Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il genocidio armeno

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Un oltraggio nei confronti della storia e delle vittime sarebbe non ricordare il Genocidio Armeno, uno scientifico e preordinato sterminio che ebbe inizio il 24 aprile del 1915.

L’Armenia è una regione situata tra l’Eufrate e il Caucaso, gravitante intorno ai laghi di Van, Sevan e Urmia.

Gli armeni, d’origine indoeuropea, vi giunsero intorno al VII secolo a.C. e il loro nome era già noto allo storico greco Erodoto.

Nel 301 d.C., ancora prima dell’editto di tolleranza promulgato da Costantino il Grande, il re Tiridate III adottò il cristianesimo come religione di Stato e costituì così il primo regno cristiano della storia.

Con il declino dell’Impero Romano, gli armeni caddero sia sotto l’influenza di Bisanzio, sia sotto quella persiana, infine subirono, dal VII secolo, la dominazione araba, conservando però sempre una forte identità cristiana e costituendo una Chiesa nazionale. Dal XVI secolo in poi, gran parte del loro territorio cadde sotto la dominazione dei Turchi ottomani.

Le prime persecuzioni turche contro gli armeni si verificarono nel 1895 e nel 1896, causando la morte di almeno 50.000 persone, ma fu nel Novecento che la tragedia ebbe il suo epilogo, con l’avvento dei cosiddetti Giovani Turchi alla guida dello Stato ottomano.

 

Il movente fondamentale che ispirò l’azione di governo dei Giovani Turchi fu l’ideologia panturchista, il sogno di un immenso territorio dal Mediterraneo all’altopiano turanico e la determinazione a riformare lo Stato su una base monoetnica, linguisticamente e culturalmente omogenea.

Armeni, greci, assiri, ebrei: l’Impero ottomano era costituito di fatto da un mosaico di etnie e religioni.

La popolazione armena, la più numerosa, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di uguaglianza, costituiva un ostacolo al progetto di omogeneizzazione del regime.

L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico.

Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni che servì da base economica alla futura repubblica kemalista. La pianificazione avviene tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915, con l’aiuto di consiglieri tedeschi, data l’alleanza tra Germania e Turchia.

Il Comitato Centrale del Partito Unione e Progresso pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare diretta da due medici, Nazim e Chakir, formata da circa 30.000 criminali liberati dalle carceri.

24 aprile 1915.

A Costantinopoli per tutta la giornata un’aria primaverile proveniente dal Bosforo aveva soffiato sui tetti delle case. Due giorni ancora e sarebbe stata domenica, festa per tutte le famiglie armene cristiane che l’avrebbero celebrata nelle chiese della città.

Ma quella stessa notte iniziò la discesa agli inferi. L’odio dei vertici ottomani, che covava sordido sotto la cenere del disprezzo, stava per accendere le fiamme stesse di un umano inferno. Proprio quel venerdì sera gli ordini dei massimi dirigenti turchi furono precisi: cancellare un popolo dalla faccia della terra.

Quella notte furono arrestati gli intellettuali armeni presenti in città. Scomparvero oltre duemilacinquecento persone appartenenti alla classe dirigente, tra cui giornalisti, scrittori, avvocati e persino deputati al Parlamento.

Queste persone vennero deportate e chi sopravvisse al duro tragitto venne massacrato una volta giunto a destinazione. Dopo aver eliminato la classe dirigente il governo turco, con un altro decreto emesso nel 1915, ordinò il disarmo di tutti i 350 mila militari armeni arruolatisi per la guerra, che vennero arrestati e massacrati fino all’ultimo.

Fece quindi seguito la deportazione dell’intera popolazione armena verso la parte meridionale dell’Anatolia, la Siria e la Mesopotamia. L’assemblea turca del Partito di governo deliberò di aver «deciso di annientare tutti gli armeni viventi in Turchia, senza lasciarne vivo nemmeno uno e a questo riguardo è stato dato al governo ampia libertà d’azione…»

Il Ministro dell’Interno turco Talaat aggiunse, a fugare ogni dubbio: «il luogo di esilio di questa gente sediziosa è l’annientamento”, precisando che “il numero settimanale dei morti durante gli ultimi giorni non è soddisfacente.»

Durante la deportazione la gran parte della popolazione morì per gli stenti e per la fatica. Le donne avevano una possibilità di salvezza: convertirsi all’islam, sposando un turco ed affidando i propri figli allo Stato. Durante la marcia i convogli vennero anche attaccati e depredati, con l’aiuto dei militari di scorta. Il bottino veniva spartito tra lo stato turco, i militari e gli esecutori materiali.

A differenza del genocidio degli ebrei, compiuto da militari del regime nazista, al genocidio degli armeni prese parte attiva la popolazione civile. Nell’esecuzione del piano le autorità dello Stato furono aiutate dalle folle che si impossessavano dei beni degli armeni deportati e trucidati.

I sentimenti di antipatia e intolleranza verso la minoranza etnica armena, generalmente più ricca e più colta della popolazione turca, furono sapientemente fomentati e utilizzati dal governo, facilitato anche dalla proclamazione della Jihad islamica, che creò un’atmosfera di “caccia all’armeno”, in cui tutto era permesso: rubare, bruciare, violentare, torturare, mutilare, uccidere…

Gli uomini vennero gettati in caverne e bruciati vivi. Altri furono annegati nel fiume Eufrate. Ma non andò bene neppure ai pochissimi sopravvissuti. Mustafà Kemal “Ataturk”, “Padre della Turchia”, nel frattempo giunto al potere, li fece passare a fil di spada o di arma da fuoco.

Oppure, con una modalità inedita, fece riempire vagoni ferroviari di donne e bambini per poi ricoprirli di carbone ed incendiarli.

Molte di queste vicende furono narrate nel romanzo I Quaranta giorni del MussaDagh con cui Franz Werfel, scrittore ebreo praghese, volle rendere giustizia a una tragedia che già allora pareva dimenticata dalla memoria collettiva.

Werfel ignorava che da lì a pochi anni (il libro è del 1933) la stessa sorte sarebbe toccata al suo popolo. Non a caso, in quanto Hitler era tra i pochi che ben aveva presente il genocidio armeno e proprio questo gli ispirò lo sterminio degli ebrei, certo dell’indifferenza del mondo.

Considerando il silenzio sceso sui fatti, il fuhrer chiese soddisfatto ai suoi collaboratori: «chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?»

Smentiamo Hitler! Parliamone ancora, di questo orrore. Con buona pace di Erdogan, meritatamente apostrofato come dittatore dal nostro Presidente del Consiglio, che oggi strepita e minaccia quale patetico fuhrer in sedicesimo contro chi ricorda questa tragedia.

Lo meritano le vittime ricordate nel racconto di Khostor Frangyan:

«Le deportazioni di massa verso i campi di concentramento. La ferocia disumana delle squadracce dell’esercito contro i perseguitati privati di cibo e acqua, spinti dalla disperazione a succhiare dagli abiti a pezzi le gocce della pioggia o del sudore. Le epidemie incontrollabili durante le marce forzate.

Gli eccidi brutali di tutta la popolazione maschile in interi villaggi. Decine di migliaia di donne stuprate e poi avviate nei bordelli. Bambini brutalizzati, perfino bloccati, nel corso delle tragiche migrazioni, dai ferri da cavallo che inchiodavano i piedi. Villaggi e chiese bruciate.»

Medz Yeghern: il “Grande Male”. Con questa espressione gli Armeni ricordano lo sterminio.

Antonia Arslan, una scrittrice di origine armena, racconta di aver incontrato lo scorso anno, nel corso di una commemorazione, un uomo molto anziano. Quando si avvicinò per stringere la mano dell’anziano, questi le disse:

«Avevo otto anni quando tutto è successo, e mi ricordo tutto. Ogni anno qualche personaggio importante mi dice che bisogna avere pazienza, che non è ancora il momento. Ma qual è il momento per la giustizia?»

Impegnamoci perché quel momento arrivi.

 

 

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