Cent’anni di solitudine: il destino che ritorna
Cent’anni di solitudine è uno di quei libri che non chiedono di essere compresi, ma respirati. È un vento caldo che passa tra le ossa, un odore di terra che arriva da un luogo che non abbiamo mai visto e che pure riconosciamo come casa. Macondo non è un villaggio: è una condizione dell’anima. È il punto esatto in cui la memoria smette di essere ricordo e diventa destino, dove il passato non è mai passato davvero e il futuro è un animale che torna sempre sui suoi passi. Gabriel García Márquez lo sapeva: la vita non procede in linea retta. Torna, si avvolge, si ripete. E nella famiglia Buendía questo ritorno è una legge non scritta, una maledizione dolce che accompagna ogni generazione come un’ombra fedele. Aureliano, José Arcadio, Amaranta, Úrsula: nomi che sembrano rintocchi, ripetizioni di un tempo che non vuole avanzare. Ogni personaggio è un frammento di solitudine che cerca una via d’uscita, e ogni via d’uscita si richiude come una porta socchiusa che nessuno ha il coraggio di spingere. La solitudine, in questo romanzo, non è un difetto umano: è un’eredità. Passa di mano in mano come un oggetto antico, consumato, ma ancora capace di brillare. È la solitudine di chi ama troppo, di chi aspetta troppo, di chi non riesce a liberarsi da ciò che lo ha ferito. Eppure, proprio in questa solitudine, c’è una forma di bellezza che non si può ignorare: la bellezza di ciò che resiste, di ciò che continua a chiamarci anche quando cerchiamo di dimenticare. Macondo vive sospeso tra miracolo e tragedia. Piove per anni, gli spiriti tornano a bussare alle porte, le passioni bruciano come incendi che nessuno vuole spegnere. E tutto questo accade con una naturalezza disarmante, come se il mondo fosse sempre stato così: un luogo dove il prodigioso non stupisce, dove il mistero non spaventa, dove la vita è un equilibrio fragile tra ciò che si ricorda e ciò che si dimentica. Leggi tutto: Cent’anni di solitudine: il destino che ritorna Beneficio d’Inventario: la Cassazione chiarisce i limiti del termine ex art. 500 c.c.
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n.24491 depositata il 5 agosto 2026, interviene su un punto delicato della disciplina successoria, quale l’applicabilità del termine previsto dall’art 500 c.c. alla liquidazione dell’eredità accettata con beneficio d’inventario. La decisione è importante, perché delimita con precisione i confini della responsabilità dell’erede beneficiato e ribadisce la natura “protettiva” dell’istituto, evitando interpretazioni estensive possano trasformarsi in decadenze automatiche non previste dalla legge. La vicenda trae origine da una contestazione avanzata dai creditori dell’eredità. Secondo la loro ricostruzione, l’erede, pur avendo accettato con beneficio d’inventario, avrebbe superato il termine previsto dall’art 500 c.c. per la liquidazione, con conseguente decadenza dal beneficio e responsabilità illimitata. Il giudice di merito aveva accolto questa impostazione, applicando il termine dell’art 500 c.c. anche alla liquidazione individuale, cioè alle operazioni compiute dall’erede nei confronti dei singoli creditori. Una lettura che, se confermata avrebbe esposto l’erede beneficiato a rischio di perdere la protezione del beneficio anche per ritardi non espressamente disciplinati dalla legge. Leggi tutto: Beneficio d’Inventario: la Cassazione chiarisce i limiti del termine ex art. 500 c.c. Scienza e concezioni assolute
Collocandoci da questo punto di vista, l’impossibilità di raggiungere il sapere definitivo dipende dai limiti - fisici e cognitivi - della natura umana. Dipende, cioè, dall’impossibilità per l’uomo di conseguire quello che nella filosofia contemporanea si definisce “il punto di vista dell’occhio di Dio”. È opportuno notare a tale proposito come il positivismo, pur dopo il suo declino, continui a influenzare non solo numerosi esponenti del mondo filosofico e scientifico, ma anche la visione della scienza dell’uomo comune. Ancor oggi, infatti, è diffusa nel grande pubblico l’opinione che il sapere scientifico possieda un’assolutezza e una incontrovertibilità che lo rende immune da obiezioni, ragion per cui la scienza viene spesso considerata come l’unico paradigma cognitivo di cui disponiamo. Ne discende la concezione di un’umanità che, attraverso l’attività scientifica, diventa la dominatrice del reale poiché alla potenza del pensiero umano nulla può rimanere estraneo. Si tratta di una concezione al contempo ingenua e arrogante. Il mondo che ci circonda, infatti, appare sempre più complesso e aperto, tanto nell’infinitamente grande quanto nell’infinitamente piccolo. Ai nostri fini è interessante rilevare che molti scienziati notano che la visione della scienza come unico paradigma del sapere ha fatto il suo tempo. L’ultimo caffè di Eleonora
Era il 20 agosto del 1799, quando Padre de Fortis dei Bianchi della Giustizia l’accompagnò con passo solenne nella Cappella della Sommaria nel Castel Capuano. Nel silenzio assordante dell’anticamera della morte, lacera, stanca, ma con un’incrollabile fermezza di spirito, Eleonora de Fonseca Pimentel si preparava all’ultimo atto. Accolse nel cuore il conforto del sacerdote, le preghiere, l’estrema speranza: forse Dio esisteva davvero, forse quei giri vorticosi facevano parte di un preciso disegno. Doveva accadere tutto questo, doveva esserci una ragione. Il profumo di quell’ultimo caffè la riconduceva alla vita passata, un susseguirsi di immagini vivide riaffioravano nei pensieri. Sorso dopo sorso riassaporava giorni ormai lontani, ingoiando nostalgia, dolore, rassegnazione. Lo bevve lentamente, mentre il tempo divorava quelle ultime ore. Si rivide bambina a saltellare gioiosa in quel dedalo di viuzze dei Quartieri Spagnoli dove il sole faticava ad entrare, con lo sguardo perso tra i colori della frutta ammassata sui banchi, gli odori dei cibi cotti, il formicaio di gente operosa e ciarliera, e poi la passeggiata verso il mare, l’azzurro terso del cielo, la brezza estiva, lo sciabordio delle onde sulla ghiglia delle barche e quell’infinito sciame di pensieri lasciati alla deriva. Riavvertì il profumo della salsedine, il calore del sole sulla pelle. Era intrisa di vita quella città destinata a divenire la sua, quel popolo che oscillava tra il lusso sfrenato della nobiltà e la miseria dei lazzari. Maria. Storia di un'anima nella Napoli dell'Ottocento
Interpretando e parafrasando quanto hanno scritto, si potrebbe affermare che un romanzo ha tanti significati quanti lettori, perché ciascuno può ripensarlo o viverlo in maniera diversa. Una simile visione è consona ad introdurre una recensione di Maria. Storia di un’anima nella Napoli dell’Ottocento (Napoli, Editoriale Scientifica, 2026), scritto da Antonella Orefice. Ella è una saggista che ha imperniato la propria produzione scientifica attorno alle dinamiche storiche del regno di Napoli e delle Due Sicilie, ponendo attenzione privilegiata alla Repubblica Napoletana del 1799, all’assolutismo borbonico, alla giustizia criminale. Le sue ricerche si sono contrassegnate per il ricorso al materiale archivistico e l’attenzione alla microstoria. Anche il suo ultimo studio si pone sulla scia degli anteriori in fatto di tematiche e metodologia, poiché Maria copre il periodo dal Settecento riformatore fino alla ristrutturazione urbanistica di Napoli nota come ‘risanamento’ nell’ultimo ventennio del secolo XIX, è ambientato quasi esclusivamente a Napoli (fatta eccezione per alcune pagine collocate nel contado rurale), si basa in buona misura su fonti archivistiche ed è un tipico testo di microstoria. Leggi tutto: Maria. Storia di un'anima nella Napoli dell'Ottocento
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Pubblicazioni mensiliNuovo Monitore Napoletano N.212 Agosto 2026
Miscellanea Storia, Letteratura, Arte, Cultura e FilosofiaMaria. Storia di un'anima nella Napoli dell'Ottocento Orlando: il Paladino che sapeva solo amare Dracula di Valacchia, il Gargano e Napoli Giovanna I, la prigioniera del destino Il Golem, l’Intelligenza Artificiale e la ricerca dell’immortalità 1919, l’anno in cui l’Italia cambia pelle I ragazzi del Viale Europa di Castellammare di Stabia Giovanna II, l’ultimo battito romantico del trono napoletano Machiavelli, un repubblicano democratico Federico García Lorca: la morte non avrà il mio cuore La strategia del Grand’ammiraglio Anton Haus
Filosofia della Scienza e della Politica Filosofia, religioni e ordine mondiale La ricerca della felicità è davvero un diritto? La crescita costante dei socialisti negli Stati Uniti
Cultura della legalità Responsabilità genitoriale e vita digitale: i nuovi confini della tutela dei minori Vittime innocenti. Agosto 1944-2017
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Ci sono libri che non si leggono: si attraversano, e quando si arriva dall’altra parte, qualcosa dentro di noi non è più lo stesso.
La disciplina del beneficio d’ inventario continua ad essere causa di contenzioso, soprattutto quando si tratta di stabilire se e quando l’erede decade dal beneficio per presunte irregolarità nella gestione dell’eredità.
Partiamo dalla constatazione che non esiste “il” sapere dal quale tutti i tipi di conoscenza discendono, ma “tanti” saperi, la cui validità è ristretta a un ben determinato ambito del reale.
Castel Sant’Elmo era contornato di stelle. Lo scorse da subito nel Compianto su Cristo morto di Rubiales sull’altare maggiore.
Un grande scrittore quale Jorge Luis Borges ed un grande critico letterario come Umberto Eco osservarono, in tempi e modi differenti, che per ogni opera della letteratura esistono potenziali diverse letture.