Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Baroni, religiosi e “il zuccaro” nel Regno di Napoli alla fine del XVIII secolo

Condividi

L’ultimo scorcio del XVIII secolo fu una fucina di idee nuove, concretizzatesi particolarmente in Francia con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (20 Agosto 1789) e la soppressione dell’insopportabile peso della feudalità, in America con la promulgazione della Costituzione, avvenuta il 7 marzo 1789.

Il Regno di Napoli, nonostante registrasse la presenza di tante menti illuminate, molte delle quali finirono stroncate dal furore della reazione del Novantanove, rimaneva tuttavia in una condizione di arretratezza morale e culturale quale non v’era paragone nel resto d’Italia.

Michele Torcia, allievo di Genovesi e infaticabile funzionario di Tanucci, che si muoveva con disinvoltura tra le Corti dei vari Stati dell’Europa del tempo, in uno scritto in lingua francese del 1784 pubblicato a Napoli, di cui purtroppo non esiste la versione italiana, descrisse le pietose condizioni in cui versava il Regno in quel tempo,  dove la sola oppressione feudale assorbiva fino alla quarta parte del prodotto della pesca e quasi la terza parte di quello del pane, oltre alla decima su tutti gli altri prodotti anche trasformati quali l’olio, il vino, il formaggio e le stoffe, sino ad arrivare addirittura alla sesta parte.1

 

La qual cosa era indiscutibilmente vera anche in relazione all’avidità del clero: abati, vescovi, conventi di religiosi e di religiose.

Ces exemples déshonorans erano tutti i giorni davanti agli occhi dei Borbone i quali tolleravano questi droit barbares che erano stati usurpati dall’autorità dispotica dei baroni, dalle pie frodi del clero e dalle cessioni estorte ai contadini esasperati dalla fatica, sfiniti dalla mancanza di cibo e sopraffatti dalla povertà e dall’oppressione.

Nel corso degli ultimi due secoli la c.d. immunitè ecclésiastique, ces maladie semblable la petite vérole era riuscita ad incamerare più di due terzi delle proprietà dei cittadini del regno.

E la Giustizia?  Amministrata per lo più da feudatari o da avvocati già al loro soldo, esisteva solo per tutelare gli interessi delle classi dominanti e la corruzione dilagava in tutte le province.

Quanto alle opere pubbliche, manco a parlarne. Porti allo sfascio e viabilità carrozzabile pressoché inesistente, soprattutto nei siti più distanti dalla capitale.

Erano gli anni in cui, dopo il barlume di speranza che aveva suscitato Re Carlo e poi il Consiglio di Reggenza, dove avevano brillato i geni di Tanucci e di Cattaneo, il regno era di fatto amministrato, al posto di quel pusillanime di Re Ferdinando, dalla moglie Maria Carolina, che in pochi anni aveva invertito la rotta verso una politica filo -asburgica, facendo sprofondare il regno  alla fine del secolo in un sinistro oscurantismo.

In tutto quel maleodorante sfasciume, di cosa potevano preoccuparsi i baroni e i religiosi?

Ma ovviamente delle difficoltà di approvvigionamento dello zucchero dal Nuovo Mondo, indispensabile per dolciumi e sorbetti, a causa delle contingenti vicende storiche di quegli anni.

La canna da zucchero è una pianta erbacea di grandi dimensioni, appartenente alla stessa famiglia botanica del grano, del riso e del mais, le graminacee. I fusti aerei, che nascono da forti rizomi sotterranei, sono alti 3-4 metri ed hanno il diametro variabile dai 2 ai 5 centimetri.

La pianta, certamente originaria della Cina del Sud e dell’India, era nota anche agli indigeni di Giava, Sumatra, Figi e di quasi tutte le isole del Pacifico.

Introdotta nell’Europa in epoca medievale, la pianta fu coltivata dai portoghesi a Madera, nelle Canarie, nelle Azzorre e nell’Africa Occidentale ma i primi insegnamenti sulla coltivazione furono dettati dall’Università di Palermo nel 1419 e più tardi si deve a un italiano, Pietro Speciale, la costruzione del primo mulino meccanico a tre cilindri, apparso nel 1449.2

Colombo la portò a S. Domingo nel suo secondo viaggio (1493) e di qua si diffuse in tutta l’America centro-meridionale.

Nel regno di Napoli la coltura si era diffusa soprattutto nella provincia di Calabria Ultra I e in Sicilia, dove lo zucchero veniva estratto nei c. d. “trappeti”, appellativo comune anche ai frantoi oleari.

Avvenne però che il basso costo di produzione della canna nelle Indie occidentali, dovuto soprattutto all’impiego degli schiavi e alle migliori condizioni climatiche, causò, a partire dalla metà del secolo XVIII, il declino delle coltivazioni europee.

In Europa lo zucchero era entrato nell’uso comune delle classi più agiate, dove costituiva un articolo di lusso e un segno di distinzione sociale, mentre rimaneva sconosciuto nel resto della popolazione.

Il volgo, che non poteva avere accesso a quel prodotto, utilizzava, a seconda delle disponibilità e delle tradizioni, il miele di api e il mosto cotto, ridotto generalmente a ¼ del volume originario, ma gelosamente conservati per i soli casi di infezioni della faringe e nelle tossi catarrali più persistenti, usati quindi come medicinali e non come dolcificanti.

Cessata dunque la coltivazione della canna, l’Europa, alla fine del XVIII secolo dipendeva, per l’approvvigionamento dello zucchero, esclusivamente dalle colonie americane.

Le vicende legate alla Rivoluzione Francese, con gli inevitabili sconvolgimenti nei collegamenti commerciali con le Americhe, causarono enormi difficoltà e una drastica riduzione dell’approvvigionamento dello zucchero di canna, determinando la vertiginosa impennata dei prezzi ma anche l’inizio della ricerca per ottenerlo da fonti alternative.

 

Si dovette arrivare però alla metà del secolo successivo per iniziare ad estrarre lo zucchero dalla barbabietola con positivi risultati economici.

Uno dei fogli che si occupò della crisi dello zucchero nel regno fu il “Giornale Letterario di Napoli”, stampato presso Michele Morelli, la cui pubblicazione, iniziata nell’Agosto del 1793, fu conclusa con il volume CVII del 15 settembre 1798.

Il primo articolo, comparso nel 1793, dava notizia dell’analisi chimica condotta da Francesco Mirabelli, che aveva individuato negli steli di granturco una sostanza zuccherina il cui sugo poteva convertirsi in sciroppo, da impiegarsi quale surrogato dello zucchero di canna.3

Seguì, nel 1795, la recensione di due libretti scritti da D. Giovanni Leonardo Marugj (1753-1836) di Manduria.4

Esso constava di complessive 65 pagine, oggi pressoché introvabili anche nelle biblioteche pubbliche, il quale riconosceva che «in America l’uso dei Negri, sebbene abbominato, segue a praticarsi per favorire il basso prezzo dello zucchero» ed auspicava la reintroduzione della canna per la produzione di zucchero nazionale.5

Indicava peraltro nella somma di ducati 1.568.250 l’esborso annuo nel Regno di Napoli per l’acquisto del prodotto dalle Indie Occidentali.

Cominciò così un febbrile lavorio, in tutta l’Europa, per trovare un surrogato dello zucchero d’importazione e gli esperimenti si moltiplicarono.

Girolamo Cavezzali, speziale dell’ospedale di Lodi, che lamentava «l’eccessivo prezzo dello zucchero causato dalle presenti circostanze», condusse una serie di esperimenti per l’estrazione dello sciroppo zuccherino dal mosto d’uva, riducendolo a 1/3 del volume originario ma, a conti fatti, il costo della trasformazione era troppo elevato, il prodotto conservava il sapore del mosto e per di più rimaneva difficilmente conservabile.6

Il resoconto più circostanziato comparso sul Giornale Letterario fu però quello di Michele Torcia.

L’arutore, che prese le mosse dal lavoro svolto a Resina dal Principe di Campofranco nel 1794, dai monaci e delle monache in Napoli, nonché dai recenti esperimenti condotti in Francia e anche in Italia, propose un suo particolare procedimento, che lo condusse a conseguire, da 10 rotoli di uva (appassita), un rotolo e mezzo di «zucchero secco, e di color bruno come quello in America».

Tradizionalmente venivano usate nel Regno anche altre piante per la produzione di liquidi zuccherini concentrati come il miele di fichi (fichi dottati bolliti il cui succo,  concentrato a fuoco lento, assumeva la viscosità e anche il colore del miele di api) impiegato in Calabria per fare i mustacioli, a Napoli detti “mustacere” o anche la manna, prodotto raro e costosissimo ottenuto della linfa fatta colare mediante opportune incisioni sul tronco degli alberi di frassino (Sicilia e Calabria).

Sull’argomento si cimentarono numerosi personaggi dell’epoca che, con grande sfoggio di cultura classica, tracciarono la storia dei prodotti zuccherini, menzionando i tanti esperimenti condotti per estrarre lo zucchero dalle piante più svariate e impensabili (Cav. Saverio Landolina da Siracusa, D. Vincenzo Petagna, D. Ferdinando Viscardi, D. Antonio Pitaro, D. Domenico di Tommaso).7

In quegli anni si auspicava da più parti la reintroduzione della coltivazione della canna nel Regno e pertanto molta attenzione fu rivolta alle osservazioni di un viaggiatore francese sulle “cannameli” (canne da zucchero) coltivate in India e nella Cochinchina8 di cui Michele Torcia ha tradotto la parte relativa alle sole Cannés à sucre.9

Tra gli ulteriori personaggi che si occuparono dell’argomento sulle colonne del Giornale Letterario, il Padre Giovambattista S. Martino 10 e il Padre ex-Provinciale F. Niccola Onorati.11

La penuria di zucchero si protrasse per tutto il tempo delle campagne napoleoniche e lo stesso Imperatore, con decreto emesso da S. Cloud il 12 settembre 1810 si interessò della vicenda, statuendo un premio di 50,000 lire italiane da ripartire tra i quattro stabilimenti che avrebbero fabbricato la maggior quantità di “Zuccaro d’uva”, in proporzione della quantità prodotta.12

I Baroni e i religiosi di ogni ordine e grado del Regno di Napoli, dopo aver ingoiato malevolmente gli interminabili, amari giorni del periodo francese, riavuta l’aurea protezione del loro bramato monarca e grazie allo zucchero che fluiva oramai liberamente dalle indie occidentali, tornarono finalmente a rimpinzarsi con le loro sospirate cassatine, sorbetti, zeppole, e bignè.

 

 

Note

1. M. Torcia, Etat de la navigation nationale sur toute la côte orientale du Royaume de Naples, preseté a l’Academie des Sciences ed Belles Lettres, Napoli, 1784.

2. E. Parodi, Agricoltura tropicale e subtropicale, REDA, Roma, 1941.

3. Giornale Letterario di Napoli, vol. II, Settembre 1793.

4. Giornale Letterario di Napoli, vol. IX, Aprile 1795.

5. Memoria politico-economica sul vantaggio che recherebbe allo Stato, ed ai suoi individui la formazione de’ zuccari fatta nel Regno di Napoli e della facile riuscita che potrebbe avere la medesima e Lettera che serve di supplemento alla Memoria suddetta.

6. Giornale Letterario di Napoli, vol. XLV, 15 febbraio 1796.

7. Ricetta da far il zucchero d’uva ora che scarseggia l’Americano, nel Giornale Letterario di Napoli, Vol. LXXXVII, 15 Novembre 1797.

8. P. Poivre, Voyages d’un philosophe, Paris, Hautbout, an V épublican (1797, 13° ediz.).

9.  Giornale Letterario di Napoli, vol. XCI, 15 Gennaio 1798.

10. Giornale Letterario di Napoli, vol. CV, 15 Agosto 1798.

11. Giornale Letterario di Napoli, vol. CVI, 1° Settembre 1798, Opuscoli Scelti sulle Scienze e sulle Arti, Tomo XX, Milano, 1798.

12. Editto dato dal Palazzo di S. Cloud il 12 settembre 1810.

Le annate del Giornale Letterario di Napoli sono gratuitamente scaricabili.

 

 

Immagine di copertina: Isaac Cruikshank (Edimburgo 1764-Londra1811)

Eau-forte, cm 23,8x33,6 cm, Année 1820.

 

 

 

 

 

Disegno di Horace Rilliet in “Colonne mobile en Calabre dans l’année 1852”.

Famiglia contadina in un villaggio della Calabria Ultra II.

La vita familiare si svolgeva in una stanza con polli, cane, gatto e maiali. 

 

 

 

Statistiche

Utenti registrati
130
Articoli
2638
Web Links
6
Visite agli articoli
11598529

(La registrazione degli utenti è riservata solo ai redattori) Visitatori on line

Abbiamo 327 visitatori e nessun utente online