Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

I confini della nostra conoscenza

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Quando si afferma che la storia ha un “significato” e uno “scopo”, si presuppone in sostanza che tutto ciò che appartiene alla storia sia, oltre che comprensibile, anche giustificato.

Tuttavia una filosofia della storia, nelle vesti in cui venne concepita in particolare nel secolo scorso, è possibile soltanto se la storia “finisce” (o “sta” finendo), poiché solo in quel caso il significato della storia può essere compreso in termini globali.

Non è difficile capire che è davvero così, poiché in qualsiasi periodo storico gli uomini sono in grado di avere una coscienza soltanto parziale del divenire: si tratta, per l’appunto, di una coscienza legata al particolare periodo in cui essi si trovano a condurre le loro esistenze.

Il significato globale della storia - e il significato complessivo della loro stessa epoca - sono entità che sfuggono agli uomini, esseri limitati che assai spesso non possono neppure discernere le conseguenze delle loro azioni. Pertanto una vera filosofia della storia può aversi solo con il conseguimento di una conoscenza molto più perfetta di quella in nostro possesso.

E’ una conoscenza assoluta ad essere presupposta, un tipo di conoscenza in grado di illuminare lo scenario della storia in modo definitivo così da rendere l’uomo finalmente autocosciente e, quindi, felice (anche se si potrebbe osservare che, in questo caso, la felicità è un risultato tutt’altro che scontato).

E’ chiaro, tuttavia, che un simile quadro pone dei problemi di ben difficile soluzione.

La filosofia della storia ha bisogno per raggiungere il suo stadio definitivo della “fine” della storia, in quanto il giungere al suddetto stadio definitivo implica avere piena coscienza di ciò che si è conseguito.

 

Ma come determinare la data in cui la storia è effettivamente finita?

A partire dal secolo scorso fino a giungere alle tesi di Fukuyama, formulate proprio ai giorni nostri, molti sono stati gli annunci della fine della storia e - inutile sottolinearlo - nessuno di essi si è rivelato fondato. Chi può in realtà sapere quando la storia è davvero giunta al suo compimento?

A ben guardare, è la presunzione di aver finalmente compreso il significato globale della storia a fissare le varie date finora proposte come “fine”, e ogni annuncio della fine, a sua volta, si identifica con l’opera mediante la quale un certo filosofo ha inteso spiegarci la sua nozione di “filosofia della storia” e di “fine della storia”.

Le sole prove che abbiamo, in ultima istanza, sono le pagine delle opere scritte da alcuni filosofi della storia degli ultimi secoli. Né la situazione migliora se volgiamo la nostra attenzione al tempo “post-storico” (o “post-moderno”, il che è in effetti la stessa cosa). Per quanto popolare il concetto di post-modernità possa essere oggi, nessuno è in grado di specificare che cosa significa vivere in un tempo post-storico.

In effetti il termine “post-modernità” ha assunto, nella filosofia dei nostri giorni, un ruolo di grande importanza. Prendendo spunto da alcune considerazioni di Nietzsche e di Heidegger, alcuni pensatori contemporanei sono giunti alla conclusione che l’epoca moderna, dominata dall’idea di storia del pensiero come progressiva “illuminazione”, è finita, ragion per cui saremmo ora entrati in un periodo definibile, appunto, come post-moderno.

Tra i sostenitori di questa tesi vi è Gianni Vattimo, il quale afferma: «Quel che caratterizza la fine della storia nell’esperienza post-moderna è che, mentre nella teoria la nozione di storicità si fa sempre più problematica, nella pratica storiografica e nella sua autoconsapevolezza metodologica l’idea di una storia come processo unitario si dissolve.»

L’emancipazione dell’uomo consiste certo anche, come vuole Sartre, nel riappropriarsi del senso della storia da parte di coloro che concretamente la fanno. Ma questa riappropriazione è una “dissoluzione”: Sartre scrive che il senso della storia deve “dissolversi” negli uomini concreti che, insieme, la costruiscono. Questa dissoluzione va intesa in un senso molto più letterale di quanto non la intenda Sartre. Del senso della storia ci si riappropria a patto di accettare che essa non ha un senso di peso e perentorietà metafisica e teologica.

Tali argomentazioni rivestono un grande interesse, non solo per il loro valore intrinseco, ma anche - e soprattutto - come manifestazione evidente dello spirito che domina buona parte del pensiero filosofico odierno. Sostiene dunque Vattimo che Nietzsche e Heidegger, negando radicalmente la nozione di fondamento, si trovano nella condizione, da un lato, di dover prendere criticamente le distanze dal pensiero occidentale in quanto pensiero del fondamento; dall’altro, però, non possono criticare questo stesso pensiero in nome di un’altra - e più vera - fondazione. Non avrebbe allora più senso parlare di “progresso”, essendo ormai finita la storia intesa come succedersi di epoche in cui ognuna apporta idee nuove e un affinamento della nostra comprensione del mondo rispetto alle precedenti.

Collocandosi da questo punto di vista, Vattimo può affermare che il marxismo è fallito perché, non accorgendosi della crisi irreversibile dell’umanismo, ha preteso invece di rinnovarlo proponendo un’immagine utopica dell’uomo da conseguire mediante la rivoluzione.

La conclusione è che l’uomo contemporaneo, per realizzarsi compiutamente, deve accettare il suo destino, che è poi quello di vivere in un “mondo debole” in cui anche il pensiero non può essere che debole, un mondo nel quale «l’essere si dissolve nei reticoli di una società trasformata sempre più in un sensibilissimo organismo di comunicazione.»

Ma la nozione di post-modernità - è importante notarlo - ha ormai fatto breccia in tutti gli ambienti intellettuali, tanto che alcuni autori parlano, oggi, di “socialismo post-moderno” e di una sinistra moderna ormai superata e destinata ad essere rimpiazzata da un sinistra post-moderna.

In effetti, la stessa nozione di “modernità” è molto ambigua. Da tutto ciò si può trarre un’importante lezione.

La conoscenza del filosofo, come quello dello storico o dello scienziato, è per forza di cose limitata al presente, e l’aggiunta di un “post-qualcosa” non è in grado di modificare tale situazione. Il filosofo non può dirci in che cosa consista il tempo post-storico per il semplice fatto che egli, come tutti gli esseri umani, vive nella storia e non al di là di essa.

L’uomo è per definizione incapace di conseguire un qualsiasi tipo di conoscenza assoluta, anche se può immaginare che la conoscenza assoluta esista.

La “fine della storia”, pertanto, si rivela una mera astrazione, il cui conseguimento porterebbe al trascendimento della natura intrinsecamente limitata dell’uomo.

Ma - lo si noti - questo stesso fatto rende la filosofia della storia (nel senso sopra specificato) impossibile. Essa si rivela per quel che effettivamente è: una delle tante illusioni che la grande versatilità delle nostre capacità concettuali ha generato.

Lo storicismo è una particolare corrente filosofica, e non è legittimo parlare della sua fine perché, sin dagli inizi della storia del pensiero, le dottrine filosofiche, più che finire, attraversano periodi di splendore cui seguono fasi di crisi e altri periodi di riscoperta.

Giacché l’illusione dell’autotrascendimento e del superamento dei limiti è una caratteristica insita nella natura umana, non v’è motivo di pensare che tale illusione sia davvero finita: i nostri successori continueranno a illudersi proprio come abbiamo fatto noi e coloro che ci hanno preceduto.

L’antidoto a tutto ciò - ma si tratta di un antidoto debole, che non è in grado di contrastare la seduzione delle illusioni - consiste nel considerare la storia come sede delle azioni umane, azioni che a loro volta si compiono in uno scenario del tutto contingente. Sfuggire alla dimensione della contingenza significa, se si vuol essere coerenti, introdurre nella storia elementi non umani, vale a dire fattori che rimandano a qualcosa in grado di conferire un significato ultimo alle azioni e alla storia stessa.

Ma ciò è un’ulteriore prova del fatto che una filosofia della storia non può essere radicalmente autonoma.

 

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