Europa e olocausto nucleare
Chi conosce bene Putin sa che deve essere preso sul serio, lo ha detto con chiarezza Angela Merkel, e la sua opinione è il frutto di una lunga frequentazione con il leader del Cremlino. Sottovalutarlo diventa, a questo punto, assai pericoloso. Le armi che lo zar moscovita intenderebbe usare sono probabilmente le cosiddette “bombe nucleari tattiche”, di piccole dimensioni, destinate a colpire le truppe nemiche sul campo di battaglia. Ma è chiaro che le conseguenze del loro utilizzo sarebbero comunque esiziali, giacché il fall-out radioattivo non dipende certo dalla grandezza dell’ordigno. Non solo l’Ucraina, ma l’intera Europa ne verrebbe coinvolta in pieno e per un tempo non breve. Trump ha detto che gli Usa reagirebbero, ma non si vede perché dovremmo stare tranquilli. Agli europei, infatti, toccherebbero tanto le bombe russe quanto quelle americane. L’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger, che nel 1957 introdusse il concetto di “armi nucleari tattiche”, invitò poi alla prudenza, sostenendo che lo stallo si può sbloccare solo ricorrendo alla diplomazia. Vittime innocenti. Agosto 1944-2017
Fabio era un ragazzo incensurato e impegnato nel volontariato con l’Azione Cattolica, dove prestava servizio a favore degli anziani del paese. Quella sera si trovava nella sala giochi Papillon per una partita a biliardo. Poco prima, nel locale, era entrato un uomo con il volto coperto e aveva sparato contro Mirko Sidoti, 16 anni, figlio del proprietario. Fabio si trovò davanti al killer mentre questo tentava di fuggire. Un solo colpo, sparato a bruciapelo, gli tolse la vita. Fabio non era il bersaglio, ma semplicemente un testimone di una sparatoria legata a una resa dei conti. Aveva 18 anni. Una vita davanti. Fu ucciso perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il 2 agosto 1980, alle ore 10.25, una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna. Fu una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica: 85 persone furono uccise e oltre 200 rimasero ferite. A Bologna quel mattino c’erano lavoratori, famiglie, studenti, turisti e persone in attesa di un treno. C’erano vite normali, progetti, vacanze, appuntamenti e sogni che si interruppero in pochi secondi. La strage di Bologna è stata riconosciuta dalla magistratura come un attentato di matrice neofascista, inserito nella stagione della strategia della tensione che ha insanguinato il nostro Paese. Federico García Lorca: la morte non avrà il mio cuore
La sua voce attraversa le epoche con la forza di un amore che non si lascia seppellire, nemmeno dalla storia. Lorca non è soltanto un autore, è un fenomeno atmosferico, un temporale improvviso, una luce che squarcia la sera, un odore di terra bagnata che arriva prima della pioggia. Nato nel 1898 a Fuente Vaqueros, crebbe in una Spagna rurale dove il silenzio non era assenza, ma promessa. La madre gli insegnò a suonare il pianoforte, e Lorca comprese presto che la musica non era un’arte, ma un modo di respirare. Ogni nota diventava un’immagine, ogni immagine un presagio. Ed era così: Lorca non descriveva il mondo, lo presagiva. La sua Andalusia non era un luogo geografico, ma un sentimento che bruciava lento, come una brace sotto la cenere. Quando Lorca arrivò alla Residencia de Estudiantes, Madrid era un laboratorio di idee. Qui incontrò Salvador Dalí, che lo affascinò con la sua bellezza inquieta, e Luis Buñuel, che lo provocò con la sua intelligenza tagliente. Leggi tutto: Federico García Lorca: la morte non avrà il mio cuore L’ultimo caffè di Eleonora
Era il 20 agosto del 1799, quando Padre de Fortis dei Bianchi della Giustizia l’accompagnò con passo solenne nella Cappella della Sommaria nel Castel Capuano. Nel silenzio assordante dell’anticamera della morte, lacera, stanca, ma con un’incrollabile fermezza di spirito, Eleonora de Fonseca Pimentel si preparava all’ultimo atto. Accolse nel cuore il conforto del sacerdote, le preghiere, l’estrema speranza: forse Dio esisteva davvero, forse quei giri vorticosi facevano parte di un preciso disegno. Doveva accadere tutto questo, doveva esserci una ragione. Il profumo di quell’ultimo caffè la riconduceva alla vita passata, un susseguirsi di immagini vivide riaffioravano nei pensieri. Sorso dopo sorso riassaporava giorni ormai lontani, ingoiando nostalgia, dolore, rassegnazione. Lo bevve lentamente, mentre il tempo divorava quelle ultime ore. Si rivide bambina a saltellare gioiosa in quel dedalo di viuzze dei Quartieri Spagnoli dove il sole faticava ad entrare, con lo sguardo perso tra i colori della frutta ammassata sui banchi, gli odori dei cibi cotti, il formicaio di gente operosa e ciarliera, e poi la passeggiata verso il mare, l’azzurro terso del cielo, la brezza estiva, lo sciabordio delle onde sulla ghiglia delle barche e quell’infinito sciame di pensieri lasciati alla deriva. Riavvertì il profumo della salsedine, il calore del sole sulla pelle. Era intrisa di vita quella città destinata a divenire la sua, quel popolo che oscillava tra il lusso sfrenato della nobiltà e la miseria dei lazzari. Maria. Storia di un'anima nella Napoli dell'Ottocento
Interpretando e parafrasando quanto hanno scritto, si potrebbe affermare che un romanzo ha tanti significati quanti lettori, perché ciascuno può ripensarlo o viverlo in maniera diversa. Una simile visione è consona ad introdurre una recensione di Maria. Storia di un’anima nella Napoli dell’Ottocento (Napoli, Editoriale Scientifica, 2026), scritto da Antonella Orefice. Ella è una saggista che ha imperniato la propria produzione scientifica attorno alle dinamiche storiche del regno di Napoli e delle Due Sicilie, ponendo attenzione privilegiata alla Repubblica Napoletana del 1799, all’assolutismo borbonico, alla giustizia criminale. Le sue ricerche si sono contrassegnate per il ricorso al materiale archivistico e l’attenzione alla microstoria. Anche il suo ultimo studio si pone sulla scia degli anteriori in fatto di tematiche e metodologia, poiché Maria copre il periodo dal Settecento riformatore fino alla ristrutturazione urbanistica di Napoli nota come ‘risanamento’ nell’ultimo ventennio del secolo XIX, è ambientato quasi esclusivamente a Napoli (fatta eccezione per alcune pagine collocate nel contado rurale), si basa in buona misura su fonti archivistiche ed è un tipico testo di microstoria. Leggi tutto: Maria. Storia di un'anima nella Napoli dell'Ottocento
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Pubblicazioni mensiliNuovo Monitore Napoletano N.212 Agosto 2026
Miscellanea Storia, Letteratura, Arte, Cultura e FilosofiaMaria. Storia di un'anima nella Napoli dell'Ottocento Orlando: il Paladino che sapeva solo amare Dracula di Valacchia, il Gargano e Napoli Giovanna I, la prigioniera del destino Il Golem, l’Intelligenza Artificiale e la ricerca dell’immortalità 1919, l’anno in cui l’Italia cambia pelle I ragazzi del Viale Europa di Castellammare di Stabia Giovanna II, l’ultimo battito romantico del trono napoletano Machiavelli, un repubblicano democratico Federico García Lorca: la morte non avrà il mio cuore La strategia del Grand’ammiraglio Anton Haus
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Il 1° agosto 1993 a Santa Maria di Licodia, nel Catanese, veniva ucciso Fabio Garofalo, appena 18 anni.
Sono passati novant’anni dalla sua scomparsa, eppure Federico Garcia Lorca continua a vibrare come una corda tesa.
Castel Sant’Elmo era contornato di stelle. Lo scorse da subito nel Compianto su Cristo morto di Rubiales sull’altare maggiore.
Un grande scrittore quale Jorge Luis Borges ed un grande critico letterario come Umberto Eco osservarono, in tempi e modi differenti, che per ogni opera della letteratura esistono potenziali diverse letture.