L’atto di accusa di Sinibaldo Tino contro la dittatura nera
L’editore romano Piccinelli così lo presentò ai lettori: «Sinibaldo Tino, durante i lunghi anni di dominazione e di sgoverno, tenne e mantenne ininterrottamente il suo posto di battaglia, liberamente assunto nel giornalismo e nel foro: ed egli, senza vincoli di partito e scevro da ogni responsabilità del passato, visse, come pochi, tutti gli avvenimenti e gli episodi del lungo e travagliato periodo della vita nazionale, e fu al fianco di attori e protagonisti delle diverse vicende politiche e giudiziarie, da Giovanni Amendola a Filippo Turati, da Giacomo Matteotti a Piero Gobetti, da Salvemini a Nitti.
E se, per la difesa della libertà di stampa, dopo aver affrontato e respinto le intimidazioni e le minacce di Italo Balbo (uno dei capi del fascismo), col quale, nel 1924, egli ebbe una memorabile vertenza, sottoscrisse, con altri rappresentanti del giornalismo, un coraggioso atto di petizione invano indirizzato al re (Vittorio Emanuele III) di quel tempo; in veste di patrono, nell’esercizio del diritto professionale, con l’armatura della toga che venerò come simbolo e bandiera, appena il memoriale di Cesare Rossi circa le vere responsabilità del delitto Matteotti e di altri assassini fu messo in luce, non esitò a chiedere ai competenti giudici la incriminazione di Mussolini, il supremo responsabile ed unico ispiratore di tutti i delitti consumati ed effettuati dalla ceka (polizia segreta) del Viminale.»1 Il volume si apriva con la dedica dell’autore: «A mio padre, che mi fu maestro e fratello di fede, ed a mia sorella Armida, che fu l’estremo olocausto per l’agognato riscatto.» Così incisivamente venne definita e condannata la dittatura fascista: «Il fascismo predicò il vilipendio delle istituzioni liberali e democratiche dello Stato, conquiste, patrimonio, retaggio del Risorgimento, sancite nei patti costituzionali, e pertanto provocò, diffuse ed alimentò la sedizione nell’esercito e nell’armata. Il fascismo elevò a metodo e sistema di lotta la violenza ed i delitti; e sostituì, alle competizioni civili ed alle discussioni di idee, assassinii, incendi e conflitti, per il trionfo della forza sul diritto, per assoggettare la nazione al dominio ed all’arbitrio della fazione. Il fascismo usurpò il potere con i mezzi della ribellione e con la minaccia armata contro lo Stato costituito, concluse patteggiamenti e compromessi, e perciò ingannò e tradì le aspirazioni ed i sentimenti della coscienza nazionale. Il fascismo attuò e compì la frattura prima, la distruzione poi, dell’unità morale degli Italiani, approfondendo sempre più dissensi e divisioni, negli animi, negli spiriti, nei propositi; dissolvendo ogni comune sentimento di responsabilità e di patriottismo. Il fascismo fu la espressione del più cieco ed assoluto dispotismo personale, senza controllo e senza freno, e fece trionfare la generale corruzione sulle ragioni morali, sulle virtù civili, sulla tradizione religiosa. Il fascismo impose al paese la partecipazione e l’intervento alla guerra, per esclusive ragioni di personali ambizioni e di solidarietà partigiane, tradendo gli interessi, i bisogni e la vita della Patria.»2
Note 1.S.Tino, Il trentennio fascista. Rilievi ed appunti, Roma, Piccinelli, 1944, p.10. 2. Ibid, p.23 |
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Nel luglio 1944 nella Roma appena liberata dal nazifascismo dall’avanzata degli Alleati Anglo-Americani e con il contributo comunque di sacrifici estremi della Resistenza (si pensi ai Martiri delle Fosse Ardeatine), apparve un prezioso libro, Il trentennio fascista. Rilievi ed appunti, dell’avvocato avellinese Sinibaldo Tino.