Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Tra Foscolo e Mazzini: il Dante di Mameli

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«Non si deve del resto sottovalutare l’importanza che viene qui ad assumere l’Italia come nazione. Certo Dante non ebbe dell’Italia la stessa idea che gli attribuirono i nostri padri del Risorgimento, che per questa pagina si commossero e ad essa si ispirarono. Ma è anche vero che non si può dire – come si è detto – che per Dante l’Italia era solo un’entità geografica e linguistica. […] Come anche nell’Epistola VI 3, l’Italia è una persona, quindi una nazione».

Con queste parole Anna Maria Chiavacci Leonardi, nel suo pregevole commento alla Commedia, ha illustrato i versi della celebre apostrofe all’Italia («Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie ma bordello!», Purgatorio VI).

Secondo la studiosa, con tutta probabilità questo passo rappresenta «se non il primo testo, certo il più autorevole, in cui tale idea venga alla luce».

Nel corso dell’ultimo decennio, sull’idea dantesca dell’Italia si sono soffermati vari italianisti di diversa formazione: ricordiamo, tra gli altri, Francesco Bruni, Mirko Tavoni, Gian Luigi Beccaria, Fabio Finotti e Giulio Ferroni.

 

Se questi recenti studi, condotti con gli strumenti della ricerca linguistico-filologica e storico-letteraria, raggiungono un alto livello di rigore scientifico, lo stesso non si può dire di gran parte delle appassionate interpretazioni che, sul medesimo argomento, sono state proposte dai patrioti risorgimentali.

Come aveva già osservato Giuseppe Toffanin (il cui giudizio è ora riproposto dallo storico Fulvio Conti), infatti, negli scritti danteschi del Mazzini, l’Apostolo dell’unità italiana, più che una vera e propria «critica», è presente una «religione dantesca, senza filologia, senza erudizione, senza glosse». Ma in che cosa consiste questa «religione dantesca»?

L’Ottocento riconobbe nell’Alighieri non solo il grande poeta, ma anche e soprattutto il «simbolo umano» del nostro Risorgimento: «l’infelicità e l’orgoglio di Dante esule divennero un punto di riferimento, un vero e proprio modello di passionalità romantica» (P. Gresti).

Dante, assurto a principale emblema dell’italianità, venne considerato il profeta e il primo cantore dell’unità nazionale. A tal proposito è opportuno ricordare che nei padri risorgimentali il culto dantesco si collegava alla lezione foscoliana.

Com’è noto, Foscolo – che in gioventù scrisse l’ode A Dante (1795/1796) – pose in esergo all’edizione zurighese dell’Ortis (1816) i versi di Purgatorio I 71-72 («libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta»), esaltando così l’amore dantesco per la libertà, e nei Sepolcri (1807) delineò la celebre immagine del «Ghibellin fuggiasco» («e tu prima, Firenze, udivi il carme / che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco»).

Negli anni del soggiorno inglese Foscolo approfondì gli studi danteschi, fornendo importanti contributi critici in cui veniva presa in seria considerazione anche la dimensione religiosa e profetica della poesia e della missione dell’Alighieri (G. Ledda).

Un altro dei capisaldi del dantismo foscoliano, oltre alla forte esigenza di leggere la Commedia «in un quadro storico-culturale adeguatamente illuminato, e reso parlante da un’opportuna documentazione», era rappresentato dal motivo vichiano «della poesia primitiva intesa come apice di ogni umana espressione d’arte».

Dante divenne così «profeta e vate di un’Italia barbara e primitiva e, come tale, poeta sublime, alla stregua di Omero, in quanto espressione genuina di una dimensione di esistenza autentica e rousseauianamente incorrotta» (G. Nicolini).

Secondo il Foscolo, infatti, «i poeti primitivi, teologi e storici delle loro nazioni, vissero […] in età ferocemente magnanime […] e l’Alighieri cantò i tumulti d’Italia sul tramontare della barbarie, valoroso guerriero, ardente cittadino ed esule venerando» (Discorso QuartoDella ragione poetica di Callimaco, in La Chioma di Berenice poema di Callimaco tradotto da Valerio Catullo volgarizzato e illustrato da Ugo Foscolo, 1803).

La «religione dantesca» di Mazzini si collegava alla lezione dell’Alfieri e, soprattutto, del Foscolo (M. Scotti).

Anche se il primo scritto dantesco del Mazzini, significativamente intitolato Dell’amor patrio di Dante (1826/7), evocava l’omonimo trattato di Giulio Perticari (Dell’amor patrio di Dante e del suo libro intorno al volgar eloquio, 1820; F. Conti; P. Palmieri), «non vi è […] alcun dubbio che specie dal Foscolo dantista il Mazzini mutuasse la sua salda persuasione della forte valenza civile ed attuale del messaggio dantesco, quel suo culto, insomma, di Dante quale poeta della nazione, e quale profeta dell’unità politica e culturale dell’Italia» (A. Cottignoli).

Agli occhi del Mazzini, infatti, uno dei maggiori meriti del Foscolo era stato quello di aver riconosciuto nell’Alighieri, «più che il poeta o il creatore della Lingua, il grande cittadino, il pensatore profondo, il Vate religioso, il profeta della Nazione, dell’Italia» (Moto letterario in Italia, 1837). Nella prospettiva mazziniana, il Foscolo, vero antesignano del dantismo romantico, era finalmente riuscito a «condurre la critica sulle vie della storia». (Commento foscoliano alla «Divina Commedia», 1842).

Già nel suo primo saggio dantesco, del resto, Mazzini invitava i connazionali allo studio dell’Alighieri con la stessa enfasi retorica con cui Foscolo aveva esortato gli italiani a studiare la storia patria («O Italiani, io vi esorto alle storie», Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, 1809): «O Italiani! Studiate Dante; non su’ commenti, non sulle glosse; ma nella storia del secolo, in ch’egli visse, nella sua vita, e nelle sue opere» (Dell’amor patrio di Dante).

Gli uomini del Risorgimento, dunque, più che il padre della tradizione linguistico-letteraria italiana, celebrarono «il poeta civile», «il politico militante», «l’intellettuale engagè» destinato a pagare «con l’esilio la difesa a oltranza dei propri ideali»: si delineò così un fortunato modello, nel quale «molti letterati e patrioti italiani di primo Ottocento, specie sul côtè neoghibellino, non faticarono a riconoscersi: da Foscolo a Mazzini, da Leopardi a Settembrini» (F. Conti).

Fra i giovani intellettuali che si ispirarono a questo paradigma interpretativo ci fu certamente Goffredo Mameli, il poeta-profeta della rivoluzione nazionale, colui che più di ogni altro è stato in grado di conferire veste poetica al pensiero politico, civile e religioso di Mazzini.

Nato a Genova (1827) da Giorgio Mameli, ufficiale della Regia Marina Sarda, e Adelaide Zoagli, nobildonna genovese amica d’infanzia di Mazzini, frequentò le Scuole Pie di Genova. Presso i Padri Scolopi, seguì le lezioni del padre Agostino Muraglia, biblista e studioso della cultura ebraica, fervente classicista e convinto cultore della tradizione civile e letteraria italiana, in cui privilegiava Dante, Parini, Monti, Foscolo, Manzoni, Leopardi.

Il maestro avviò, inoltre, il giovane Mameli alla conoscenza degli autori animati da spirito patriottico, come Francesco Domenico Guerrazzi e Giovanni Battista Niccolini e, soprattutto, degli esponenti delle moderne letterature europee (da Goethe a Schiller a Byron).

Sotto la guida del padre Muraglia, dunque, il genovese, oltre a maturare una profonda ammirazione per i testi biblici e per la cultura israelitica, approfondì lo studio dei classici italiani e latini, e in primis dell’Alighieri (al secondo corso di retorica, classificatosi «Quartus inter pares», si prestò, insieme a suoi due compagni, «a rispondere alle domande e alle obiezioni che intorno a Dante fossero loro state fatte»; A. Codignola).

Tra le poesie patriottiche del Mameli, infatti, spicca l’ode Dante e L’Italia (1847).

Come ha notato Amedeo Quondam, in questi versi, sulla scia dell’interpretazione del Foscolo, l’Alighieri appare «sfigurato invano» da «pedanti» e «arcadi», da «preti e re», ed è celebrato come esule per aver osato gridare «Italia / Ahi di dolore ostello, / Non donna di provincie / Ma schiava, ma bordello» – si noti la parafrasi in versi della celebre apostrofe all’Italia («Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie ma bordello!», Purg. VI).

Di ascendenza foscoliana, infine, è anche il motivo della funzione civile delle tombe dei grandi («A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti», Dei Sepolcri): sul sepolcro dell’exul immeritus («l’avel dell’esule»), infatti, si accendono gli animi degli italiani, pronti a risorgere e a combattere per la propria  libertà («Sovra l’avel dell’Esule / Sotto la sacra pianta / Fede diventa il trepido / Desio dell’alma affranta: / Si fanno eroi gl’ignavi; / Il gemito de’ schiavi / Si fa dei forti il tremito / Si fa terror dei re»).

Da quanto s’è visto, emerge chiaramente che l’immagine dantesca delineata da Mameli si ricollega alla suggestiva icona foscoliana del Dante «Ghibellin fuggiasco».

Questa definizione, da non interpretare in senso letterale, esprimeva un «certo spirito giacobino e democratico già in precedenza manifestato dal Foscolo, al quale Dante era apparso l’avversario della “fraudolenta tirannia dei pontefici”, colui che aveva combattuto implacabilmente la “frode guelfa e la papale avarizia”» (M. Scotti).

Per cercare di comprendere fino in fondo il concreto significato storico che tale appellativo («ghibellino») veniva ad assumere agli occhi di Mameli, potrebbe essere utile un’attenta riflessione sulle parole pronunciate dallo stesso Goffredo in occasione di un episodio rievocato da Giovanni Battista Mameli, fratello del poeta, e ora riportato nella biografia mameliana recentemente pubblicata dalla storica Gabriella Airaldi. Giovanni Battista racconta che l’intendente di Marina Rossi, ospite un giorno in casa Mameli, si scagliò contro il «ghibellino» Dante.

Dopo una lunga discussione, Goffredo spiegò al cav. Rossi che «al tempo di Dante era viva la memoria di Federico, re delle Due Sicilie, e siccome lui vivente i ghibellini erano convinti che se Federico prendeva Roma, l’avrebbe fatta sede dell’impero, così era credenza di Dante che se l’impero veniva a Roma, non solo avrebbe riunita l’Italia, ma l’Italia avrebbe preso il dominio su tutte le nazioni».

Se è chiara l’adesione al modello foscoliano, altrettanto evidente è la ricezione della lezione mazziniana. Anche per Mameli la “religione laica” di Dante consiste nel culto della patria. Sulla scia di Mazzini, infatti, il giovane poeta tende ad attribuire all’Alighieri le proprie convinzioni politico-ideologiche.

L’immagine di Dante «sfigurato invano» da «preti e re» («Splendi. Pedanti, ed arcadi / T’han sfigurato invano / E preti e re. L’anatema / Che lancia il Vaticano / Ove la lupa ha il soglio / è gloria in Campidoglio; Santissimo battesimo / Dei vili il maledir») va dunque letta alla luce della religiosità laica dell’autore che, non molto tempo dopo la stesura di Dante e l’Italia (1847), avrebbe esultato alla notizia della fuga di Pio IX a Gaeta (1848): «Viva l’Italia e il Popolo / E il papa che va via! / Se andranno in compagnia / Viva anche gli latri re!» (Al Popolo per la fuga del papa).

La miglior chiosa a questi versi e, più in generale, alla posizione contraria al temporalismo della Chiesa, è stata offerta dallo stesso Mameli, che, in un articolo intitolato Noi italiani vogliamo essere Nazione (11 gennaio 1849), sostiene la necessità della netta distinzione tra religione intesa come «problema di coscienza» e religione come «struttura organizzativa» (D. Bidussa): «grandissima parte de’ mali romani e italiani, venne dall’imbarazzo che ai papi davano le cure del principato.

Quando il Papa potrà tornare ai suoi santi uffici di Sacerdote e più non sarà distratto da mondani pensieri, la religione rifulgerà del suo primo splendore, i popoli credenti saluteranno il Vaticano come sede vera del Vangelo di Cristo e il Campidoglio come oracolo di nuova sapienza civile, come porto di salute a tutte le genti italiane».

L’importanza del culto ottocentesco di Dante e del magistero di Mazzini nella formazione politico-culturale di Mameli è dunque evidente. A tal proposito Nino Mameli, curatore di una recente edizione degli Scritti di Goffredo, ha osservato che, nell’ode Dante e l’Italia, l’autore «intuisce una correlazione fra Dante e Mazzini, e li vede come due apostoli, due esuli solitari e perseguitati, due amanti della libertà e dell’Italia; infine, quasi come due anime poeticamente gemelle. Quindi li definisce i primi assertori dell’idea di una Italia Unita».

Come s’è visto, l’interpretazione di Dante offerta dal Mameli non è filologicamente irreprensibile, ma non risulta per questo priva di interesse sul piano storico e culturale.

Lo studio di ciò che Dante rappresentò per i nostri padri del Risorgimento, infatti, ci consente non solo di giungere a una più completa conoscenza della storia della critica dantesca, ma anche di individuare e valutare criticamente uno snodo fondamentale nell’evoluzione della nostra identità nazionale e del nostro sentimento patriottico: non a caso la poesia in questione è emblematicamente intitolata Dante e l’Italia.

Oggi, rileggendo questi appassionati versi nel settimo centenario della morte dell’Alighieri, abbiamo dunque l’opportunità di riscoprire l’amore per Dante e per l’Italia di quel giovane poeta che, divenuto ben presto il bardo della rivoluzione nazionale italiana, ci ha lasciato in eredità il testo del Canto nazionale (Fratelli d’Italia, 1847) prima di cadere, non ancora ventiduenne, in difesa della Repubblica romana (1849).

 

Davide Meo

 

 

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