Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli: due narrazioni contrapposte

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Mentre quasi tutte le grandi città italiane, europee, direi mondiali, sono afferrabili fondamentalmente con un unico sguardo interpretativo, agevolato dalla storia unitaria, per Napoli il discorso unitario non vale.

In essa, sullo stesso territorio, convivono da secoli quattro città distinte, anche se inevitabilmente intrecciate e dialoganti per diversi aspetti.

Le narrazioni su Napoli poi contribuiscono quasi tutte a confondere lo sguardo, a non cogliere nel profondo le quattro città congiunte, i loro destini, le loro vite quotidiane, i loro diversi problemi.

La Napoli della pizza, del mandolino e della canzone, dei bassi, della camorra, della guapperia, di Posillipo, di Chiaia, del Vomero, dei Quartieri Spagnoli, di Scampia, di San Giovanni a Teduccio, del porto e del mare sequestrati, la Napoli dell’altissima cultura di livello non solo italiano, ma europeo, confliggono tra di loro come immagini e non fanno afferrare la ‘vera’, ‘dura’ realtà di Napoli.

Una città di circa un milione di abitanti, la terza attuale dell’Italia, dopo essere stata la prima e la terza d’Europa, un’area metropolitana ormai conturbata con Napoli di tre milioni e mezzo di abitanti, terza area del paese dal punto di vista demografico restano disarticolate, senza un piano unitario di riordino e di programmazione non solo per il lontano, ma neanche per il prossimo futuro, e tutto è sostanzialmente affidato alla precarietà, alla fondamentale arte napoletana dell’arrangiarsi, ognuno per sé e solo Dio per tutti, per tirare la carretta quotidiana della propria vita personale e familiare, che costa fatica inimmaginabile e impedisce di avere energie per l’impegno civile e politico.

 

L’evasione, il trucco, la maschera è l’infinito parlare.

Il Napoletano agli occhi dei più lucidi osservatori è un tipo caratterizzato dall’essere largo di bocca fiorita, anche gradevole, teatrale, ma stretto assolutamente di mano, di impegno, di tenace sacrificio civili.

Dopo le parole e qualche faticoso piccolo gesto di impegno, non lo trovi mai più e ti trovi solo con le sue promesse, le sue pacche sulle spalle, i suoi complimenti esagerati.

Ne nasce come effetto costante “una precarietà civile” sperimentalmente verificabile istante dopo istante in quasi ogni manifestazione della vita civile: ad esempio dal traffico alla qualità dei servizi pubblici, caratterizzati dalla precarietà più assoluta dall’alto in basso, dove i valori della responsabilità, del controllo, della doverosa collaborazione sono volatilizzati ed affidati alla buona volontà di qualche persona o gruppo serio, eroico (che fa vivere e fa di fatto andare avanti la città e l’area metropolitana), immediatamente individuati ed ostacolati.

Così è andata la storia, va, deve andare e chi si oppone è un nemico di intralciare, colpire, anche distruggere, se insiste o diviene pericoloso.

Dal basso in alto.

Quando finalmente Napoli divenne italiana e libera col Plebiscito del 21 ottobre 1860 (e di strade di modernizzazione ne ha fatte Napoli da allora ad oggi per l’azione di eroiche minoranze di tutti i tipi), il grande Cavour indicò la via maestra con tre valori, tre stelle polari, per risolvere i problemi secolari di Napoli: libertà, ordine (serietà, senso del dovere e rispetto delle leggi), e lavoro.

Esse restano ancora oggi fondamentali per costruire una città, un’area metropolitana unitarie e moderne.

 

 

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