Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

L’inopportuna statua di Ferdinando IV a San Leucio

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È polemica di questi giorni lo “scandalo” sollevato da una statua dedicata a Ferdinando IV di Borbone all’ingresso del Borgo di  San Leucio: da una parte si sono schierati i neoborbonici che, ignari di tante, troppe cose, si sono presi l’apparenza e gasati hanno gridato vittoria, dall’altra si sono indignati i filo-risorgimentali che hanno ritenuto la statua “inopportuna” scatenando valanghe di commenti sui social, dove il monarca borbonico è stato addirittura paragonato ai più crudeli dittatori e criminali di epoca successiva.

L’accostamento è certo pretestuoso se non altro perché un Hitler, uno Stalin o un Mussolini, nonostante le umili origini, rispetto all’infingardo Ferdinando, avevano almeno coltivato e dimostrato delle abilità cognitive.

Hitler, pur lavorando in gioventù come operaio edile, aveva frequentato una scuola tecnica e poi, via via si era lasciato influenzare dalle idee antisemite di K. Lueger e dalle ideologie pangermaniste e nazionaliste, fino a buttarsi a capofitto nel suo criminale progetto politico.

 

Realizzando il Mein Kampf aveva dimostrato di saper scrivere, proporre e sostenere un programma, seppur orrendo, attraverso il mito della superiorità della razza ariana.

AncheStalin, nonostante le umili origini aveva avuto l’opportunità di studiare presso la scuola religiosa di Gori, per poi, date le sue doti brillanti, essere ammesso in seminario presso Tbilisi. Oltretutto si era imbevuto e abbondantemente della dottrina di Marx.

Mussolini fu maestro elementare, frequentò delle lezioni all’Università di Losanna, ottenne un incarico come professore di francese, diresse e collaborò con diversi quotidiani, si cimentò come scrittore. Poi, quel che avvenne in seguito è storia risaputa e non stiamo qui a ricordarlo.

Questa precisazione non vuole assolutamente rendere meriti ad alcuno (ci mancherebbe!) ma si è resa necessaria solo per spiegare lo squilibrio dell’accostamento. Insomma, nei limiti delle originarie possibilità e i successivi risvolti disumani, questi dittatori della storia contemporanea, rispetto al Borbone, avevano dimostrato delle capacità intellettive.

E quindi, cosa dire di Ferdinando IV? La sua incallita ignoranza è cosa risaputa. Stiamo parlando di un inetto allo stato puro, cresciuto e pasciuto!

Non essendo stato designato da subito da suo padre Carlo come successore al trono, Ferdinando non aveva ricevuto strumenti culturali adeguati al suo futuro ruolo, nonostante il suo precettore, il principe di San Nicandro avesse fama d’essere un grande letterato.

Il “Re lazzarone” era cresciuto nel disinteresse per i “noiosi affari di governo”, che continuavano ad essere gestiti dai ministri e dal padre, che, consapevole di quella svogliatezza, continuava a gestire da lontano e senza interferenze la politica napoletana.

Ferdinando trascorreva il suo tempo in trastulli, amava andare a caccia, vivere all’aperto, mangiare smodatamente e spesso in compagnia di paggi e soldati. Si scherniva delle etichette di corte, canzonava gli inchini e i cerimoniali, e si esprimeva disinvoltamente nell’idioma locale.

Ma, se da una parte questa intemperanza sviliva l’immagine del sovrano, dall’altro gli aveva fatto guadagnare (e ancora lo fa) l’affetto del “popolo basso” per la comunanza dei tratti autoctoni.

La suocera “illuminata”, Maria Teresa d’Austria, lo aveva definito «[…] molto ragazzo, grossolano, duro, sgarbato, senza freni, senza alcuna inclinazione durevole se non per la caccia e per gli spettacoli, abituato a fare solo ciò che vuole senza che nessuno possa o voglia dargli una educazione.»

Il cognato, Giuseppe II d’Asburgo Lorena, era rimasto a dir poco esterrefatto dall’indecenza con cui il consorte della sorella Maria Carolina, soleva comportarsi a corte e con la massima naturalezza. In un resoconto della sua visita a Napoli, così rapportava all’Imperatrice austriaca:

«Dopo il pranzo esortai mia sorella a cantare accompagnata dal suo maestro di clavicembalo, il che divertì il Re per un poco, fino a quando tornò nei suoi appartamenti e ci fece pregare di tenergli compagnia fintanto che sedeva sulla seggetta.

Mi recai da lui e, in verità, trovai il Re seduto sul suo trono, i calzoni abbassati, con intorno cinque o sei valletti e ciambellani, e qualche altro. Facemmo la bella conversazione per più di mezz'ora, e credo che sarebbe durata ancor più se una puzza orribile non ci avesse convinti che tutto era finito.

Non mancò di darcene i dettagli e volle addirittura mostrarci il risultato, e senza cerimonie corse, i pantaloni calati ed il vaso puzzolente in mano, dietro a due signori, che si diedero alla fuga.»

Ma, oltre all’incallita ignoranza ed alla totale mancanza delle più elementari norme del vivere civile, va considerata anche la totale inettitudine di Ferdinando IV per gli affari di Stato.

Dopo la gestione governativa del ministro Tanucci, che aveva rappresentato un trait d’union con la Spagna in modo da consentire a Carlo di continuare ad esercitare il suo governo anche nel regno di Napoli, con la nascita del primo figlio maschio e l’entrata di Maria Carolina nel Consiglio di Stato, le cose cambiarono e l’asse si spostò verso l’Austria.

Tanucci fu messo fuori gioco e da allora il potere passò nelle mani di Maria Carolina che, a differenza del consorte, proveniva da un contesto totalmente diverso: aveva studiato, era una bibliofila e si era dimostrata aperta alle idee “illuminate”, almeno fino a quando queste non divennero pericolose.

Ma veniamo a San Leucio.

La colonia di San Leucio rappresentò la massima espressione dell’impegno illuminato della sovrana e non di certo del suo consorte.

Si trattava della costruzione di una comunità locale in cui vigeva la legge dell’eguaglianza, della meritocrazia e della fratellanza. Veniva in tal modo realizzato un modello di giustizia e di equità sociale rivoluzionario per le nazioni del XVIII secolo ispirato ad una forma di socialismo illuminato.

Richiamati dai benefici offerti dall’esperimento sociale, diversi artigiani forestieri si erano aggregati alle maestranze locali, stabilendosi nella colonia.

A disposizione di tutti vi era una cassa comune dove ognuno versava una parte dei propri guadagni ottenuti dalla lavorazione della seta, inoltre le donne ricevevano una dote dai sovrani per sposare un appartenente alla colonia.

L’impresa di San Leucio in tutti i suoi aspetti amministrativi, economici e sociali, pur essendo già stata sperimentata per il passato, fece guadagnare particolarmente alla regina Maria Carolina la stima degli intellettuali che gravitavano a corte, tant’è che anche Eleonora de Fonseca Pimentel non mancò decantare le lodi di quella monarchia per questo esperimento riformatore, cosa che fecero a gara tutti gli intellettuali di Napoli.

Il contributo della Pimentel fu annoverato in una corposa raccolta di 240 pagine a cui parteciparono numerosi autori, offrendo i loro componimenti encomiastici che furono stampati direttamente dalla Stamperia Reale per l’inaugurazione ufficiale della Colonia di San Leucio.

Ma è importante ricordare che l’impresa di San Leucio in tutti i suoi aspetti amministrativi, economici e sociali non fu affatto isolata ed era già stata sperimentata diverse volte sia da Carlo di Borbone, quando nel 1769 cercò di popolare l’isola di Ventotene trasferendoci dei vagabondi napoletani, e ancor prima da Maria Teresa d’Austria, quando famiglie contadine furono insediate in alcune terre demaniali della Boemia e della Moravia.

Per Ferdinando IV San Leucio rappresentò solo e soltanto un luogo dove rilassarsi, organizzare battute di caccia e feste condivise con la stessa popolazione e a tal fine pensò (ma giusto pensò…) di allargarla per costruirvi una nuova città da chiamare Ferdinandopoli.  

Fu Maria Carolina a realizzare lo Statuto di San Leucio, la prima raccolta di leggi pensata da una donna nell'interesse delle donne, che qui ebbero eguali diritti, pari compensi, e le stesse prerogative degli uomini.

Il volume fu costituito da norme sociali particolarmente avanzate, ispirate, secondo Francesco Saverio Salfi, all'insegnamento di Gaetano Filangieri. Fu edito dalla Stamperia Reale del Regno di Napoli in 150 esemplari.

Ciononostante nella nuova statua commemorativa è stato dato all’ “illuminato” Ferdinando il privilegio di sorreggere trionfalmente il volume delle leggi come se fosse stato lui l’unico autore e realizzatore dell’opera.

Eppure sappiamo bene che non è così.

Ma allora, perché tutto questo osannare, quando la sua fu solo una figura rappresentativa e addirittura considerare la colonia di San Leucio una delle sue “opere più illuminate?”

Quand’è che Ferdinando IV ha realizzato un progetto esclusivamente suo e innovativo?

È risaputo che dopo Tanucci fu Maria Carolina a rappresentare la mente di tutte le decisioni governative, da quelle iniziali e anche lodevoli a quelle più sanguinarie e reazionarie per le quali si guadagnò la fama di serpe austriaca.

Ferdinando non ebbe mai una sua dirittura morale e in tutte le imprese a cui partecipò fu sempre spinto da forze esterne esercitate in gioventù dai ministri e in seguito dalla moglie.

Non attraversò fasi diverse nell’arco del suo lungo regno, bensì furono gli eventi a cambiare, fu la storia a segnare dei passi ed a raggiungere dei traguardi. Ferdinando si lasciò trascinare dalla corrente e dalla forte personalità della moglie che lo coinvolse in tutti i suoi giochi di potere.

Basta leggere il carteggio intercorso tra i due soprattutto durante l’impresa romana del 1798. Ferdinando non avrebbe mai voluto partecipare a quella guerra contro i francesi e non ne fece mistero:

«La mia testa non so dove stia più, l’avvenire che prevedo, forse tutto da me caggionato, facendomi orrore. Quanti rimproveri mi fo ad ogni momento per essermi ostinato a prender il partito che ò preso. Penso al momento che costì dovrò ritornare, se pur ci ritorno, svergognato al cospetto della nazione ed Europa e questo pensiero mi fa desiderare di non ritornarci.

In somma io non so più che pensare, che dire, che desiderare. […] Io non ho coraggio di comparire a Napoli dopo una fuga così vergognosa, né di farmi vedere da nessun altro che da te e da quelle persone che dovranno eseguire i nostri ordini; e quasi neppur ò faccia di comparire avanti a te.»

Insomma sono parole che si commentano da sole, ma a quanto pare sono state (forse volutamente) dimenticate da qualche esimio accademico che nell’attuale polemica ha cercato di difendere l’indifendibile, definendo Ferdinando IV un re illuminato che aveva proseguito nell’opera del padre Carlo, e realizzato San Leucio, una sua grande opera.

Sono queste affermazioni azzardate e molto discutibili, ma soprattutto molto deludenti dal momento che sono state proferite da chi è autore di pregiati saggi storici, è docente universitario e nei suoi innumerevoli convegni parla per autocitazioni e citazioni altrui, precisando con zelo autori, case editrici, date e pagine…

E come se non bastasse, sempre lo stesso esimio accademico, ha tirato in ballo la “cancel culture” attribuendola alle rimostranze dei filo-risorgimentali, come se l’opera revisionistica (se così benevolmente vogliamo definirla) dei neoborbonici fosse da meno o più legittimata rispetto agli altri.

In altre parole, la statua di Ferdinando IV va accettata, inaugurata con tutti i crismi e osannata perché meritevole e giusta, mentre tutte le diffamazioni perpetrate contro Garibaldi e il Risorgimento italiano sono ritenute innocue manifestazioni di un dissenso libero di esprimersi anche col vilipendio di statue, cambi di toponomastica e via dicendo.

È triste tutto ciò, semplicemente triste perché non solo offende la verità storica, ma lascia desolati quei pochi che ancora credono in certi valori e cercano di trasmetterli alle nuove generazioni.

Purtroppo in questo marasma dove anche chi dovrebbe lavorare per una onesta cultura si rende un discutibile e presuntuoso saccente, è desolante intavolare qualsiasi discussione.

Di conseguenza non ci si meraviglia più di nulla: la vittoriosa statua di Ferdinando verrà inaugurata a breve, ma intanto, da contraltare, i neoborbonici si indignano per il restauro dei busti di Garibaldi e Vittorio Emanuele vandalizzati lo scorso anno a Castellammare di Stabia.

E poi? E poi chissà… aspettiamoci di tutto perché il popolo, un certo popolo, ha tanto bisogno di foraggiarsi con qualche illusione.

Aspettiamo tutti con ansia la santificazione di Francischiello.

In effetti c’è davvero bisogno di un nuovo santo, pur se un Borbone non farà mai miracoli!

 

 

 

 

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