strettamente legato ai valori che danno significato alla nostra vita.

Da quanto ho detto finora, è facile capire che il contrasto tra scienza e metafisica ha perduto ai nostri giorni buona parte dei connotati di drammaticità che esso presentava nei primi decenni del ’900. Da un lato alcuni filosofi si sono premurati di sottolineare che esse sono strettamente correlate.

La stessa istituzione del discorso significante presuppone che, per parlare di qualcosa, si debba intendere quel qualcosa in un certo modo, e ciò significa che la comprensione di alcune caratteristiche generali della realtà costituisce per qualsiasi individuo un pre-requisito indispensabile.

È necessario, quindi, possedere almeno una metafisica inconsapevole, pena la caduta nel non-senso.

Dall’altro, sono stati proprio alcuni celebri scienziati a notare che l’eliminazione della metafisica ipotizzata da positivisti e neopositivismo è un’impresa tanto assurda quanto impossibile.

Il filosofo Francesco Barone invita a superare le dispute sterili basate sui proclami di superiorità enunciati alternativamente da scienziati e filosofi e a riconoscere «la pluralità delle Weltanschauungen e delle loro espressioni linguistiche, che costituiscono la filosofia come metafisica».

Anche lo studioso di Aristotele Enrico Berti, nel felicitarsi per la rivalutazione della metafisica oggi in atto, rinuncia tuttavia a ogni pretesa di superiorità per proporre, invece, una metafisica “problematica e dialettica”.

Opinione condivisa da Umberto Eco, per il quale la metafisica è ineliminabile ma possiede al contempo uno statuto congetturale: L’essere ci fa brevi cenni, come amichevoli ed enigmatiche strizzate d’occhio; esso ci seduce, ci lascia capire che c’è una promessa da capire (e lascia a noi d’indovinare dove si possa incontrare il limite). E ci consegna così all’avventura infinita della congettura.

Chiudo il discorso con il fisico Carlo Bernardini, il quale non dice cose sostanzialmente diverse dai filosofi di professione.

La meccanica quantistica, teoria di indubbio successo operativo e predittivo, pone tuttavia tali e tanti problemi di interpretazione da far sorgere dei dubbi sulla possibilità di fondare una metafisica e una ontologia assolute.

È sufficiente rammentare, a questo proposito, in che misura essa renda problematica la stessa nozione di “oggetto”, così fondamentale nell’ambito della metafisica classica.

Il pensiero scientifico, al contrario, non si pone il problema di fornire spiegazioni “vere”, ma solo plausibili, dunque perennemente provvisorie.

 

 

 

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