La mandragola di Machiavelli: quando la politica indossa la maschera della farsa
È una commedia, certo, ma è anche un piccolo trattato di strategia, un manuale di sopravvivenza nel mondo degli ingenui, dei furbi e dei devoti di comodo. Machiavelli ha osservato gli uomini come un botanico osserva le radici: li ha studiati, annusati, tagliati, e poi li ha esposti al pubblico con una sincerità che oggi definiremmo spietata. La mandragora, pianta ambigua, magica, contesa tra superstizione e medicina, è diventata il simbolo perfetto di un mondo dove la verità è un liquido che prende la forma del recipiente. E il recipiente, nella commedia, è sempre l’interesse. La trama è un gioiello di ingegneria narrativa: Callimaco, giovane innamorato, inventa una cura miracolosa per rendere fertile Lucrezia, moglie del vecchio Nicia. La cura, ovviamente, è una trappola, e Nicia, ovviamente, ci casca con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto la scienza… senza capirla. La mandragora promette fertilità, ma richiede un sacrificio: il primo uomo che giacerà con la donna dopo l’assunzione del rimedio morirà. Nicia non sospetta nulla perchè è troppo impegnato a fare il dotto. Callimaco, invece, è troppo impegnato a fare il furbo. E Machiavelli era troppo impegnato a ridere sotto i baffi. La pianta diventa così il simbolo di un meccanismo eterno: quando il desiderio è forte, la credulità diventa una virtù. Un manuale di strategia travestito da commedia, Callimaco non conquista Lucrezia con la poesia, ma con la tattica. Ogni sua mossa sembra uscita da un capitolo del Principe: analisi del terreno, studiare le debolezze degli altri, soprattutto quelle che non ammettono costruzione della narrazione, creare una storia che sembri vera, meglio se scientifica, uso degli alleati, coinvolgere chi può legittimare l’inganno, come un frate compiacente, decisione rapida: agire prima che qualcuno inizi a pensare davvero. Leggi tutto: La mandragola di Machiavelli: quando la politica indossa la maschera della farsa Viaggio a Reggio
Era l’alba del primo millennio a.C. allorquando da queste parti, seguendo un vitello sacro staccatosi dalla mandria, i coloni greci giunti dall’isola di Eubea nel mare della penisola Calcidica fondarono Rhegion sulla costa calabra mentre un altro gruppo di essi fondava Zankle su quella sicula. Era il 1908 dell’era volgare, invece, quando un terribile terremoto-maremoto distrusse Reggio e Messina. Una straordinaria gara di solidarietà nazionale si produsse tra le rovine che avevano seppellito le due città dello Stretto unite da sempre in un unico destino. Poi la ricostruzione e la lenta rinascita. Sono giunto alla stazione di Reggio alle dieci di sera dopo dodici ore di viaggio. A Taranto ho atteso la coincidenza con il treno che portava due ore e trenta minuti di ritardo sull’orario previsto. Vi ero giunto da Brindisi e prima da Lecce con due treni locali che avevano coperto le rispettive tratte in un paio d’ore circa. A Taranto, incurante del solleone, mi sono affacciato sulla vecchia città che come uno scrigno antico attende di essere finalmente scoperta. Qui i Dori ribelli ed imperfetti cacciati da Sparta avevano creato una città che per bellezza, eleganza, sapienza e buon governo aveva oscurato la fama di Atene e fatto arrossire la rude madre patria. Bisso e porpora, stoffe pregiate, gioielli e monili d’oro e d’argento l’avevano resa famosa e da ogni parte ricercata. Archita, filosofo pitagorico, matematico e stratego della città, l’aveva resa grande e potente, la più potente della Magna Graecia e stabilì relazioni commerciali e di amicizia dall’Istria all’Africa. La peste del 1656 a Napoli: la “scoperta” di una cronaca già molto nota
L’iniziativa, con apertura al pubblico ad ingresso gratuito dal 26 settembre 2026 al 15 gennaio 2027, propone un percorso immersivo che racconta la tragedia della peste che nel 1656 colpì Napoli, attraverso una cronaca dello scrivano dei Bianchi della Giustizia, Antonio Mena, custodita presso l’Archivio Storico Diocesano di Napoli (ed esposta in originale), affidata alla voce narrante dell’attore napoletano Peppe Lanzetta. Sullo sfondo una tela di Micco Spadaro, Piazza Mercatello durante la peste del 1656, conservata nel Museo della Certosa di San Martino. A Napoli i quadri legati a guerre, carestie e assedi appartengono a pieno titolo alla storia dell’arte. Nel caso specifico, si confrontarono ai massimi livelli tre geni di metà secolo: Mattia Preti, Micco Spadaro e Luca Giordano. La tela di Domenico Gargiulo, meglio conosciuto come Micco Spadaro (soprannome derivato dal mestiere del padre), usata per installazione, è una scenografia dei cadaveri ammucchiati nella piazza del Mercatello (oggi piazza Dante) come in un giorno di mercato. L’artista immortalò quel teatro drammatico come un fatto di cronaca, inquadrandolo dall’alto, dilungandosi col pennello sui morti e la disperazione dei superstiti immersi in un’atmosfera ammorbata da miasmi, umori e mura impregnate dal morbo. Il tutto sovrastato da un cielo azzurro, quasi terso, squarciato da una giustizia divina severa e castigatrice. Leggi tutto: La peste del 1656 a Napoli: la “scoperta” di una cronaca già molto nota I limiti della scienza
Mette conto notare, tuttavia, che non soltanto alcuni filosofi, ma anche parecchi scienziati di professione hanno spesso contestato questa fede ingenua nella validità della visione del mondo che la scienza dei vari periodi storici fornisce. Ai giorni nostri l’incertezza circa il contenuto delle teorie scientifiche è cresciuta in modo rapido, parallelamente alla sensazione che esistono teorie alternative in grado di spiegare le osservazioni. Di qui il relativismo, il quale appare ormai a molti un dato di fatto più che una minaccia. Il nocciolo di tale posizione consiste nel riconoscere che non c’è una concordanza necessaria tra la realtà così com’è e le teorie che noi formuliamo circa la realtà stessa. Ovviamente la situazione si presentava ben diversa quando positivismo ed empirismo logico erano le correnti epistemologiche dominanti. In quel caso l’obiettivo primario era individuare i modelli immutabili che sottendono la pratica scientifica, giacché si riteneva che la scienza fosse oggettiva e in costante progresso (nel senso cumulativo del termine). Il lavoro del futuro alla prova delle tutele: il bilancio tra innovazione e diritti
L’affermazione delle piattaforme digitali e la diffusione capillare del lavoro agile, smart working, rappresentano i due volti principali di questa trasformazione. L’innovazione offre maggiore flessibilità, autonomia e riduzione dei costi organizzativi, ma si pongono interrogativi riguardo le tutele costituzionali e i diritti fondamentali dei lavoratori. Nel contesto delle piattaforme digitali, gig economy, la figura del supervisore umano è sostituita da algoritmi di allocazione degli incarichi, valutazione e monitoraggio delle prestazioni, che ha generato contenziosi complessi legati alla qualificazione giuridica dei lavoratori e all’esercizio del potere direttivo. La direttiva U.E. 2024/2831 relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore del lavoro mediante piattaforme digitali introduce due pilastri fondamentali: si stabilisce una presunzione del rapporto di lavoro quando sussistono elementi indicativi di controllo e direzione da parte della piattaforma e viene introdotto l’obbligo di trasparenza sui criteri di funzionamento degli algoritmi, garantendo il diritto ad una revisione umana delle decisioni automatizzate. Leggi tutto: Il lavoro del futuro alla prova delle tutele: il bilancio tra innovazione e diritti
|
Pubblicazioni mensiliNuovo Monitore Napoletano N.213 Settembre 2026
Miscellanea Storia, Letteratura, Arte, Cultura e FilosofiaCent’anni di solitudine: il destino che ritorna Il Settimo Sigillo: la scacchiera dell’esistenza e la fragile speranza dell’uomo Masaniello, il cuore ribelle di Napoli Il cammino della democrazia in Toscana. Bartolomeo ed Ermenegildo Potenti (1799 – 1849) Parmenide: l’essere è. E la sua ragion d’essere? Quando la Resistenza era donna
Filosofia della Scienza e della Politica Lo stato miserando del dibattito pubblico italiano Cosa resta dell’attentato alle Twin Towers?
Cultura della legalità Beneficio d’Inventario: la Cassazione chiarisce i limiti del termine ex art. 500 c.c. Feste all’Archivio di Stato di Napoli: ipotesi di oltre 600mila euro di danno erariale Vittime innocenti. Settembre 1919-2024
Statistiche
La registrazione degli utenti è riservata esclusivamente ai collaboratori interni.Abbiamo 1484 visitatori e nessun utente online |



Nel vasto teatro del Rinascimento, la mandragola di Niccolò Machiavelli è l’opera che più di tutte riesce a fare una cosa difficilissima: far ridere mentre smaschera.
Reggio di Calabria, dove il mitico re Italo diede nome all’Italia, il cuore di Nausicaa, complice Athena, vibrò per Odìsseo, la Magna Graecia superò la Madre Patria e Scilla e Cariddi unirono in un solo destino le terre di Sicilia e quelle di Calabria.
La scorsa settimana, e precisamente in data 25 settembre 2026, nel Palazzo Diomede Carafa in via San Biagio dei Librai (Napoli), è stata inaugurata l’installazione A.D. 1656. Pareva che Dio benedetto volesse castigarci. La voce della Cronaca de’ Bianchi nella tela di Micco Spadaro, ideata e prodotta dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania in collaborazione con l’Archivio Storico Diocesano di Napoli ed altri enti culturali.
È del tutto naturale che l’uomo della strada, nel leggere i resoconti delle scoperte scientifiche, le consideri alla stregua di descrizioni del mondo reale. Perché mai dovrebbe pensare diversamente, dati gli impressionanti successi che la scienza ha conseguito negli ultimi secoli?
L’evoluzione tecnologica ed i mutamenti organizzativi hanno modificato il tradizionale lavoro fondato sulla compresenza fisica, sull’orario rigido e sul controllo visivo diretto da parte del datore di lavoro.