Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Sapere della scienza e del senso comune

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Molti studiosi hanno sottolineato la difficoltà di combinare in modo coerente l’immagine scientifica e l’immagine manifesta del mondo.

La prima è quella fornitaci dalla scienza, soprattutto contemporanea, con il suo ricco apparato di entità teoriche non osservabili.

La seconda è la rappresentazione comune di noi stessi in quanto dotati di intenzioni e significati, rappresentazione che si riverbera sul mondo circostante rendendolo, per l’appunto, “umano”. Si tratta, in sostanza, dell’immagine del mondo del senso comune.

Che cosa significa tuttavia tale termine? Il senso comune può ad esempio essere definito nel modo seguente:

L’insieme organico delle certezze di fatto e di principio che sono comuni a ogni uomo e precedono ogni riflessione critica. In questa accezione gnoseologica il senso comune è un termine moderno, usato soprattutto da Vico (sensus communis) e da Thomas Reid (common sense); ma esso era conosciuto anche dai greci (le koinài ènnoiai o koinòs nous degli Stoici) e dai romani (la communis consensio di Cicerone).

I contenuti del senso comune sono essenzialmente l’universo, l’io come soggetto qualificato dall’anima, l’ordine morale o legge naturale e Dio.

In modo analogo, il senso comune comprende:

un insieme indeterminato di opinioni e di cognizioni condivise quasi universalmente, che si impongono o per la loro evidenza o per il loro valore pratico, o anche per l’autorità della tradizione.

Per Aristotele il senso comune è una specie di senso interno che ci dà la coscienza della sensazione e, al tempo stesso, coordina i dati offertici dai singoli sensi particolari (udito, vista, etc.): esso costituisce quindi l’unità del soggetto senziente di fronte all’oggetto sentito.

 

La scuola scozzese del senso comune (Reid) ammette senza discussione come validi i principi accolti da tutti gli uomini, oppure “così indispensabili nella condotta della vita che il rinunziarvi equivale a cadere in numerose assurdità speculative e pratiche” (Reid), e anzitutto afferma l’esistenza reale dell’oggetto, indipendentemente dall’attività percettiva del soggetto.

Chi adotta un punto di vista ermeneutico sarà d’altra parte indotto a sostenere che l’aspirazione primaria anche della ricerca scientifica è l’interpretazione, vale a dire il ritrovamento delle cause e la spiegazione razionale dei fatti. Tuttavia ogni spiegazione scientifica, per un ermeneuta, si applica a un oggetto predeterminato in qualche misura da un’interpretazione anteriore e più vasta di quella che le varie scienze possono elaborare.

Ai nostri giorni, è stato Gadamer a sostenerlo con forza, e infatti il suo Verità e metodo intende dimostrare la tesi seguente:

Il fenomeno della comprensione e della retta interpretazione del compreso non è solo un problema specialistico di metodologia delle scienze dello spirito. Nella comprensione di ciò che è trasmesso non si comprendono solo dei testi, ma si acquistano delle idee e si conoscono delle verità. Non solo il fenomeno del comprendere impronta di sé tutti i rapporti dell’uomo col mondo. Esso ha una validità autonoma anche nell’ambito della scienza, e si rifiuta al tentativo che vorrebbe ridurlo a una questione di metodo scientifico. La ricerca che segue si ricollega a questa resistenza che, all’interno della scienza moderna, si oppone alla pretesa di universale dominio della metodologia scientifica. Il suo intento è quello di studiare, ovunque essa si dia, l’esperienza di verità che oltrepassa l’ambito sottoposto al controllo della metodologia scientifica, e di ricercarne la specifica legittimazione.

Il filosofo tedesco non menziona direttamente il senso comune, giacché al centro dei suoi interessi si colloca l’interpretazione rintracciabile nella conoscenza filosofica e storica (e pure in quella artistica).

Tuttavia l’interpretazione gli fornisce la base per contestare in modo radicale le pretese di universalità e di assolutezza delle scienze particolari. A suo avviso esiste una “pre-interpretazione” realmente universale e assoluta, che fonda il sapere di qualsiasi tipo esso sia. Ecco perché, egli continua,

Le scienze dello spirito vengono così ad avvicinarsi a quei tipi di esperienza che stanno al di fuori della scienza: all’esperienza filosofica, all’esperienza dell’arte, all’esperienza della storia stessa.

Tutte queste sono forme di esperienza in cui si annuncia una verità che non può essere verificata con i mezzi metodici della scienza. Di ciò, la filosofia di oggi ha una coscienza molto precisa.

La “pre-comprensione” di cui parla Gadamer è, secondo alcuni autori, identificabile proprio con quella dei giudizi di senso comune, poiché filosofia, arte, storia e la stessa scienza costituiscono tipi di conoscenza inevitabilmente influenzati da fattori temporali e linguistici, mentre il senso comune trascende le differenze storico-culturali.

Sarebbe pertanto la logica stessa della ricerca scientifica a farci riconoscere, riflettendo, un sistema di giudizi in cui la ricerca si inserisce spontaneamente. A tale sistema di giudizi, secondo Antonio Livi,

Appartengono ad esempio i primi principi speculativi, come il principio di non-contraddizione, essenziale per la razionalità scientifica; ma ad esso appartengono altresì l’evidenza della causalità, che mette in moto la ricerca delle cause non ancora scoperte nei fenomeni osservati, e soprattutto (perché fondante) l’evidenza che i fenomeni appaiono in un contesto unitario e coerente, caratterizzato dalla razionalità.

Risulta però essenziale notare al riguardo che l’appello di Gadamer alla pre-comprensione non è sufficiente, se dal punto di vista ontologico la scienza ci fa capire che le cose potrebbero essere diverse da come noi le vediamo.

Occorre dunque l’appello alla realtà, qualunque essa sia. Rorty, Putnam e altri rifiutano questa prospettiva, che è poi quella del realismo metafisico, perché non ammettono che la realtà possa trascendere le nostre capacità conoscitive: il loro intento è ridurre la realtà alla nostra dimensione.

Gadamer e l’ermeneutica compiono in fondo la stessa operazione, confermando così l’intuizione rortyana di un progressivo avvicinamento tra analitici ed ermeneuti. Si ha dunque il rifiuto del limite, che è poi è il rifiuto di una realtà che trascende l’uomo. Ma si noti subito che quella del realismo metafisico non è - in termini kantiani - una realtà che non si può conoscere per definizione, bensì qualcosa che potremmo anche non arrivare a conoscere in modo esaustivo. E qui il condizionale gioca un ruolo chiave: si tratta di un concetto-limite.

D’altro canto, non v’è dubbio che la scienza - e la fisica in particolare - nasce dall’osservazione dei fenomeni. Nel notare che l’ambito fenomenologico della fisica classica è quello che cade direttamente sotto i sensi, il fisico Giulio Passatore sottolinea:

È tuttavia profondo il contrasto tra fisica classica e senso comune, intendendo con questo l’abitudine mentale che deriva dalla percezione immediata delle cose.

È essenziale alla fisica la critica dell’osservazione. Esempio significativo è la legge di inerzia. L’osservazione immediata, e con essa il senso comune, non riescono a coglierla perché non riescono a separare gli elementi essenziali da quelli concomitanti.

Per arrivare ad essa è necessario un procedimento limite che porti al concetto astratto di assenza di interazioni tra i corpi.

Da questo processo deriva quell’idea fondamentale, nota come principio di relatività galileiano, che stabilisce l’equivalenza di tutti gli osservatori inerziali agli effetti della formulazione delle leggi meccaniche demolendo così la nozione di fermo assoluto.

La rottura con il senso comune che liberò l’elettromagnetismo dalla prigione anti-galileiana, fu estremamente faticosa. Essa avvenne grazie allo scontro con un fatto fenomenologico nuovo, scoperto uscendo dalla fenomenologia che è oggetto diretto dei sensi.

D’altro canto, l’accettazione dei dettami del senso comune è tutt’altro che scontata in ambito filosofico.

Lo si può desumere da queste polemiche espressioni del popperiano Bryan Magee, in cui è nettamente percepibile l’ostilità verso una certa parte della tradizione analitica britannica:

Considero l’esaltazione del senso comune una catastrofe intellettuale.

A prescindere da qualsiasi altra considerazione “filosofica”, non dobbiamo dimenticare che la scienza moderna ha dimostrato come dietro ogni momento della nostra esperienza si nasconda una miriade di verità e realtà non percepite in alcun modo dal senso comune, verità e realtà spesso stupefacenti e tutt’altro che intuitive, talora molto difficili da comprendere e accettare anche quando le troviamo vere.

È quanto accade per esempio con la nozione secondo la quale ogni oggetto fisico del nostro ambiente è un turbinio di molecole e di atomi, composti a loro volta da particelle subatomiche che si muovono di moto casuale e con velocità vicine a quelle della luce.

Che tutto questo sia trasformabile in energia e che ogni oggetto fisico sia uno spazio carico di forze non rientra certamente nel modo comune di vedere le cose. Né vi rientra l’idea che l’aria intorno a noi sia satura di onde invisibili che trasportano informazioni, come le onde televisive e radiofoniche, e possieda molte altre proprietà analizzabili.

Persino un concetto così basilare come quello che viviamo su di una gigantesca sfera che ruota intorno al proprio asse a una velocità di superficie di diverse migliaia di chilometri all’ora e contemporaneamente si muove nello spazio, va (sarei tentato di dire “violentemente”) contro la nostra intuizione.

È chiaro dunque che tutti i tentativi di difendere una concezione del mondo basata sul senso comune sono destinati a fallire sul nascere: sono anacronistici e oscurantistici - sono “dinosaurismo” della peggiore specie.

Per non calcare troppo la mano, mi limiterò a dire che una concezione del mondo che si richiami al senso comune può essere soltanto la metafisica di chi non riflette.

Russell, più esplicito di me, l’ha definita la metafisica dell’età della pietra. C’è un passo in particolare del suo libro I problemi della filosofia che amo citare:

«Il senso comune ci lascia dunque completamente all’oscuro per ciò che riguarda la vera e intrinseca natura degli oggetti fisici, e se ci fossero buone ragioni per considerarli mentali, non potremmo legittimamente respingere questa opinione semplicemente perché ci suona strana. La verità circa gli oggetti fisici deve essere strana».

Rammentando, ancora una volta, che nulla ci assicura circa l’effettiva verità dell’immagine del mondo del senso comune, possiamo ora chiederci se in base a essa si possa costruire una vera e propria ontologia.

Barry Smith ha indubbiamente ragione quando nota che «I filosofi contemporanei hanno rifiutato (con poche eccezioni) di vedere il mondo dell’esperienza quotidiana come un oggetto di considerazione teoretica».

Ne consegue, a suo avviso, l’opportunità di trattare il mondo del senso comune «sotto il profilo ontologico, come legittimo oggetto di un’indagine autonoma».

Non solo: tale indagine può aiutare a comprendere le strutture sia della realtà fisica che della cognizione.

Abbiamo posto in corsivo “realtà fisica” per un motivo che dovrebbe essere evidente. Da un lato Smith sembra astenersi dal procedere all’identificazione tra realtà fisica e mondo del senso comune, identificazione che è invece abbastanza diffusa (anche se spesso non esplicitata) nella filosofia contemporanea: essa sembra caratterizzare, ad esempio, le tesi di Richard Rorty e - almeno in una certa misura - quelle di Donald Davidson.

Dall’altro, tuttavia, Smith lascia subito intendere che il senso comune svolge un ruolo assai rilevante nella determinazione della struttura della realtà, il che significa, per dirla in modo più tradizionale, nel fare ontologia.

 

 

 

 

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