Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Filippo Russo, la difficile vita di un comunista di Torre Annunziata

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Su Filippo Russo vi sono diversi scritti e qualche leggenda, tutti farciti di numerosi abbagli a partire dalla data di nascita.

Qualcuno ha scritto sia nato nel 1881, negli schedari della polizia politica porta la nascita del 15 febbraio 1882, data corretta unicamente dal Servizio Informazioni che lo controllava in epoca repubblicana.

Si dice abbia partecipato ai funerali di Lenin, ma anche questo non è vero, una pura leggenda tramandata da vecchi comunisti locali che probabilmente col trascorrere dei decenni hanno confuso le date e i ricordi.

Perfino l'Unità, nel ricordare la sua scomparsa, scrive che ci andò nel luglio 1921, partecipando con la delegazione italiana al III Congresso dell'Internazionale a Mosca. Nell'Unione Sovietica ci andò, ma fu soltanto nel 1926, quando il grande capo della rivoluzione russa era ormai scomparso da oltre due anni, il 21 gennaio 1924.

Forse vide Stalin, ma questo non ci è dato sapere, seppure sia rimasto a Mosca almeno un paio di mesi.

 

In Russia vi andò con la prima delegazione operaia italiana inviata nella Patria del Socialismo, dopo una sottoscrizione lanciata dall'Unità, ma gestita da Comitati di agitazione per l'unità proletaria, durata diversi mesi e accompagnata da una grande discussione con larga partecipazione popolare, dei giovani e perfino delle donne, tutti interessati a conoscere come si viveva nell'unico paese al mondo governato dalla Classe Operaia.

Probabilmente partecipò a parte delle celebrazioni pubbliche che si ebbero nell'anniversario della morte di Lenin e questo potrebbe spiegare la confusione di date nei ricordi dei militanti.

La sua fu una vita lunga e travagliata, crebbe in una famiglia numerosa, un padre violento che gli impedì di studiare, picchiandolo ogniqualvolta lo vedeva leggere di nascosto, senza riuscire a piegarlo, forte nella sua ostinazione di sapere, di conoscere, di capire i mali del mondo.

Fu a sua volta un violento, ma forte fu il suo senso della giustizia, portandolo ben presto a difendere i più deboli, i precari, gli sfruttati. Si dice che a quattordici anni già arringasse volenterosi braccianti disponibili ad ascoltarlo, ma non è provato. Sicuramente volle essere sindacalista prima ancora di militare in un partito politico.

Si iscrisse quando ormai non era più possibile starne lontano, di ritorno dal fronte di guerra quando l'Italia era sconvolta dagli scioperi e dalle manifestazioni operaie che ben presto sfociarono nel biennio rosso e nella occupazione delle fabbriche, l'ultima fiammata rivoluzionaria prima dell'avvento del regime nero di Benito Mussolini.

Così divenne socialista, ma ben presto gli fu stretto e divenne comunista seguendo le idee estremiste di Bordiga.

Conobbe la miseria nera, il confino politico, la purga fascista, il carcere ma nessuno riuscì a piegare il suo orgoglio, la sua forte personalità, il suo credo nel comunismo. Ebbe due mogli, entrambe scomparse prima di lui e quattro figli. Sconfitto il fascismo fu consigliere comunale, assessore, dirigente della locale Camera del Lavoro e della sezione del Partito Comunista.

Stranamente, nonostante il grande carisma e meriti acquisiti, nessuno dopo la sua morte pensò di intitolargli una sezione, una delle tante presenti a Torre Annunziata, a differenza di Biagio Bonzano, un vero Combattente per la libertà, un piemontese arrivato nella Città dell'Arte Bianca nei primi mesi del 1944 e rimastovi per diversi decenni. Scomparso nel gennaio 1975, gli dedicarono ben presto la sezione di Torre Centrale, di cui era stato Segretario anni addietro.

Bonzano era rientrato nella sua città natale, San Salvatore Monferrato, in provincia di Alessandria, dopo aver raggiunto l'età della pensione, nei primi anni Sessanta.

Quando Filippo Russo venne al mondo Torre Annunziata era già la Città dell'Arte Bianca, cento tra mulini e pastifici fiancheggiavano le sue strade, in gran parte piccole aziende artigianali, a conduzione familiare, ma la rivoluzione industriale, la modernità, il progresso non la risparmiò e fece le sue vittime: era il 1878 quando la cittadella fu sconvolta dalla furia operaia, di quanti avevano perso o stavano per perdere il posto di lavoro a causa di moderni macchinari che ripulivano le semole per il cui funzionamento bastava un operaio, un manovratore, laddove prima ne necessitavano sei per scuotere i crivelli.

La paura e la rabbia, sicuramente la disperazione, portarono uomini e donne ad assaltare gli stabilimenti distruggendo i macchinari, ma il risultato fu l'assedio delle forze dell'ordine, le cariche brutali, gli arresti di centinaia di loro e la condanna da due a sei anni di carcere per i cinquanta più facinorosi.

L'industria ebbe i nomi di Giovanni Voiello che nel 1879 fondò un pastificio a presse idrauliche, mentre nel 1881, per opera di Domenico Orsini sorse il primo mulino a cilindro a vapore, seguito nel 1882 da Antonio Dati; nel 1883 si fondò la Scafa&C., definito il più grande complesso industriale del Mezzogiorno e così via, tutti gli altri, occupando ognuna, tra i 20 e i 150 dipendenti, per complessive tremila unità.

In questo contesto si formarono i primi nuclei repubblicani, ma poco incisivi per riuscire a costruire una coscienza di classe, a differenza dei ben più agguerriti e determinati socialisti, aprendo il loro circolo nel 1894, il primo del Circondario, forte di oltre cinquanta iscritti già intorno al 1897 sotto la guida esperta del pittore Edoardo Sola (1871 - 1931).

Gli stessi chiamati a guidare la rivolta del pane del febbraio – maggio 1898 e che portarono alla costituzione della Camera del Lavoro il 26 febbraio 1901, alla cui guida vi fu inizialmente il guardiano di molini, Cataldo D'Oria.1

Con questa nostra biografia documentata tenteremo di fare chiarezza su un protagonista del secolo scorso, ormai dimenticato un grande figlio di Torre Annunziata, la ormai, abbandonata, derelitta ex città dell'Arte Bianca.

Filippo Russo nacque a Torre Annunziata il 15 dicembre 1882, figlio primogenito del 26enne Alessandro, originario di Boscoreale, un ex bracciante, poi operaio semolaro dell'arte bianca e della 19enne Maria Grazia Balestrieri, casalinga, i quali si erano uniti in matrimonio il 7 luglio 1881. Dopo Filippo nacquero altri tre figli: Alfonso nato nel 1889, Francesco nato nel 1893 e Giovanni nel 1897. Probabilmente ebbe altri figli ma la documentazione anagrafica è carente per alcuni anni.

Come spesso, quasi sempre, capitava nelle famiglie povere e numerose, per i figli non vi era spazio per l'istruzione e presto bisognava farsi carico di aiutare la famiglia a sopravvivere.

Così per Filippo la conoscenza della dura fatica iniziò a sette anni, giusto il tempo di completare la seconda elementare, avviandosi verso il lavoro di bracciante, affiancando il padre, un uomo dal carattere difficile, violento in famiglia e fuori, che conobbe il carcere, al punto da non poter essere presente quando nacque il suo terzogenito, Francesco, il 27 agosto 1893.

Una violenza scaricata spesso sul suo primogenito, in particolare quando lo trovava a leggere un libro, di solito la sera, dopo il duro lavoro quotidiano, vecchi libri reperiti chissà come, chissà dove, inutilmente difeso dalla madre, una donna dal carattere affettuoso, subendone le pesanti conseguenze, sfogando su di lei le frustrazioni della sua misera vita.

Le percosse del padre non gli fecero cambiare idea, ma servirono a indurirgli il carattere, a renderlo a sua volta violento nelle esternazioni. Non a caso il 5 aprile 1905 subì una prima condanna di cinque mesi e cinque giorni, pena sospesa, per lesioni volontarie.

Stando al documento conservato presso l'Istituto Campano per la Storia della Resistenza e steso da mano ignota, ma sicuramente da qualcuno che conobbe personalmente Filippo e ne conosceva le vicissitudini.

La condanna era una diretta conseguenza della sua attività in difesa dei disoccupati e causata da un conflitto con gli avversari per difendersi ferendone uno. «In quella occasione la sensibilità operaia lo sostenne e ne reclamò la liberazione».2

In realtà nella breve e sconclusionata biografia non è chiaro se si riferisce al primo reato oppure ad uno di quelli successivi. Siamo propensi a credere che il riferimento plausibile sia quello del secondo reato, risalente al 10 aprile 1913, quando ancora una volta riceve una condanna per cinque mesi e 25 giorni per lesioni, un periodo in cui è certa la sua militanza nel locale movimento operaio.

Filippo avrà ancora problemi con la legge nel 1922 quando sarà accusato di mancato omicidio e assolto per insufficienza di prove il 3 maggio di quell'anno.

L'ignoto autore ci racconta che si avvicinò giovanissimo al Partito Socialista e alla Camera del Lavoro, partecipando alle prime agitazioni, ai primi scioperi per miglioramenti salariali, in uno scontro conobbe la selvaggia repressione delle forze dell'ordine, la violenza fisica degli sgherri dei padroni che lo picchiarono selvaggiamente, ma non per questo si arrese, forgiandosi nelle lotte operaie e indurendo il suo temperamento ribelle.

In realtà non ci sono notizie che lo vedono protagonista della nascita del Movimento Operaio a Torre Annunziata, probabilmente fu in quei primi anni della sua giovinezza, spettatore interessato dell'evoluzione del nascente socialismo, che pure s'intravedeva fin dal 1894, quando nella città oplontina nacque il primo circolo, trasformandosi ben presto nella forte sezione del Psi.

Il suo nome non lo ritroviamo neanche nei giorni e nelle settimane successive alla strage dei contadini del 31 agosto 1903, sul Ponte De Rosa, ai confini con Castellammare di Stabia, dove trovarono la morte cinque braccianti.

L'ennesimo eccidio proletario senza colpevoli, ancora vittime senza giustizia, nonostante le vibrate proteste che si sollevarono, come poche altre volte era accaduto, nell'intero Paese, dalla Lombardia alla Sicilia, infiammando le stesse aule del Parlamento e toccando perfino diverse capitali e città europee, da Parigi a Londra.

L'Avanti dedicò alla vicenda pagine su pagine per oltre due mesi, non da meno fecero i giornali locali, partendo da Verità, il settimanale della sezione socialista torrese.

Nessuna notizia di una sua attiva presenza nel poderoso, leggendario e sfortunato sciopero dei 70 giorni dell'aprile giugno 1904 e neppure risulta tra i candidati della lista socialista alle amministrative del successivo sette agosto, dove scesero in campo le forze migliori del socialismo locale.

Così come non risulterà candidato nelle elezioni amministrative del 26 giugno 1910. Il suo era ancora il tempo dell'apprendistato, all'ombra di quanti guidarono quel movimento di progresso e di emancipazione, da Alcibiade Morano a Cataldo Maldera, i due Segretari della Camera del Lavoro tra il 1901 e il 1908, prima dell'arrivo di Gino Alfani, l'apostolo del socialismo campano, forse colui che per primo avvicinò Russo al socialismo e al movimento operaio, fino a farne uno dei suoi più attivi e fidati collaboratori e amico intimo. Infatti, non a caso, le prime notizie certe che lo riguardano sono del 1911 quando entrò a far parte del Consiglio direttivo della Camera del Lavoro. Ricordiamo che Gino Alfani fu eletto Segretario della Camera del lavoro di Torre Annunziata il 20 febbraio 1908.3

«Fu a capo della locale Lega rossa braccianti e a tale carica fu prescelto per essersi messo in speciale evidenza per l'attitudine dimostrata a capeggiare operai ed agitazioni. In ogni agitazione o movimento di indole politica svoltosi a Torre Annunziata fu sempre fra i più audaci e si mostrò di carattere violento».4

Secondo alcuni era entrato a far parte già in precedenza del Partito Socialista, dove aveva cominciato a farsi largo, nonostante la scarsa cultura, grazie alla sua riconosciuta intelligenza, l'indubbia scaltrezza, la facilità di parola e alle evidenti capacità di attivo organizzatore.

Ci sembra poco probabile una sua giovanile militanza, infatti il suo nome non appare mai sull'Avanti!, malgrado le sua indiscusse capacità oratorie e di leader riconosciuto della classe operaia, come se ci fosse nei suoi confronti una sorta di censura, di ostracismo da parte dei vari corrispondenti locali dell'organo nazionale del Partito, il cui spazio lo dedicavano ampiamente agli altri, pur formidabili leader, da Alfani ad Ettore Fortuna, da Rodolfo Serpi, a Luigi Cipriani, fino a Michele Proverbio, l'ultimo segretario della sezione socialista di Torre Annunziata.5

In realtà, come confermato anche da un rapporto della polizia politica, prima della Grande Guerra non si era mai iscritto al Partito Socialista, né ad altro partito, occupandosi unicamente di sindacato, fino a diventare «una delle più spiccate figure della Camera del lavoro, pur assumendo ben presto una tendenza spiccatamente comunista».6

Intanto il 14 dicembre 1907, Filippo Russo, detto Filippone per la sua robusta corporatura, se non per l'altezza, era alto 1,71 metri, comunque oltre la media per il suo tempo, sposò la 23enne Maria Fiorenza (era nata il 1° marzo 1884, figlia di Gabriele e Giovanna Gallo), dalla quale ebbe tre figli, Alessandro nel 1908 Maria nel 1912, Alfonso nel 1915 e un quarto scomparso in tenera età.

Purtroppo Maria Fiorenza morì precocemente il 9 gennaio 1917 - non aveva ancora compiuto 33 anni - quando suo marito era già stato richiamato a servire la Patria nel corso della Grande Guerra. Filippo aveva prestato servizio militare di leva nella Regia Marina, congedandosi con il grado di fuochista scelto nel 1902, ed era stato richiamato nel 1915, aggregato prima nel Corpo della Guardia di Finanza, e successivamente nel 39° Reggimento Fanteria, senza mai prestare servizio in zona di guerra.

Non sopportando la dura vita militare, la lontananza dalla sua famiglia, dai suoi tre figli ormai orfani della madre, provò a scapparne e dichiarato disertore nell'agosto 1917, fino a quando non si presentò in caserma con i suoi tre figli Alessandro di otto anni, Maria di sei e con il piccolo Alfonso, nato il 5 maggio 1915.

La soluzione fu trovata grazie ad una coppia di sposi, Pasquale Bruno e Giuseppa Civale, disponibili ad ospitare i tre piccoli orfanelli fino al ritorno dal fronte del padre. E Filippo, sotto stretta scorta, senza ulteriori patemi d'animo, fu riportato al fronte per concludere il suo impegno militare in guerra.

Rientrato dal conflitto bellico riprese il suo posto alla testa delle lotte operaie e alla guida della Lega Mugnai e in tale veste prese parte al Consiglio Generale delle Leghe del 18 gennaio 1919 mentre nel successivo maggio guidò gli scioperi dei lavoratori dell'Arte Bianca riguardanti l'intero settore regionale, da Salerno a Nocera, a San Giovanni a Teduccio con la richiesta del pagamento settimanale del salario e l'abolizione del cottimo.

Lo ritroviamo in questa fase fare parte del Comitato regionale di lotta e uno degli oratori del Politeama Corelli di Torre Annunziata, dove in una infuocata e partecipata assemblea si fece il punto della situazione.7

Uno sciopero duro e violento, non a caso a Salerno le forze dell'ordine arrivarono a sparare sugli scioperanti ferendo il Segretario della Camera del Lavoro, Nicola Fiore.8

In quel frangente trovò anche il tempo di risposarsi il 14 giugno con la 27enne Rosa La Mura (1892 – 1963), figlia del pastaio Vincenzo e della casalinga Faustina Di Martino, dalla quale avrà un'altra figlia, Flora, nata intorno al 1922, ritrovando un poco di serenità nella sua non tranquilla esistenza.

Una tranquillità destinata a scomparire sotto l'incalzare dello squadrismo fascista che ben presto fece la sua violenta apparizione a Torre Annunziata, mentre politicamente, nella fase convulsa che avrebbe portato alla nascita del Partito Comunista d'Italia, si schierava con i socialisti unitari e con i terzinternazionalisti.

Nella fase convulsa successiva al Congresso di Livorno fu tra coloro che difesero le ragioni del deputato Alfredo Sandulli, deciso a rimanere nelle fila del PSI contro i comunisti che lo accusarono di tradimento in quanto eletto con i loro voti nelle elezioni del 1921.

Il passaggio al Partito di Bordiga non fu immediato, rimase ancora per qualche anno fedele al Partito Socialista, decidendosi, infine, dopo il periglioso, ma fantasioso viaggio in Russia per partecipare ai funerali di Lenin, morto il 21 gennaio 1924. Vi era andato con la delegazione italiana, ma pare sia stato tra i pochi a riuscire a raggiungere Mosca e la Piazza Rossa.

«Già il regime si consolidava e rendeva difficile l'espatrio. Saltò da un tram in corsa, si arrampicò sui treni, traversò una parte delle Alpi a piedi, ma riuscì a varcare le frontiere. Fu in Russia, sulla Piazza Rossa tra milioni di persone accorse per la morte di Lenin. Poi riprese la via del ritorno, peregrinando fino a Marsiglia dove seppe che al suo ritorno in Italia sarebbe stato arrestato.

Con giovanile spavalderia affrontò il rischio e riuscì a giungere fino alla natia Torre Annunziata senza rischio. Ivi giunto abbracciando i suoi si recò dal Commissario di Pubblica Sicurezza, che lo cercava. Così restò sette mesi in carcere a disposizione della Questura e poi degli inquirenti che non potevano provare il suo espatrio e la sua partecipazione ai funerali di Lenin».9

Intanto sono iniziate le persecuzioni fasciste contro chiunque si oppone al nascente regime nero, non bastano le intimidazioni, le aggressioni, i ferimenti, gli assalti alla Camera del Lavoro, fino a provocarne la chiusura si arriva al delitto con il barbaro omicidio a freddo dell'operaio delle Ferriere del Vesuvio, Diodato Bertone il 25 febbraio 1921 e a nulla servono le interrogazioni parlamentari.10

In questi duri frangenti emerge prepotente la forte personalità di Filippo Russo che partecipa ai lavori della Camera Confederale del Lavoro diretta a Napoli da Enrico Russo, sostiene il quotidiano l'Unità, con varie sottoscrizioni nonostante il fascismo sia ormai padrone del Paese, aiuta i perseguitati politici con una società di mutuo soccorso fra i lavoratori, coadiuvato in questo dal commerciante Mariano Guerriero, gestore di un negozio di profumeria e continuò a dirigere la lega braccianti, ritenuta dalle autorità una pericolosa cellula di elementi sovversivi e per questo sciolta dal sottoprefetto di Castellammare di Stabia il 16 gennaio 1925 per motivi di ordine e di sicurezza pubblica.

Successivamente i componenti di questa lega deliberarono di aderire ai sindacati fascisti facendo decadere i motivi che avevano determinato il pesante provvedimento, ma non per questo fu consentito la riapertura in quanto il locale fu «chiuso trattandosi di un aggregato sovversivo pericoloso per l'ordine pubblico».11

Filippo si rese conto di non potere più agire apertamente senza rischiare l'arresto, era di fatto pericoloso oltre che impossibile, così pur senza desistere dalla sua opera di attivo propagandista antifascista, cominciò ad agire con più cautela tentando di sottrarsi alla vigilanza delle autorità e degli stessi fascisti iscrivendosi al sindacato fascista.12

Non vi rimase molto, troppo visibile la sua opposizione al nuovo regime. Per sopravvivere, oltre al suo vecchio mestiere di bracciante, Filippo esercitò il mestiere di venditore ambulante di tessuti, fino al viaggio nell'Unione Sovietica, a riprova del suo probabile avvicinamento al Partito Comunista, fino ad aderirvi senza più riserve al ritorno dalla Patria del Socialismo.

Nel settembre 1926, stavolta documentato, fu inviato in Russia con la prima delegazione operaia italiana comunista, quattro meridionali, «per conoscere le reali condizioni delle classi lavoratrici nell'Unione Sovietica e vedere con i propri occhi come si costruiva una nuova società».13

Rientrato in Italia nei primi giorni di gennaio, si rifugiò a Scafati per sottrarsi all'arresto. Rintracciato pochi giorni dopo fu arrestato da agenti della pubblica sicurezza di Torre Annunziata, subendo un duro interrogatorio, al quale si limitò a rispondere di essere partito per Milano il precedente 20 settembre e di essersi fermato nel capoluogo lombardo, alloggiando nell'Hotel Baviera in compagnia di un amico, tale Gaetano Laudano, un muratore di Catania, continuando la sua attività di venditore ambulante.

In carcere dal 12 gennaio 1927, la Commissione provinciale nella seduta del 14 giugno lo condannò al confino di polizia per cinque anni ad Ustica, dove dal 10 agosto fu raggiunto dalla moglie e da tre dei suoi quattro figli, impossibilitati a sopravvivere a Torre, nonostante l'attività di compravendita di indumenti di biancheria intrapresa senza fortuna e smessa per mancanza di fondi.

Il primogenito, Alessandro, ormai diciottenne, rimase a Torre Annunziata con il nonno paterno.

Ad Ustica la famiglia sopravvisse grazie ai numerosi sussidi, continuamente richiesti dalla moglie, Rosa La Mura, ed elargiti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e pagati dalla Prefettura di Palermo e dall'Alto Commissariato per la Provincia di Napoli. Inutilmente Filippo provò a fare ricorso contro l'ordinanza di confino ma questa fu sempre respinta sottolineando la sua pericolosità:

«Trattandosi di individuo ostinatamente avverso al Regime, che fin dalla giovane età ha manifestato idee estremiste ed ha ascendenza sulle masse, l'eventuale revoca o commutazione del provvedimento produrrebbe cattiva impressione nel pubblico».14

I sussidi erano arrotondati con i scarsi guadagni provenienti dal mestiere di venditore ambulante di stoffe, ma tanto bastò alla Prefettura di Palermo per respingere l'ennesima richiesta di sussidi presentati dalla moglie nel marzo 1931, nonostante il parere favorevole del Ministero dell'interno. Furono necessarie istanze e preghiere per riavere gli indispensabili sussidi, sufficienti appena per la pura sopravvivenza.

Nel settembre 1928 Filippo chiese di essere trasferito sull'isola di Ponza, trovando insopportabile, per ragioni morali, la permanenza ad Ustica, essendosi riempita di confinati comuni. L'Istanza fu accolta positivamente il successivo 10 ottobre, ma di fatto rimase lettera morta. Ignoriamo i motivi.

Di certo le condizioni di vita sull'isola continuarono a peggiorare, non potendo bastare le dieci lire giornaliere del sussidio e venuto meno lo scarso guadagno di venditore ambulante di stoffe a seguito del trasferimento di gran parte dei confinati politici da Ustica a Ponza, come ebbe a lamentarsi lo stesso Russo in una sua istanza dell'8 luglio 1929.

Ad appesantire la situazione fu la grave malattia che colpì la figlia Maria, ormai diciassettenne, affetta da vari disturbi dovuti allo stato di denutrizione e di disagio del luogo. Filippo colse l'occasione per chiedere ancora una volta il trasferimento presso un’altra isola dove gli fosse consentito di lavorare e guadagnare quanto necessario per curare la figlia e mantenere dignitosamente il resto della famiglia, senza essere costretto a richiedere continuamente sussidi.

Finalmente il 30 luglio ottenne il sospirato trasferimento, ma non lo mandarono lontano, non dove avrebbe voluto, fu quasi una beffa inviarlo nella vicina isola di Lipari, in provincia di Messina, raggiunta il primo agosto.

Nella nuova residenza non migliorarono le condizioni di salute della figlia Maria, colpita da cloro anemica, per la quale necessitavano cure e medicine, come certificato dal sanitario della Colonia di Lipari, riuscirono comunque a ottenere un nuovo sussidio straordinario.

Ancora una volta Filippo si armò di pazienza e il 24 settembre 1929 scrisse al Ministro dell'Interno chiedendo una riduzione della pena avendo già scontato 32 mesi ma inflessibile fu, ancora una volta, l'Alto Commissariato esprimendo parere contrario, motivato dai suoi precedenti e dalla sua facilità di parola grazie ai quali doveva ritenersi ancora un elemento potenzialmente pericoloso all'ordine nazionale.

Intanto non guariva la figlia Maria, sempre più bisognosa di cibi sani, di cure ricostituenti e di medicinali costosi e per questo costretto a chiedere continuamente sussidi straordinari non avendo trovato il lavoro auspicato a Lipari.

Il 28 luglio 1930 fu arrestato e deferito all'Autorità Giudiziaria con altri confinati per sospetta attività comunista, ma rilasciato pochi giorni dopo in libertà provvisoria, provocando l'ira dell'Alto Commissario di Napoli chiedendo al Prefetto di Messina un ulteriore anno di confino da far scontare a Russo.15

Tra gli arrestati vi era un altro comunista originario di Torre Annunziata, Francesco Papa (1892 - 1964), ex consigliere comunale nella Giunta rossa del 1920-22 guidata dal sindaco Gino Alfani. Papa, da tempo residente a Roma, arrestato il 12 giugno 1928 e condannato a cinque anni di confino a Lipari, era il fautore dell'agitazione dei confinati che protestavano contro la riduzione del sussidio giornaliero portato da dieci a cinque lire.

Nuovamente arrestato nella notte del 10 agosto e prosciolto da ogni accusa dopo settanta giorni di cella, Russo se la cavò con un nuovo trasferimento da Lipari alle isole Tremiti, in provincia di Foggia, il successivo 22 ottobre, ma obbligato a lasciare il resto della famiglia nella vecchia isola, provocando la sdegnata reazione della moglie chiedendo la revoca del trasferimento, senza riuscire ad ottenerla.

Una nuova istanza per rientrare a Lipari fu presentata dallo stesso Russo per evitare un nuovo, traumatico trasferimento della famiglia motivato dalla malattia della figlia Maria, non ancora guarita dal suo deperimento organico e dagli impegni di scuola del figlio Alfonso, studente della terza tecnica, ma fu tutto inutile. Ancora una volta fu costretto a farsi raggiungere dalla famiglia, non mancando di chiedere una riduzione della pena, ormai quasi del tutto scontata, oppure di trasferirlo in altro luogo dove fosse possibile trovare lavoro.

Ricongiunta la famiglia, rimanevano drammatiche le condizioni economiche, addirittura peggiorate dopo la riduzione del sussidio da dieci a cinque lire giornaliere, poi portate a sette, insufficienti a soddisfare le più elementari esigenze della vita. Alla nuova richiesta di trasferimento la risposta fu l'ennesimo sussidio straordinario che non risolveva la squallida miseria nella quale erano precipitati per l'assoluta mancanza di lavoro sull'isola.

Nuove disperate istanze furono inviate dai figli, Alessandro e Maria e dallo stesso Filippo chiedendo di commutare la pena in ammonizione o di trasferirlo sulla terra ferma dove vi erano più possibilità di trovare una occupazione, ma non ci fu nulla da fare, nonostante il parere favorevole del Prefetto di Foggia.

Per l'Alto Commissario di Napoli Filippo Russo rimaneva un elemento potenzialmente pericoloso per l'ordine nazionale. Ancora pochi mesi, nuove istanze e suppliche e altri sussidi, fino a quando l'Alto Commissario, in virtù di una pena quasi interamente scontata, si decise il 3 agosto 1931 a dare il proprio favorevole parere a commutare il confino politico in ammonizione, parere confermato dalla Presidenza del Consiglio l'11 e finalmente, dopo tante pene, tornare a casa, a Torre Annunziata il successivo 18 agosto.

Era finalmente libero, seppure sottoposto a rigorosa vigilanza, libero di respirare l'aria di casa, tra amici e parenti dopo quattro lunghi anni, sette mesi e due giorni. E nel suo paese natale trovò subito lavoro, nel pastificio dove da sempre aveva lavorato il padre, deceduto alcuni anni prima.

Il 18 gennaio 1932 fu prosciolto anche dai vincoli del monito al quale era sottoposto ma non dal serrato controllo, non a caso entrò nella famigerata lista delle persone pericolose da arrestare in determinate circostanze.16

Molti, dopo tante avversità e sofferenze si sarebbero piegati alla legge del più forte, ritirati a vita privata, dedicandosi al lavoro e alla famiglia, ma non era questa la tempra di Filippo Russo. A Torre riprese a tessere la trama della ricostituzione del Partito Comunista nella clandestinità, divenendone il capo riconosciuto, impegnandosi in un’attiva propaganda contro il regime.

Conobbe l'umiliazione della purga fascista e nuovamente il carcere nel 1937, quando fu fermato il 3 aprile a seguito di sospetti sorti per alcune scritte sovversive rinvenute sul muro della stazione della Circumvesuviana di Torre Annunziata inneggianti la Russia, ma fortunatamente rilasciato pochi giorni dopo. Ferdinando Pagano, nel suo libro autobiografico racconta di aver incontrato in carcere Filippo Russo, «il compagno bracciante che godeva di molto prestigio fra tutti», nella primavera estate del 1940, arrestato insieme ad altri per essere stati sorpresi ad ascoltare Radio Mosca, ma di questo fatto non abbiamo trovato riscontro documentato.17

Con la caduta del fascismo e la firma dell'armistizio dell'otto settembre, non mancarono atti di Resistenza da parte dei torresi contro l'ex alleato tedesco trasformatosi in esercito d'occupazione e i loro servi fascisti. Eduardo Ferrone nel suo libro, Le radici del malessere, parla di una insurrezione contro i tedeschi, il cui comando fu assunto da vecchi combattenti, tra cui Filippo Russo, il prof. Francesco Pinto, Tommaso Iennaco, Alfredo Porta, Raffaele Verdezza ed altri del CLN locale, fatti di cui allo stato non abbiamo, purtroppo, trovato documentazione.18

Di sicuro non mancò la reazione contro i rastrellamenti operati da reparti tedeschi il 23 settembre 1943, quando anche Torre Annunziata conobbe l'orrore della ferocia tedesca con morti e feriti tra l'inerme popolazione.

Tra le vittime si ricordano la casalinga, Liberata De Simone, aveva appena 25 anni, colpita in Piazza Armeria da una scarica di mitragliatrice sparata dai tedeschi contro due persone che tentavano di sfuggire al rastrellamento.

Stessa tragica sorte per il povero Arturo Guarino, un anziano barbiere di 70 anni, ucciso in via Pietro Toselli, colpevole di trovarsi fuori dalla sua bottega nel momento in cui i militari germanici sparavano contro persone in fuga.

Il 27 settembre toccò ad Antonio Carotenuto, 34 anni, un cittadino di Boscoreale prelevato nella sua casa e fucilato nei pressi del cimitero di Torre Annunziata. L'ultima vittima fu il 32enne Gennaro Matrone, colpita a morte da due colpi di mitragliatrice sparati da un reparto tedesco mentre camminava lungo il Corso Umberto il 29 settembre.19

Abenante riporta alcune testimonianze: «Il comunista Rocco Troncato, con altri, il 25 luglio 1943 irruppe nella Fabbrica d'Armi prendendo fucili e munizioni, ma non furono usati contro i tedeschi, mentre Simone Sirto incendiò la sede del comando della milizia fascista e mise la targa del PCI nella sede del dopolavoro nazionale fascista».20

Nei giorni successivi all'ingresso delle Forze Alleate, individui non identificati si abbandonarono a saccheggi e incendi di case di benestanti e di alcuni squadristi. Il nascente Comitato di Liberazione deplorò l'accaduto, anche per non inimicarsi da subito l'esercito di occupazione anglo americano, il quale tra i suoi primi atti confermò al suo posto l'avvocato Carlo Emanuele Maresca, l'ultimo Podestà fascista di Torre Annunziata.21

Gli individui non identificati erano membri di un nucleo di giovani comunisti denominatosi, Gruppo Carl Liebknecht, guidati da Ferdinando Pagano, detto Paganiello, già perseguitato dal fascismo e per questo incarcerato. Con lui vi erano il fratello Vincenzo, Gennaro Fabbrocino, Tobia Testa, Mario Caruso, Giovanni Palladino e Ciro Zampognaro.

Tra gli altri a Piazza Cesaro bastonarono a sangue uno dei responsabili dell'uccisione dell'operaio socialista, Diodato Bertone, ammazzato a sangue freddo nella tarda serata del 25 febbraio 1921 in un agguato notturno all'uscita dalla fabbrica, l'antica Ferriera del Vesuvio, poi Ilva, così come bastonarono quanti avevano perseguitato e maltrattato Gino Alfani negli anni della dittatura fascista.22

Comunque sia andata, con la riconquistata libertà, Filippo fu tra gli artefici della costituzione di uno dei primi Comitati di Liberazione locali, già il 20 ottobre 1943, il suo nome fu uno dei due in rappresentanza del PCI, l'altro era quello di Arnaldo Alfani, uno dei tanti figli del carismatico Gino Alfani scomparso il 28 febbraio 1942.23

E fu tra quanti, nel tardo autunno del 1943, ricostituirono la sezione comunista e rifondarono la Camera del Lavoro, trovando la prima sede nella ex Casa del Fascio di via Parini, prima di trasferirsi negli anni Cinquanta al Corso Vittorio Emanuele III, 367, al primo piano, unitamente alla sezione del Psi, Diodato Bertone. Con lui è opportuno ricordare altri nomi, tra i quali, Michele Atripaldi, Pasquale De Santis (1883 - 1954), Mariano Guerriero, Antonio Nasti e i fratelli Tommaso e Carmine Iennaco, «gli artefici della rinascita e dello sviluppo della grande organizzazione unitaria».24

E toccò a lui l'onore di partecipare al primo Congresso della Federazione provinciale del PCI, svoltosi il 27 e 28 febbraio 1944 in via Egiziaca a Pizzofalcone 35, l'ex sede della Società Operaia di ispirazione mazziniana, ed essere eletto nel Comitato provinciale, l'unico di Torre Annunziata, mentre Castellammare di Stabia era rappresentata dal giovane, ma già figura leggendaria di antifascista che aveva conosciuto la galera nel 1936, Catello Marano.25

Così come partecipò all'immediato, successivo primo Consiglio Nazionale del PCI dell'Italia liberata, con la presenza di Palmiro Togliatti, il 31 marzo nella sede di via Medina. Con Russo non potevano mancare altre due leggendarie figure del movimento operaio locale come Biagio Bonzano e lo stabiese Luigi Di Martino.26

Nessuno dei tre intervenne, almeno stando alla ricostruzione fatta da Maurizio Valenzi, pubblicata in Studi Storici nel 1976.27

La sua adesione immediata al PCI ufficiale di Palmiro Togliatti lo fece entrare in contrasto con quanti nella Camera del lavoro non volevano saperne di lasciare la CGL rossa costituita nel novembre 1943 da Enrico Russo per farla confluire nella CGIL rifondata a Roma, subito dopo la sua liberazione dall'occupazione nazista, da Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi e Oreste Lizzadri e per la quale spingevano i comunisti ufficiali in contrasto con i comunisti dissidenti, alla sinistra del PCI togliattiano, ritenuto moderato e borghese con la sua via italiana al socialismo.

Allo scopo lo stesso quotidiano comunista, l'Unità, aveva iniziata una dura campagna di sconfessione e di vera e propria epurazione di quanti non si allineavano al nuovo corso.

Così, quando il 23 giugno 1944 si riunì, ancora una volta, la Commissione Esecutiva della Struttura camerale torrese, per l'esame della situazione creatosi in seguito alle trattative di Roma tra le principali tendenze sindacali, ci furono contrapposti ordini del giorno tra quanti volevano che non si modificasse il nome della CGL con CGIL, volendo rimanere leale ad Enrico Russo e quanti invece ritenevano corretto rientrare nella più grande famiglia del sindacato unitario ricostituitosi a Roma il 4 giugno di quel 1944 sotto l'egida dei tre grandi partiti nazionali, PCI, DC e PSI.

Filippo Russo era tra questi ultimi e propose l'adesione senza riserve alla Confederazione Generale Italiana del Lavoro di Giuseppe Di Vittorio, proponendo un suo ordine del giorno:

«La Commissione Esecutiva della Camera del lavoro di Torre Annunziata, riunitasi il 24 giugno 1944, auspicando all'unità sindacale che si augura avvenga al più presto per il benessere della classe proletaria, delibera di aderire alla Confederazione Generale Italiana del Lavoro costituitasi a Roma».28

Il suo ordine del giorno fu respinto con sette voti contro cinque, passando quello di Ettore Vitiello che recitava:

«La Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro di Torre Annunziata, riunitasi il 24 giugno 1944, si associa all'ordine del giorno votato dal Consiglio delle Leghe della Camera del Lavoro di Napoli il 22 giugno 1944 e riportato dal numero 28 del giornale, l'Unità».29

Paradossalmente, nonostante la sua posizione a favore del PCI di Togliatti, contro i dissidenti guidati a livello regionale da Enrico Russo e Antonio Cecchi, nella importante sezione comunista di Torre Annunziata, Filippo Russo si trovò alla testa del gruppo che difendeva la purezza degli iscritti contro l'altro capeggiato da Pasquale Monaco, disponibile ad aprire le porte del Partito a tutti purché non fossero stati fascisti.

Questa fase viene così ricordata da Biagio Bonzano (1898 - 1975) in un suo memoriale. Bonzano era un piemontese di San Salvatore Monferrato, provincia di Alessandria, combattente nella guerra civile spagnola, arrestato al suo rientro in Italia nel 1941 e liberato nell'ottobre del 1943.

Non riuscendo a passare la linea del fronte, si fermò a Santa Maria Capua Vetere e poi a Napoli, dove Clemente Maglietta, vice segretario della Federazione comunista, a giugno del 1944, gli chiese di recarsi a Torre Annunziata per aiutare i compagni nella riorganizzazione del Partito. Ritornato nella sua città natia dopo la pensione, vi muore l’8 gennaio 1975.

«Qui (a Torre Annunziata) trovai un numeroso gruppo di compagni alla testa della sezione:Matteo Matuozzo, segretario, Filippo Russo, Pasquale Monaco, Michele Vitiello, i fratelli De Santis, Giovanni Abenante, Raffaele Monaco, Francesco Pinto, Mario Guarriera, Amedeo Paschetta, Franco Romeo e forse altri. Il gruppo era però diviso grosso modo in due – Pasquale Monaco capeggiava un gruppo e Filippo Russo un secondo gruppo. Per quanto si capiva il gruppo di Monaco voleva aprire il partito a tutti purché non fossero stati dei fascisti dichiarati durante quel regime, il gruppo di Russo voleva un partito più chiuso. Si facevano su questo argomento delle lunghe discussioni attorno a un nome, ma nel fondo vi era che gli uni non avevano fiducia in Monaco perché ex presidente dell'Unione industria locale, gli altri non avevano fiducia nel gruppo Russo perché lo si accusava dei suoi contatti con il gruppo Iorio-Russo dei troschisti. Discussioni lunghe e stancanti che scendevano poi sui personalismi».30

Il 15 ottobre di quello stesso 1944 si tenne nel locale cinema Moderno una importante riunione dei giovani militanti comunisti della zona torrese stabiese penisola sorrentina.

La riunione faceva seguito al Convegno sindacale regionale del 5/6 febbraio tenuta dalla CGL rossa di Enrico Russo raccogliendo i quadri comunisti in preparazione del Congresso di Salerno, quasi una risposta del PCI Ufficiale di Togliatti, teso a richiamare all'ordine i suoi recalcitranti militanti.

A tenere la relazione agli oltre mille partecipanti fu chiamato Maurizio Valenzi, dirigente della Federazione Comunista Campana.

La riunione fu costantemente disturbata dal solito gruppo dissidente guidato da Ferdinando Pagano, fino a quando questi non furono costretti a lasciare la sala. Per strada due di loro furono aggrediti da militanti del PCI. Uno, Mario Caruso, riuscì a scappare, mentre l'altro, Giovanni Palladino ebbe la peggio riportando diverse lesioni.

Ma la violenza chiama altra violenza e fu così che Pagano con altri per vendicare l'offesa subita si recò a casa di Filippo Russo dove sapeva essere ospitato Valenzi.

In qualche modo Russo riuscì ad impedire al gruppo di Pagano di entrare in casa, salvando Valenzi dalla vendetta dei dissidenti, ma a pagarne le spese fu Biagio Bonzano nel frattempo arrivato nei pressi dell'abitazione e colpito alla testa. Ancora una volta toccò a Filippo Russo uscire di casa per salvare anche il povero Bonzano dalla difficile situazione.

Le acque sembrarono essersi calmate e nel pomeriggio Russo accompagnò Valenzi alla stazione ferroviaria a prendere il treno per Napoli, quando ricomparve Pagano con il suo agguerrito gruppo ancora assetato di vendetta. Mentre Valenzi, scortato da altri due militanti, saliva sul treno, Filippo Russo riuscì in qualche modo a bloccare il grosso della banda di facinorosi ma non a fermare il fratello di Pagano, Vincenzo e Tobia Testa.

I due, saliti sulla vettura dove si era seduto Maurizio Valenzi, lo riempirono di insulti e di minacce, prima di scendere nella successiva stazione ferroviaria di Torre del Greco.31

In questi primi anni, Filippo assunse funzioni dirigenti sia nella sezione del Partito sia nella Camera del Lavoro, dove era membro dell'Esecutivo, partecipando al I Congresso provinciale della CGIL nel giugno 1945 e intervenendo a nome della struttura di Torre Annunziata, in quella fase guidata da Michele Atripaldi.

Il 3 ottobre partecipò ad una importante riunione convocata dalla Cgil di Napoli per dirimere una violenta polemica tra la Federazione provinciale degli statali guidata dal democristiano Franco Tortorelli e la Camera del Lavoro di Torre.

Il contrasto era nato sulla gestione di cento nuove assunzioni che dovevano essere fatte nello Spolettificio, ancora requisito dagli anglo americani e sul rinnovo della Commissione Interna che il Segretario degli statali intendeva rinnovare senza consultarsi con la struttura camerale torrese.

Alla fine della discussione Clemente Maglietta diede ragione ai dirigenti di Torre Annunziata riconoscendo che a loro spettava la responsabilità di gestire sia le assunzioni, sia le elezioni della C.I.32

Sono anni in cui Filippo Russo entra puntualmente nelle informative del Questore al Prefetto elencando puntualmente gli scioperi e le manifestazioni dei pastai e mugnai da lui guidate ed i vari ruoli periodicamente chiamato a svolgere nella locale sezione del Partito.

Candidato nel Blocco del Popolo (formazione composta da comunisti, socialisti, repubblicani, azionisti e indipendenti e per simbolo Garibaldi) nelle prime libere elezioni amministrative del 15 giugno 1947, fu eletto con 306 preferenze.

La vittoria delle Sinistre Unite fu schiacciante e portò all'elezione del primo sindaco comunista della città con Pasquale Monaco.

Una città non facile da governare con i suoi 5mila disoccupati e altrettanti sinistrati, una città duramente colpita da una esplosione di quindici carri ferroviari, di cui tre carichi di esplosivi di grosso calibro appena un anno prima, il 21 gennaio 1946, provocando 54 morti, diverse centinaia i feriti e seimila sfollati, distruggendo l'intera zona portuale e l'antico borgo marinaro, mentre le industrie erano ancora sotto la gestione delle Forze Alleate insediatosi a Torre Annunziata dal 29 settembre 1943.33

Poi venne il 14 luglio 1948, una data entrata nella storia della nostra Repubblica e nel linguaggio popolare.

Ancora oggi, non a caso, si dice «Cca succede o 48!» per significare una rivolta, un tumulto di popolo, nato originariamente per indicare le rivolte risorgimentali che insanguinarono il nostro Paese e l'Europa intera nel 1848, ma anche, mi piace credere, le vibrate e partecipate proteste popolari che riempirono le strade e le piazze delle piccole e grandi città dell'Italia intera.

Nel nome di Togliatti, gravemente ferito in un attentato il 14 luglio 1948, da uno studente siciliano, Antonio Pallante, il popolo rosso dalla Lombardia alla Sicilia, e per quanto ci interessa a Napoli, a Castellammare di Stabia e a Torre Annunziata, provocando morti e feriti.

Nella cittadina di Oplonti scesero in piazza, prendendo parte attiva alla proclamazione dello sciopero generale e al comizio tenuto in Piazza Nicotera, oltre 5mila persone. Nella tarda serata, verso le venti, ci fu una seconda manifestazione, aspettando di conoscere le condizioni del Migliore.

Presero la parola il sindaco comunista Pasquale Monaco, Biagio Bonzano per il PCI e Francesco Porcelli per il PSI.

Poteva finire in questo modo, pacificamente, ma gli animi erano esagitati, così una parte dei dimostranti corse verso le sedi della Democrazia Cristiana e dell'Uomo Qualunque per devastarle, scontrandosi con le forze dell'ordine. Ci furono colpi di arma da fuoco, fortunatamente senza procurare vittime, ma non mancarono feriti e contusi sia tra le forze dell'ordine, sia tra i manifestanti. Seguirono nei giorni successivi numerosi arresti.34

Negli scontri, iniziati la sera stessa del 14 luglio, ci furono sette feriti di cui uno in gravi condizioni, lesioni riportarono anche un maresciallo, due agenti, un carabiniere e un vigile del fuoco.

Il giorno dopo in 3.500 si ritrovarono nella Camera del Lavoro a discutere delle sette persone fermate di cui cinque successivamente rilasciate. Il Segretario, probabilmente Giorgio Quadro, non approvò l'atteggiamento violento dei dimostranti, ma contemporaneamente esortò a continuare pacificamente la protesta contro l'attentato.

Il 16, Seicento operai dell'Ilva si rifiutarono di riprendere il lavoro e quando il 17 ci fu la ripresa chiesero con forza al Segretario della sezione comunista, Biagio Bonzano, a quali condizioni era stata assunta questa decisione.

Almeno 500 operai non si accontentarono della risposta ricevuta: a livello nazionale erano state chieste le dimissioni del Governo senza poterle ottenere, una mozione di sfiducia al Governo, ritenuto politicamente e moralmente colpevole dell'attentato a Togliatti, firmata da Terracini e da altri 45 senatori del Fronte Popolare restava inevasa.

Quando alcune decine di esasperati operai tentarono di aggredirlo, Bonzano fu salvato dall'intervento di alcuni dirigenti presenti, riuscendo a stabilire la calma. Un anno dopo, il 23 agosto la I Sezione penale del Tribunale celebrò il processo a carico di Ercole Nardotti ed altri quindici imputati per gli atti di violenza commessi il 14 e 15 luglio del 1948, condannando tutti a pene varianti da due mesi a un anno di reclusione.35

Inutile dire che tra i quindici imputati per reati contro la persona vi era anche il vecchio ma non ancora domo, Filippo Russo, ormai prossimo ai suoi 66 anni, irriducibile nelle sue idee e legatissimo al Segretario generale del PCI, nei confronti del quali aveva una vera e propria venerazione.

Ma intanto in conseguenza dei fatti di luglio e della insoddisfazione lasciata nelle migliaia di manifestanti comunisti, cadde la testa di Biagio Bonzano e sostituito nel successivo novembre dall'antico bracciante antifascista, poi irrequieto pensionato.36

A sua volta non vi rimase molto, sostituito ben presto dal più giovane e rampante studente universitario, Luigi Ilardi, uno stabiese domiciliato a Torre.

Filippo non si ricandidò nelle successive elezioni del 1952 ma ci riprovò nel 1956 e nuovamente eletto trascinato da 394 consensi. L'impossibilità di formare una maggioranza per la rigida divisione dei seggi, 20 al PCI e PSI e altrettanti alla DC e suoi alleati comportò nuove elezioni tenutesi l'anno successivo, il 26 maggio 1957.37

Ancora una volta Russo fu presente in questa nuova battaglia elettorale, non mancando all'appuntamento con il successo, forte di 406 voti, ma la vittoria, seppure di misura, arrise alla Democrazia Cristiana eleggendo il suo sindaco, Luigi Lettieri.

Furono queste le ultime elezioni per Filippo Russo, ormai vecchio e stanco combattente di 75 anni.

Era in trincea da troppi decenni, combattendo su diversi fronti, ora era il tempo delle nuove generazioni, del giovane segretario della Camera del Lavoro Angelo Abenante (classe 1927) dell'autoferrotranviere, Luigi Matrone (1923 - 2008), entrambi nel Partito dal 1943, dell'operaio Salvatore Staiano (classe 1926), successore di Abenante alla guida camerale di Torre Annunziata, iscritto al Partito nel 1944.

Poteva ora godersi la pensione nella sua casa di via Giardino 27, ma non glielo permise il Partito e così ancora nel 1955, un 29 agosto fu nominato Commissario Straordinario della sezione Gino Alfani, sostituendo Antonio Carlo Obici.38

Il tempo di riorganizzare la sezione, sistemare le diatribe interne e affidarla ancora ad un giovane destinato ad una luminosa carriera politica, Angelo Abenante (classe 1927), che già ricopriva la carica di Segretario della Camera del Lavoro dal 1953, in sostituzione di Biagio Bonzano. In precedenza il giovane Abenante era stato impiegato presso la federazione provinciale del Partito.

Un passato turbolento quello di Abenante, giovanissimo militante comunista, la cui prima denuncia delle Autorità Giudiziarie risaliva al 30 gennaio 1948 per minaccia aggravata per aver impedito ad un ufficiale giudiziario di eseguire una sentenza di sfratto.39

Nel 1962, alla bella età di 80 anni, Russo ritornò nell'Unione Sovietica, stavolta non maniera perigliosa come nel lontano 1926, ma come viaggio premio regalato dal suo Partito, il PCI.

Purtroppo al suo ritorno, dopo 20 giorni, cadde e si ruppe un femore, aggravando le sue condizioni di salute. A peggiorarla subentrò la morte della moglie, Rosa La Mura, scomparsa il 6 agosto 1963, a 71 anni.

Quando nel 1964 morì Palmiro Togliatti, la famiglia Russo osservò una settimana di lutto.40

Filippo Russo era molto legato a Togliatti, avendolo ospitato a casa sua le diverse volte in cui il grande leader comunista si era trovato a Torre Annunziata o nei suoi dintorni. Maurizio Valenzi, nel suo già citato libro ricorda a tal proposito un gustoso episodio risalente al 23 aprile 1944, una domenica, quando Togliatti venne nella Città dell'Arte Bianca per parlare ai comunisti della zona chiamati a raccolta nel cinema Moderno:

«Andiamo a pranzo (Valenzi e Togliatti) dal torrese Filippo Russo, dirigente degli operai pastai mugnai. Tracagnotto, cinquant'anni (in realtà Russo ne ha già 62), a quattordici già arringava i compagni da sindacalista. Ha girato tutta l'Europa senza passaporto parlando un'unica lingua, il dialetto strettissimo e gutturale dei torresi. È stato delegato a un Congresso dell'Internazionale a Mosca. Dove ha stretto la mano a Lenin, la gloria di una vita. La moglie e la figlia di Russo ci servono una straordinaria pastasciutta. I piatti sulla tavola sono soltanto tre. Togliatti chiede: “E le donne?”, Russo replica - “Hanno da fare in cucina”, Togliatti - “Se non vengono io non mangio”, Russo - “Ma da noi si usa così”. Togliatti - “Spero che tu sia un bugiardo”. Vince, alla fine le donne siedono con noi».41

Il giorno dei funerali di Togliatti i pastai e mugnai di Torre Annunziata sospesero il lavoro per un’ora, recandosi poi nella sede del Partito per firmare le loro condoglianze.

Telegrammi furono inviati dalla Camera del Lavoro, dal Circolo Lavoratori, dal Comitato cittadino del PCI, da rappresentanze di netturbini, dalle sezioni, Gino Alfani, Ruggiero Grieco e Nikos Belojannis, quest'ultima, una sezione intitolata a un leader comunista della resistenza greca e condannato a morte con altri sette compagni nel 1952 dallo stesso governo per aver tentato di ricostituire il Partito Comunista dichiarato illegale nel 1947.

Belojannis, nato nel 1915 e soprannominato l'uomo con il garofano, da uno schizzo di Pablo Picasso, era stato fucilato il 30 marzo 1952 con altri tre compagni.

Russo farà richiesta dei benefici previsti dalla legge n. 96 del 10 marzo 1955, Provvidenze a favore dei perseguitati politici antifascisti o razziali, che prevedeva la concessione di un assegno vitalizio di benemerenza ai cittadini italiani perseguitati a seguito della loro attività politica da loro svolta contro il regime fascisti dopo il 28 ottobre 1922.42

Paradossalmente, mentre da un lato lo Stato repubblicano gli riconosceva di essere stato perseguitato dal regime fascista, contemporaneamente lo sorvegliava schedandolo in quanto esponente del Partito comunista e quindi potenzialmente «pericoloso per l'ordine pubblico e l'ordinamento democratico», sia pure, sembrerebbe, relativamente al solo 1961, quasi sicuramente in occasione del suo viaggio premio in Unione Sovietica a seguito della sua richiesta di avere il necessario passaporto.43

La sua attività politica e sindacale non ebbe mai soste, fino all'ultimo diede il suo contributo come consigliere del locale Comitato direttivo dello SPI, il sindacato dei pensionati della CGIL.

Filippo Russo scompare a Torre Annunziata il 26 giugno 1965. La camera ardente fu allestita nei locali della sezione, Gino Alfani, dove la salma fu omaggiata dai comunisti e dai democratici torresi e da dove partirono le esequie con larga partecipazione popolare.44

 

Note

1. Sulla fondazione della Camera del Lavoro di Torre Annunziata cfr. Avanti! 1° marzo 1901, La Camera del Lavoro a Torre Annunziata.

2. Dattiloscritto di Anonimo, Archivio PCI napoletano, oggi presso Istituto Campano per Storia della Resistenza, La difficile vita di un autentico figlio della classe operaia di Torre Annunziata, Filippo Russo, scritto probabilmente da un militante di Torre Annunziata dopo la morte di Russo.

3. Avanti! 23 febbraio 1908, Nelle organizzazioni di Torre.

4. Archivio Centrale di Stato (d'ora in poi ACS), Confino Politico, Russo Filippo, busta 894, Attività politica del sovversivo Russo Filippo fu Alessandro da Torre Annunziata, 23 giugno 1927.

5. Avanti! 20 luglio 1922, Frazione massimalista. Comitato di Napoli.

6. Ibidem, Alto Commissariato per la Provincia di Napoli, 26 agosto 1927, Riservata Urgente.

7. Avanti! 30 maggio 1919, Continua lo sciopero dell'Arte Bianca.

8. Avanti! 31 maggio 1919, Lo sciopero dell'Arte Bianca. La forza pubblica fa fuoco. Il Segretario della Camera del Lavoro di Salerno ferito.

9. Dattiloscritto, La difficile vita, cit. In realtà in nessun documento ufficiale si parla di questo fantomatico viaggio di Russo con la delegazione italiana per partecipare ai funerali di Lenin nel 1924. Probabilmente, l'ignoto autore fa confusione con il viaggio fatto nel settembre 1926, di cui parleremo più avanti.

10. Avanti! 21 giugno 1922, La situazione di Torre Annunziata. Cfr. anche Atti Parlamentari del 17 giugno 1922. «I compagni onorevoli Bovio e Lucci hanno presentato la seguente interrogazione, Interrogo il Ministro degli Interni per conoscere il suo pensiero sulla situazione esistente a Torre Annunziata e sugli incidenti e violenze che si verificano contro le organizzazioni proletarie e l'Amministrazione socialista.»

11. Sulle vicissitudini della Lega braccianti cfr. anche l'articolo dell'Unità del 11 giugno 1926, scritto dal corrispondente locale, Vivo malcontento tra gli operai braccianti di Torre Annunziata.

12. Filippo Russo, con il fascismo ormai consolidato, fu tra i pochi di Torre Annunziata che sottoscrissero per l'Avanti! firmandosi con il proprio nome per intero. Cfr. Avanti! 12 settembre 1925, I socialisti di Napoli per l'Avanti! E questo proverebbe in qualche modo che a quella data non aveva ancora aderito al PCd'I. Come lui Gaetano Fontana e G. (Giuseppe?) Gallo e Porta (Alfredo?)

13.Della delegazione facevano parte il muratore Gaetano Laudano, di Catania, l'impiegato Pietro Mastronardi, di Adelfia, Bari e il tipografo Pietro Refolo, di Maglie, Lecce. In realtà non conosciamo il numero esatto dei delegati, l'Unità accennava ad almeno dodici operai in rappresentanza delle varie regioni d'Italia e doveva esserci almeno una donna, più una delegazione giovanile. Ovviamente per motivi di sicurezza e di salvaguardia dei delegati suo quotidiano comunista non appare nessuna notizia sulla partenza e sul numero dei partenti, anche se il 9 ottobre li cita in un articolo affermando che «la delegazione operaia è già partita per la Russia dei Soviet e della quale fanno parte delegati di tutti i partiti e senza partito. Particolare importanza acquista l'adesione di lavoratori cattolici di sinistra».

A sollecitare delegazioni operaie di tutti i paesi capitalisti a visitare l'Unione Sovietica era stato un articolo scritto da Grigory Zinovief sul quotidiano comunista l'Unità, pubblicato il 31 ottobre, 3 e 6 novembre 1925, La situazione politica internazionale dell'Unione Soviettista. L'Unità lancerà lo stesso 6 novembre una sottoscrizione tra i suoi elettori per raccogliere fondi sufficienti per inviare una delegazione operaia in Russia.Zinovief sarà una delle tante vittime della grande purga dello stalinismo e giustiziato nel 1936.

L'Unità tornerà sull'invio della delegazione operaia da inviare in URSS nel 1926, specificando i criteri di selezione. Cfr L'Unità, 20 aprile 1926, Per l'invio di una delegazione operaia nell'URSS e L'Unità del 18 maggio, Verso la realizzazione pratica dell'invio nell'Unione Soviettista di una delegazione operaia italiana. Nell'articolo si indica un numero massimo di dodici operai da ripartirsi tra le varie regioni, dando inizio alla sottoscrizione.

14. ACS, Confino di Polizia, Alto Commissariato per la Provincia di Napoli, Russo Filippo, fu Alessandro, confinato politico, Riservata, 29 febbraio 1928

15. Ibidem, ACS, Confino Politico, telegramma spedito da Alto Commissario Napoli a Prefetto di Salerno e Ministro Interno, 28 settembre 1930

16. ASN, Questura di Napoli, Archivio di Gabinetto, Disposizioni di Massima, Fascio 74, fasc. 1645. Commissariato Pubblica Sicurezza di Torre Annunziata, 5 luglio 1933. Tra gli altri elementi da controllare ricordiamo Francesco Papa, Antonio Cecchi, Giovanni D'Auria, Vincenzo Giordano e il socialista Raffaele De Rosa. Su Russo e Papa, la nota precisa che per quanto debbano essere diligentemente vigilati, dato il loro passato di ferventi sovversivi non si ritiene attualmente capaci di commettere atti inconsulti in occasione di pubbliche manifestazioni.

17. Ferdinando Pagano, Antifascismo e Anti-Antifascismo, Torre Annunziata, 1988, pp. 44/47 e 79/80

Nel corso degli anni fascisti, Filippo Russo, come tanti altri militanti comunisti, veniva regolarmente fermato per misure di sicurezza e messo in cella per il tempo strettamente necessario, ogni qualvolta era di passaggio qualche alto dirigente politico. Probabilmente gli episodi di cui parla Pagano, che ebbe modo di incontrare per ben due volte in carcere Filippo Russo, si riferiscono a queste sporadiche occasioni.

18. Eduardo Ferrone, Le radici del malessere, Marigliano 1983, p. 135

19. Atlante delle stragi nazifasciste in Italia, alla voce, Torre Annunziata, schede curate da Isabella Insolvibile.

Sono 55 i cittadini di Torre Annunziata che a vario titolo hanno avuto riconoscimento dalle varie Commissioni regionali presenti sul territorio nazionale e insediatosi nel 1945 per premiare quanti si erano battuti contro l'invasore tedesco, ma nessuno di questi risulta averlo fatto a Torre Annunziata, ad esclusione di un tale Angelo Marandino, nativo di Capaccio (SA), la cui presunta attività partigiana non fu riconosciuta dalla commissione e pertanto respinta il 2 gennaio 1948. Cfr. la scheda a suo nome pubblicata dalla Direzione Generale degli Archivi, nel sito, I Partigiani d'Italia.

20. Angelo Abenante, Per la libertà. Sorvegliati dell'Ovra a Torre Annunziata, Libreria Dante&Descartes, 2009, p.88/92

21. ASN, Comitato Provinciale di Liberazione Napoli, busta 5, Torre Annunziata

22. Ferdinando Pagano, Antifascismo e Anti-Antifascismo, p.145, Torre Annunziata 1988

23. ASN, Comitato Provinciale di Liberazione, cit. 20 ottobre 1943. Il primo Comitato di Liberazione di Torre Annunziata era composto da Nicola medici e avvocato Raffaele Paduano per il PSI, Mario Pennasilico, Vincenzo Sentieri per il Partito Sociale Cristiano e per il PCI, come si è detto, da Filippo Russo e Arnaldo Alfani.  Russo sarà poi sostituito da Giuseppe Maresca.

24. Eduardo Ferrone, cit., p. 115

25. Maurizio Valenzi, C'è Togliatti, Sellerio Editore Palermo, 1995, p.56/7. Con Filippo Russo saranno eletti, Eduardo Spinelli, Giorgio Quadro, Vincenzo Iorio, Vincenzo la Rocca, Abatino Laurenza, Corrado Graziadei, Raffaele Cuomo, Francesco Marano, Francesco Frezza, Giuseppe Guarino, Iffrido Scaffidi e Francesco Migliarotti. Oltre, naturalmente, alla segreteria composta dallo stesso Valenzi, Salvatore Cacciapuoti, Eugenio Reale e Velio Spano.

26. L'Unità, 2 aprile 1944, Il Partito Comunista Italiano saluta il suo capo tornato finalmente in Italia.

27. Studi Storici, anno 17, n.1, 1976, Verbale del I Consiglio nazionale del PCI, pp. 193-205

28. Battaglie Sindacali, Anno I, n. 18, 2 luglio 1944, Da Torre Annunziata.

A favore dell'ordine del giorno di Russo si erano schierati, Giovanni Farina, Domenico Pinto, Vincenzo De Felice e Attilio Millo. I contrari furono, Raffaele Mancuso, Attilio Perrotta, Michele Atripaldi, Ettore Vitiello, Pietro De Martino, Eugenio Oropallo e Rodolfo Scafuri.

29. Ibidem. Per una visione completa sulle vicende della CGL rossa si consiglia l'esaustiva lettura di Francesco Giliani, Fedeli alla classe. La Cgl rossa tra occupazione Alleata del Sud e svolta di Salerno (1943-45), 2013.

30. Memoriale dattiloscritto della prima metà degli anni Settanta di Biagio Bonzano, all'epoca conservato nell'Archivio storico della Federazione napoletana del PCI, oggi presso l'istituto Campano per la storia della Resistenza, Vera Lombardi. Una copia mi fu donata dal compagno Cozzolino, fedele custode della memoria del Partito.

31. ASN, Questore a Prefetto, Terzo versamento, busta 1133, Comizio della Gioventù Socialcomunista, 21 ottobre 1944.

32. Gloria Chianese, Sindacato e Mezzogiorno. La Camera del Lavoro di Napoli nel dopoguerra, Napoli, Guida Editori, 1987, p. 122/23- 130

33. Tra le vittime ci fu anche l'antifascista, Mariano Guarriera (1899 - 1946), il negoziante di profumeria, condannato nel 1937 a due anni di confino con il bracciane Alfredo Aprile ed i pastai Salvatore Montuori e Catello Pagano perché sorpresi nel suo locale da un gruppo di fascisti mentre commentavano alcuni episodi della guerra civile in Spagna. Cfr. Rosa Spadafora, Il popolo al confine. La persecuzione fascista in Campania, p. 259, Edizioni Athena, 1989.

34. Il Semaforo torrese, anno II, n. 17, 17 luglio 1948, Per l'attentato a Togliatti. Nel resoconto parlamentare del 15 luglio 1948 del Ministro dell'Interno, Scelba, così ricostruisce quanto accadde a Castellammare di Stabia, ma vale per la stessa Torre Annunziata:«A Castellammare di Stabia un gruppo di circa cinquemila persone tentò di invadere la sede del partito democristiano. Respinti, ritornarono e invasero la sede dalla parte del giardino distruggendo tutti i mobili. Il deputato democristiano, Stefano Riccio, nel suo intervento precisò, Per la terza volta la sede di Castellammare di Stabia è stata devastata, quella di Torre per la seconda volta (…)». Cfr. Camera dei deputati, Discussioni, Seduta pomeridiana del 15 luglio 1948.

35. ASN, Gabinetto Prefettura, III versamento, Questore a Prefetto, 14, 15, 17 luglio 1948 e 25 agosto 1949.

36. ASN, Questore a Prefetto, PCI, sezione Torre Annunziata, 4 novembre 1948. Biagio Bonzano bella figura di antifascista piemontese, ex combattente in Spagna, uscito dal carcere nell'ottobre 1943, arrivato a Torre Annunziata, si mise a disposizione del Partito. Assunto dall'Ilva come guardiano, fu Segretario della Camera del Lavoro torrese nei primi anni Cinquanta. Intanto in quel novembre del 1948 dopo la sua sostituzione in favore di Filippo Russo, fu nominato Segretario della sottosezione presente a Torre Centrale. La stessa che dopo la sua morte gli sarà intitolata.

37. Giovanni Di Martino-Salvatore Russo, Cinquant'anni di battaglie elettorali amministrative a Torre Annunziata. 1947 – 1995, Editore d'Amelio, 2000

38. ASN, Questore a Prefetto, Torre Annunziata sezione Gino Alfani, 3 agosto 1955.

39. ASN, Questura a Prefetto, Torre Annunziata, sezione Gino Alfani, 29 agosto 1955.

40. Dattiloscritto di Anonimo, La difficile vita, cit.

41. Maurizio Valenzi, C'è Togliatti, cit. p. 80/81.

42. Ministero dell'Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, Affari Riservati, Categorie permanenti, Categoria 793, Perseguitati politici, fascicoli personali, 1956 – 1960. Filippo Russo, Busta 83. Fra i perseguitati di Torre Annunziata, Russo non sarà il solo ad inoltrare la domanda, la faranno, tra gli altri, Ferdinando Pagano, Alfredo Aprile, Raffaele Verdezza, Salvatore Montuori, Francesco Papa e gli eredi di Gino Alfani.

43. Ministero dell'Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Riservati.1948 – 1970. Categorie Permanenti, Categoria Z. Russo Filippo (1961), busta 519. Anche in questo caso Russo non sarà il solo sorvegliato di Torre Annunziata, con lui ci saranno, Angelo Abenante e Arnaldo Alfani, ancora relativamente al 1961, Ercole Nardotti nel 1948, Francesco Papa nel 1949, Luigi Ilardi nel 1951, Pasquale Guarriera nel 1959 e Biagio Bonzano tra il 1951 e il 1968. Probabilmente ce ne saranno altri di cui non siamo a conoscenza. Altrettanto numerosi i militanti comunisti sottoposti a controlli, informative e sorveglianza nella vicina Castellammare di Stabia e altri di Torre del Greco, almeno fino alla fine degli anni Sessanta e probabilmente anche oltre, pensiamo a un nome su tutti, quello di Luigi Di Martino, controllato dal 1951 al 1969, fino a quando il fascicolo non fu chiuso a seguito della sua scomparsa, il 30 gennaio di quell'anno. Ricordiamo che Angelo Abenante risultava nelle cosiddette liste del Sifar, militanti comunisti da arrestare nel caso fosse riuscito l'abortito Colpo di Stato da parte di forze deviate dell'Arma dei Carabinieri nell'estate del 1964. Con Abenante risultava un altro torrese, il sindaco comunista, Luigi Matrone. Cfr. l'Unità, 1° febbraio 1968, La lista nera del Sifar a Napoli. Il piano per gli arresti nel 1964 si chiamava “Solo”. Nell'articolo sono riportati tutti i nomi dei cosiddetti enucleandi napoletani.

44. L'Unità, 27 giugno 1965, La morte di Filippo Russo.

 

 

 

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