Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Witold Pilecki, un volontario ad Auschwitz

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La figura del capitano polacco Witold Pilecki è tornata alla ribalta il 19 settembre 2019, quando il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che istituisce una giornata di tributo alle vittime di tutti i totalitarismi.

La decisione ha suscitato un certo scalpore e molte polemiche poiché ufficialmente, e per la prima volta, le responsabilità del nazismo e del comunismo sono state messe sullo stesso piano; si è posto l’accento sulla necessità di rendere il giusto omaggio alle vittime della dittatura sovietica, così come per coloro che hanno sofferto per i crimini della Germania nazista.

Per celebrare questa giornata è stato scelto il 25 maggio, giorno in cui Witold Pilecki fu ucciso.

Era nato ad Olonec il 13 maggio 1901 nella Carelia al confine con la Finlandia, da una famiglia della nobiltà polacca che aveva partecipato alla rivolta del 1863 per l'indipendenza della Polonia dall’impero russo.

Si trasferì con la famiglia a Vilnius e nel 1918 si arruolò nell’esercito raggiungendo il grado di tenente di cavalleria. Per due anni combatté contro i bolscevichi; con la smobilitazione iniziò a frequentare la Facoltà di belle arti sostenendosi con gli introiti di una modesta tenuta agricola.

Nel 1931 sposò l'insegnante Maria Ostrowska nel 1931 e nei sette anni successivi visse con lei un periodo di serenità durante i quali scrisse versi, dipinse e nel frattempo gli nacquero due figli Andrzej e Zofia.

Nel 1939 la Polonia fu invasa dalle truppe naziste e Pilecki dopo aver partecipato alla battaglia di Varsavia nel Paese occupato divenne membro attivo della resistenza entrando nella Tajna Armia Polska, una formazione militare clandestina.

Nel settembre 1940, in accordo con i comandi si fece arrestare dalla Gestapo durante una retata finendo internato nel campo di concentramento di Auschwitz sotto il falso nome di Tomasz Serafiriski.

 

Nel campo appena costruito e non ancora luogo di terrore e vi erano stati deportati importanti membri della resistenza polacca.

Pilecki fu incaricato di raccogliere le informazioni su quanto avveniva al suo interno e organizzare una resistenza per la liberazione dei prigionieri.

Quando attraversò il cancello di Auschwitz scrisse: «Ho detto addio a tutto ciò che avevo finora conosciuto in questa terra e sono entrato in qualcosa che non ne faceva più parte.»

Insieme ad altri prigionieri organizzò la Zwiazek Organizacji Wojskowowej formata da cellule di cinque infiltrati da lui stesso selezionati; riuscì così ad “arruolare” centinaia di prigionieri che si aiutarono tra loro. Intanto il campo di concentramento si era trasformato in una vera e propria fabbrica della morte.

Dal mese successivo al suo ingresso fece pervenire regolarmente i rapporti alla Tajna Armia Polska; dal Marzo 1941 vennero indirizzati al governo Polacco in esilio a Londra, da lì inoltrati al Governo britannico e agli altri governi alleati.

Rendevano noto il lavoro forzato, il vitto insufficiente, le spaventose condizioni igieniche, le punizioni sadiche e l’eliminazione dei prigionieri: «Nulla è stato esagerato anche la minima bugia profanerebbe la memoria di quelle degne persone che persero la vita laggiù.»

Nel giugno del 1942 altre importanti informazioni fuoriuscirono da Auschwitz grazie ad una evasione spettacolare di quattro prigionieri travestiti da SS. Pilecki raccontò di prove terribili per percosse, malattie e privazioni.

Nell’aprile del 1943, dopo due anni e 9 mesi di prigionia decise di evadere con altri due compagni e consegnare personalmente il Raport W firmato da altri membri della resistenza nel quale si sollecitava nuovamente la liberazione dei prigionieri del campo. Così ricordava il tanto agognato momento: «Un vento gelido accarezzava le nostre teste rasate, le stelle brillavano nel cielo come a strizzarci l’occhio.»

Nell’agosto del 1944 partecipò all’insurrezione di Varsavia ancora occupata dai nazisti. L’Armata Rossa, situata di fronte alla città, si astenne dall’intervento, la rivolta venne soffocata nel sangue e la città distrutta.  Fatto prigioniero e poi liberato, Pilecki raggiunse nel 1945 in Italia il Corpo d’Armata polacco che partecipava alla liberazione della penisola e riuscì a trasmettere a Londra il Raport W Raport Teren S, anche detto Report Witolda nel quale descrisse la realtà di Auschwitz in modo dettagliato e preciso, cosa che fece del suo documento una fonte storica preziosa.

Nel Report cercò inoltre di rispondere all’interrogativo se fosse possibile preservare una forma di umanità in un luogo di morte come il campo di sterminio.

Al termine del secondo conflitto mondiale la Polonia fu sottoposta a un violento processo di sovietizzazione, con sistematici arresti, incarcerazioni, fucilazioni e deportazioni dei resistenti polacchi delle diverse formazioni patriottiche, e soprattutto degli aderenti all’Armia Krajowa.

Per evitare lo smantellamento della resistenza, Pilecki, decisamente anticomunista tornò in patria come clandestino, ma quando le sue identità fittizie furono scoperte si rifiutò di lasciare la Polonia per non abbandonare la famiglia.

Arrestato e, secondo le testimonianze di altri carcerati, sottoposto ad una lunga e brutale prigionia, venne torturato perché rivelasse i nomi degli altri cospiratori.

«Punite solo me. Preferisco perdere la mia vita piuttosto che sentirmi responsabile della morte dei miei compagni» disse al colonello Ròżariski suo inquisitore.

A nulla valsero gli appelli dei sopravvissuti ad Auschwitz, affinché venisse preso in considerazione quello che Pilecki era riuscito a fare nel campo di sterminio. Il processo durò meno di due settimane. Non vennero ammesse testimonianze a suo favore, né gli fu permesso di difendersi. Il volontario Auschwitz fu condannato a morte assieme a d altri due imputati.

Il presidente della Repubblica polacca Bolesław Bierut si rifiutò di concedere la grazia e l’esecuzione ebbe luogo nel maggio 1948, nella cella, con un colpo di pistola alla nuca.

Tutto fu poi messo a tacere: il corpo venne sepolto in luogo sconosciuto, ai familiari fu imposto di non ricordare il congiunto, le informazioni riguardanti la sua l'attività vennero censurate, e la sua casa e la tenuta agricola distrutte.

La verità sul suo operato emerse solo nel 1974 quando il presidente Lech Kaczyński gli conferì alla memoria l'Ordine dell'Aquila Bianca, la più alta onorificenza polacca. Da allora ha ottenuto il suo meritato posto nella storia, divenendo l’eroe ispiratore di libri, film, canzoni, poesie e monumenti sia in Polonia che all’estero.

Il 18 maggio 1994 Giovanni Paolo lo ricordò nel suo messaggio per il cinquantesimo anniversario della conquista di Montecassino da parte dei soldati polacchi, un massaggio che è stato ripreso da Marco Praticelli nella introduzione del suo libro Il Volontario:

«Non si può permettere che figure come quella del capitano Witold Pilecki non siano patrimonio ideale di quell’Europa che dopo essersi dissanguata in due catastrofiche guerre mondiali di predominio , dopo essere stata congelata e divisa in due blocchi con la guerra fredda , ha trovato per scelta consapevole e concorde una sua faticosa, ma irrevocabile unità e si riconosce in tutte le sue anime in quei valori di libertà , di democrazia, di rispetto degli altri, di fratellanza e di solidarietà per i quali lui si è fatto rinchiudere al Auschwitz , ha combattuto a Varsavia e ha pagato con la vita.»

 

 

 

Bibliografia

Marco Praticelli, Il volontario, Bari, Laterza 2010.

Una traduzione in inglese del Raport W è stata pubblicata nel 2012 con il titolo The Auschwitz Volunteer. Beyond Bravery; la traduzione italiana è stata curata da A. Carena e pubblicata nel 2014 col titolo Il volontario di Auschwitz, ed. Piemme, Milano.

 

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