Natale 1942: ricordi e riflessioni

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L’inverno del 1942 fu molto rigido anche a Firenze, la mia città.

Era un Natale di guerra e ho un ricordo particolare di quel giorno: nel pomeriggio, dopo pranzo, avevo un gran caldo, una sensazione insolita, che non riuscivo a spiegare, di solito pativo il freddo invernale.

La nostra casa era sempre fredda, solo la piccola cucina riscaldata, nelle stanze da letto, alla sera, ci si coricava con una temperatura poco superiore all’ambiente esterno.

Ho compreso in seguito che quella sensazione di calore e di benessere era dovuta al cibo più abbondante del giorno di festa.

Gli altri giorni i pasti erano regolati dalla tessera annonaria istituita dal 1940 con la dichiarazione di guerra, che prevedeva non più di centocinquanta grammi di pane al giorno, con gli altri generi alimentari tutti rigidamente razionati.

Alla fine della cena di solito si raccoglievano le briciole di pane sulla tavola con le dita e a letto lo stomaco vuoto ritardava notevolmente la presa del sonno.

Non esisteva ancora il “mercato nero” che l’anno seguente avrebbe consentito un certo miglioramento.

 

Quel Natale trascorse in serenità: la famiglia riunita, mio padre in licenza, c’era la mamma, un fratellino più piccolo e la nonna materna, vedova, che conviveva con noi. Nel pomeriggio vennero a trovarci alcuni parenti della nonna.

La guerra pareva lontana, le battaglie decisive si combattevano nel nord dell’Africa e in Russia, ma dopo le rapide vittorie degli anni precedenti si cominciava a rendersi conto che la Blitzkrieg, la guerra lampo di Hitler, e lo stentoreo “vincere e vinceremo” di Mussolini da palazzo Venezia, erano slogan di propaganda e che l’esito finale non era scontato.

L’esercito tedesco era stato fermato a pochi chilometri da Mosca e anche nel nord Africa l’avanzata italo-tedesca si era arrestata.

Ovviamente le informazioni sull’andamento del conflitto tramite radio, giornali e cinegiornale Lux, attentamente controllate dal regime, erano falsamente ottimistiche.

Anche le conseguenze nefaste delle leggi razziali, approvate quattro anni prima, erano sottaciute in Italia ed erano omessi i rastrellamenti e lo sterminio degli ebrei nei territori occupati dall’esercito nazista. 

Il regime fascista continuava imperterrito nei suoi riti: il sabato pomeriggio, vestito da balilla dovevo partecipare alle esercitazioni che consistevano nel marciare a passo militare e, al comando dell’avanguardista di turno.  eseguire “passo” e “cadenza”, cioè battere i piedi con forza a terra rispettivamente una e tre volte. Non comprendevo (e non lo comprendo ancora) il significato di quel rituale, sbagliavo la manovra, ed ero aspramente redarguito.

L’oscuramento notturno era obbligatorio, ma la nostra città era stata fino ad allora risparmiata dai bombardamenti degli alleati sulle città italiane con centinaia di morti.

Nel Natale del 1942 pochi comunque potevano prevedere il precipitare degli eventi nell’anno successivo: la sconfitta a Stalingrado e ad El Alamein in Africa, lo sbarco degli alleati in Sicilia, la caduta del fascismo il 25 luglio, l’armistizio dell’8 settembre, l’invasione tedesca non più come alleati, i rastrellamenti e le deportazioni.

Bisognava attendere il 1944 per festeggiare il primo Natale in libertà a Firenze e l’anno successivo nell’Italia intera.

Per coloro che hanno avuto in sorte una vita prolungata, come chi scrive, i Natali del dopoguerra si sono susseguiti uno dopo l’altro in situazioni diverse, quasi sempre ruotando intorno al nucleo familiare.

Inizialmente furono difficili per gran parte della popolazione stremata dagli eventi bellici, ma ricchi di speranze e voglia di vivere, poi i natali del miracolo economico con pranzi anche troppo abbondanti; alcuni furono tristi per la prematura scomparsa di persone care, altri festosi circondati da figli e nipoti.

La festività natalizia è stata sempre una ricorrenza importante, una pausa per riflettere sugli avvenimenti lasciati alle spalle, e insieme la speranza di un futuro migliore.

Nonostante gli attacchi ripetuti la democrazia italiana “teneva”, merito della Costituzione frutto della resistenza antifascista, e per tutta la seconda metà del secolo scorso, in Italia e in Europa, il Natale è stato celebrato in pace.

Purtroppo nel resto del mondo si susseguivano una serie ininterrotta e spaventosa di guerre, stragi e violenze di ogni genere.

Il Natale del 1999 chiudeva il secolo ventesimo con un pesante bilancio di due guerre mondiali, le bombe atomiche, i gulag stalinisti, i campi di concentramento nazisti.

L’impressionante sviluppo tecnologico aveva portato l’uomo sulla luna, migliorato le condizioni di vita di milioni di persone, ed accompagnato, senza impedirli, questi terribili avvenimenti.

Nel nuovo millennio si iniziava a percepire la necessità di affrontare globalmente i problemi: il cambiamento climatico incombente, l’aumento della popolazione mondiale, le disuguaglianze persistenti, i crescenti flussi migratori.

Il Natale 2021, caratterizzato dal blocco totale degli spostamenti di ogni tipo, esseri umani e merci, dovuto alla pandemia, aveva rappresentato una pausa di ripensamento, in attesa di un nuovo modello di sviluppo mondiale.

La situazione si è complicata con l’aggressione della Russia all’Ucraina nel febbraio del 2022 che ha portato la guerra nel cuore dell’Europa, provocato variati ed imprevedibili rapporti tra le superpotenze e addirittura la possibilità di una guerra nucleare.

Nei mesi che precedono questo Natale l’esercito russo sta costringendo l’intera popolazione ucraina ad un Natale di freddo e di fame distruggendo sistematicamente le centrali elettriche ed i servizi pubblici e terrorizzandola con continui bombardamenti.

Ottanta anni fa, nel Natale 1942 citato all’inizio, Leningrado, oggi San Pietroburgo, era sotto assedio da parte dell’esercito tedesco che aveva invaso la Russia.  

Una popolazione di tre milioni di persone rimase per novecento giorni sotto i cannoni che sparavano sulla città giorno e notte, senza cibo né acqua.

In soli due mesi, nel gennaio e nel febbraio di quell’anno 200mila russi morirono di freddo e di fame. 

Sono episodi schizofrenici della storia umana con le vittime che divengono carnefici guidati da dittatori con mire imperialistiche.

Chi è affetto da megalomania dovrebbe essere costretto a rivedere più volte l’immagine della Terra dallo spazio, un piccolo globo azzurro, sperduto nell’immensità dell’universo, abitato da miliardi di esseri umani, senza alcuna possibilità di fuga in pianeti distanti anni luce.

Questo Natale è l’occasione per un bagno di umiltà e per promuovere la pace.

 

 

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