Le origini della Pasqua ebraica

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«Il Signore parlò a Mosè e ad Aaronne nel paese d'Egitto, dicendo: Questo mese sarà per voi il primo dei mesi: sarà per voi il primo dei mesi dell'anno. Parlate a tutta la comunità d'Israele e dite: "Il decimo giorno di questo mese, ognuno prenda un agnello per famiglia, un agnello per casa …

Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell'anno … Lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese, e tutta la comunità d'Israele, riunita, lo sacrificherà al tramonto.  Poi si prenda del sangue d'agnello e lo si metta sui due stipiti e sull'architrave della porta delle case dove lo si mangerà.  Se ne mangi la carne in quella notte; la si mangi arrostita al fuoco, con pane azzimo e con erbe amare…  Mangiatelo in questa maniera: con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del Signore.» (Esodo cap. 12:1-11)1

Quella fu una notte di veglia, tenebre e angoscia, che segnò la morte di tutti i primogeniti d’Egitto, tanto degli uomini quanto degli animali e di sgomento per gli israeliti che per la prima volta, dopo quattrocentotrent’anni anni di servitù, sperimentavano la potenza del Dio dei loro Padri.

«Così dice il Signore: "Verso mezzanotte io passerò in mezzo all'Egitto e ogni primogenito nel paese d'Egitto morirà, dal primogenito del faraone che siede sul suo trono, al primogenito della serva che sta dietro la macina e ad ogni primogenito del bestiame. Vi sarà in tutto il paese d'Egitto un grande lamento, quale non ci fu mai prima, né ci sarà mai più.  Ma in mezzo a tutti i figli d'Israele, tanto fra gli uomini quanto fra gli animali, neppure un cane abbaierà", affinché conosciate la distinzione che il Signore fa tra l'Egitto e Israele.» (Esodo 11:4-7).

Il momento era solenne, il pasto doveva essere consumato in fretta, coi fianchi cinti, i calzari ai piedi, il bastone in mano.

Quella sera tutte gli architravi e gli stipiti delle dimore degli ebrei furono spruzzate con rami d’issopo intinti nel sangue dell’agnello e nessuno varcò la soglia di casa in quella notte di terribile attesa, fino al mattino. 

Il quindicesimo giorno, che era il giorno dopo la Pasqua, si avviarono da Ramses per Succoth, sotto gli occhi degli egiziani, circa seicentomila uomini a piedi, senza contare le donne e i fanciulli, portandosi appresso le ossa di Giuseppe (Esodo 13:19) e iniziando così il grande esodo che li condurrà in quarant’anni, attraverso deserti e popolazioni ostili, nella terra di Canaan.

Quel giorno, stabilito come istituzione perpetua in onore del Signore, avrebbe dovuto essere ricordato per sempre, d’età in età, e celebrato da “tutta la comunità d’Israele, riunita”, il primo mese, il quattordicesimo giorno del mese, sull’imbrunire. «Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione, e lo celebrerete come una festa in onore del SIGNORE; lo celebrerete di età in età come una legge perenne.» (Esodo 12:14)

«Quando i vostri figli vi diranno: “Che significa per voi questo rito?” risponderete: "Questo è il sacrificio della Pasqua in onore del Signore, il quale passò oltre le case dei figli d'Israele in Egitto, quando colpì gli Egiziani e salvò le nostre case"». Esodo 12:26-27

Dal quindicesimo giorno iniziava poi per tutto il popolo un tempo di austerità e riflessione, sino al settimo giorno, culminante con una santa convocazione.

«Il quindicesimo giorno dello stesso mese sarà la festa dei pani azzimi in onore del Signore; per sette giorni mangerete pane senza lievito. Il primo giorno avrete una santa convocazione; …. il settimo giorno si avrà una santa convocazione.» (Lev. 23:6-8)

Nulla hanno a che vedere con la Pasqua stabilita dalla Torah, quindi, tutti quegli usi e cerimoniali introdotti dalla tradizione umana e così tanto diffusi nell’ebraismo d’oggi al punto che sovente viene perso di vista il profondo significato di austerità, timore e solenne raccoglimento dell’intero popolo attorno al suo Dio.

Per ben comprendere la cronologia degli avvenimenti – anche neotestamentari - bisogna tenere presente che a quel tempo l’anno ebraico era composto di dodici mesi che cominciavano con l’autunno (il primo dei mesi era Ethanim) ma dopo l’esilio babilonese l’anno prese a cominciare, seguendo l’uso caldeo, in primavera, con il mese di Nisan o Abib (marzo/aprile).2

La prima Pasqua, quindi, fu celebrata in autunno e non in primavera, nella terra di Goscen, posta tra l’estuario del Nilo e il deserto di Sur, intorno a 1500 anni a.C.

I giorni si contavano da tramonto a tramonto e il quattordicesimo giorno in cui ricorreva la Pasqua, iniziava al tramonto e terminava con il tramonto successivo, la qual cosa avveniva pure ai tempi di Gesù, anche se i Romani contavano le ore come si fa ancora oggi.

I giorni della settimana, poi, non avevano nomi specifici ma, come in Genesi, erano nominati primo, secondo, terzo, etc. tranne l’ultimo, che era il sabato.

La Pasqua doveva coincidere con il quattordicesimo giorno del primo mese dell’anno ebraico, il mese di Abib o Nisan dopo l’esilio babilonese, tempo di fioritura del fico, delle messi d’orzo e di grano ancora verdeggianti, e poteva cadere in un qualunque giorno della settimana. Quel giorno, per la sua solennità, era denominato “gran sabato” anche se si trattava di uno qualunque degli altri giorni della settimana.

Gesù Cristo come ultimo atto della sua vita, volle celebrare la Pasqua, insieme agli Apostoli, uniformandosi al comandamento dato da Dio a Mosè.

«Venne il giorno degli azzimi, nel quale si doveva sacrificare la pasqua. Gesù mandò Pietro e Giovanni, dicendo: Andate a prepararci la cena pasquale, affinché la mangiamo… ho vivamente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima di soffrire …» (Luca 22:7-16)

E la Pasqua cristiana? Ma via! Anche il lettore più distratto percepisce che dell’istituzione di tale ricorrenza non v’è traccia nei Vangeli come in tutto il Nuovo Testamento.

La liturgia cattolica della settimana santa, frutto di tradizioni multisecolari, è comunque infarcita di errori ed enormità.

La più macroscopica incongruenza è l’aver fatto morire Gesù il venerdì pomeriggio, sesto giorno della settimana del calendario ebraico, e fatto risorgere all’alba della domenica (primo giorno della settimana del calendario ebraico).

Dove sono i tre giorni e le tre notti profetizzati da Gesù, nei quali il suo corpo doveva rimanere nel cuore della terra?

«Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figliuolo dell’uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti.» (Matteo 12:40)

Gli stessi capi dei sacerdoti e dei farisei, che temevano la sottrazione del corpo di Gesù, recatisi da Pilato il giorno successivo alla Preparazione, chiesero che il sepolcro fosse custodito, «perché quel seduttore, mentre viveva ancora, disse: "Dopo tre giorni, risusciterò"» e ottenutone il permesso, sigillarono il sepolcro e vi misero le loro guardie» (Matteo 27:62-66)

La cronologia degli avvenimenti è riportata nella tabella allegata.3

La seconda macroscopica liturgia fuorviante è quella del Venerdì Santo e della Via Crucis.

Gesù fu condotto all’alba, proveniente dal Sinedrio, alla fortezza (nel pretorio), da Pilato, dove fu interrogato (Giovanni 18:28 a 19: 12) e dove prese la decisone di liberare Barabba. Gesù fu flagellato, coronato di spine, coperto da un manto di porpora, deriso e schiaffeggiato.

Dopo di questo, risultati vani i tentativi di liberarlo, Pilato, nella stessa mattinata, condusse Gesù all’aperto e si mise a sedere in tribunale nel luogo detto Lastrico e in ebraico Gabbatà. Era la preparazione della Pasqua ed era l’ora sesta - ore 6 romane - (Giovanni 13:14)

Fatto un ultimo tentativo di salvarlo e impaurito dalle urla concitate della folla, lo consegnò perché fosse crocifisso (Giovanni 19:15-16)

«Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, dove lo crocifissero, assieme ad altri due, uno di qua, l’altro di la, e Gesù nel mezzo.» (Giovanni 19:17-18).

Il luogo era vicino alla città (Giovanni 19:20) e la crocifissione avvenne all’ora sesta (mezzogiorno).4

Da quel momento, sino all’ora nona, momento della morte, tutto il paese fu avvolto nelle tenebre.

«Allora i giudei, perché i corpi non rimanesse appesi durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe» il che fu fatto ai due malfattori, ma non a Gesù, che era già morto.

Lo scopo ultimo del Vangelo di Giovanni è riassunto nel versetto 35 del capitolo 19: «Colui che ha visto, ne ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera; ed egli sa di dire il vero, affinché anche voi crediate»

Nella liturgia cattolica del Venerdì Santo il percorso compiuto da Gesù dalla Fortezza al Golgota è volutamente diluito in un tempo che sembra non debba avere mai fine e le sofferenze di Cristo moltiplicate. La processione si svolge attraverso quattordici stazioni e contiene avvenimenti mai narrati nei Vangeli (le tre cadute, incontro con la madre, incontro con Veronica, consolazione delle donne, fustigazione prima della crocifissione) e il messaggio che passa inosservato, è sempre lo stesso: ma che cattivi questi ebrei!5

Omettendo accuratamente di annotare che Gesù, gli apostoli, e anche parte della folla che includeva sua madre, erano israeliti, sulla scia del cosiddetto credo apostolico (che con gli Apostoli non ha nulla a che vedere), il quale relega Gesù e Maria nel limbo degli apolidi.

«Sono contento, come tutti d’altronde, che la Chiesa cominci a considerarli (gli ebrei) più obiettivamente e che abbia soppresso nella liturgia (del Venerdì Santo) l’insulto gratuito, causa di tanti delitti, che dice: Perfidi Judaei e perfidia judaica».6

Così scriveva Roger Peyrefitte in relazione a quell’abominevole, plurisecolare liturgia per la quale dopo la preghiera pro perfidis judaeis del Venerdi Santo Pio XII aveva prescritto che ci si dovesse inginocchiare.

«È curioso notare come per tanti secoli i cristiani abbiano pregato per loro e nello stesso tempo li abbiano perseguitati.».

 

Chiudo con le parole di Giovanni:

«E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie» (Giovanni 3:14-21)

 

Detto questo, non mi rimane che augurare una Pasqua di pace per tutti i lettori del Nuovo Monitore Napoletano.

 

 

Note

Foto di copertina: lucerna in terracotta di epoca romana.

1. I testi biblici sono tratti dalla versione Nuova Riveduta - Società Biblica Britannica e Forestiera, Roma, 1995.

2. Calendario ebraico, in G. Luzzi, La Bibbia tradotta dai testi originali e annotata – Sua storia e storia d’Israel, Firenze, 1927, pp. 315-316.

3. Cronologia della Pasqua ebraica e avvenimenti neotestamentari (elaborazione excel convertita JPG).

4. Cartina prospettica di Gerusalemme ai tempi di Gesù.

5. Via dolorosa, 14 stations of the cross, edito a jaffa nel 1927 (la Palestina era sotto mandato britannico dopo il dissolvimento dell’impero ottomano), uno striscione lungo cm 60 e alto 6, raccolto ad organetto, Al Afgany, Jaffa, Palestine, 1927 (in inglese e polacco). Le 14 stazioni (traduzione) sono così suddivise: 1) Gesù Cristo in tribunale; 2) Gesù porta la croce; 3) Cade la prima volta; 4) Incontra la Madre; 5) Simone di Cirene; 6) Gesù e Veronica; 7) La seconda caduta; 8) Consola le donne; 9) La terza caduta; 10) La fustigazione; 11) È inchiodato; 12) La crocifissione; 13) È tolto dalla croce; 14) È posto nel sepolcro.

6. R. Peyrefitte, Gli Ebrei, Loganesi &C, Milano, 1972, Vol. I.

 

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