Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Gli italiani, la Germania, la IV Guerra di indipendenza e Pirandello

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«Gli amici della birreria strillano ogni sera come aquile contro l’iniqua invasione e gli atti di selvaggia ferocia; lui Berecche non insorge, sta zitto, pur sentendosi divorare dentro dalla rabbia, perché non può gridar loro in faccia, come vorrebbe: “Imbecilli! che strillate! È la guerra!”. Non insorge, e ingozza, perché è sbalordito. Sbalordito non di quella invasione, non di quegli atti di ferocia, ma della colossale bestialità tedesca. Sbalordito.

Dall’altezza del suo amore e della sua ammirazione per la Germania, cresciuti smisuratamente con gli anni, questa colossale bestialità è precipitata come una valanga a fracassargli tutto: l’anima, il mondo quale se l’era a mano a mano, dai nove anni in su, tedescamente costruito, con metodo, con disciplina, in tutto: negli studii, nella vita, nelle abitudini della mente e del corpo. [...]

Lì tappato nel suo studio, che nessuno lo vede, Berecche si sente voltare il cuore in petto al ricordo di ciò ch’egli intendeva per metodo tedesco, al tempo dei suoi studii, al ricordo delle sodisfazioni ineffabili ch’esso gli dava quando con gli occhi stanchi della faticosa paziente interpretazione dei testi e dei documenti, ma con la coscienza tranquilla e sicura d’aver tenuto conto di tutto, di non essersi lasciato sfuggire nulla, di non aver trascurato nessuna ricerca utile e necessaria, palpeggiava, la sera, rincasando dalle biblioteche, là sul tavolino da studio, il tesoro dei suoi schedarii voluminosi.

 

E tanto più si sente sanguinare il cuore, in quanto ora avverte con sordo livore, che per le sodisfazioni che gli dava quel metodo egli, sotto sotto, commetteva la vigliaccheria di non dare ascolto a una certa voce segreta della sua ragione insorgente contro alcune affermazioni tedesche, che offendevano in lui non soltanto la logica ma anche, in fondo in fondo, il suo sentimento latino: l’affermazione, per esempio, che ai Romani mancasse il dono della poesia; e, accanto a questa affermazione, la dimostrazione che poi fosse leggendaria tutta la prima storia di Roma.

Ora, o l’una cosa o l’altra. Se leggendaria, cioè finta, quella storia, come negare il dono della poesia? O poesia o storia. Impossibile negare l’una e l’altra cosa. O storia vera, e grande; o poesia non meno grande e vera.»

In questa novella del 1915 dal titolo Berecche e la guerra, Luigi Pirandello fotografava lo stato d'animo della generazione nata dopo i processi risorgimentali ottocenteschi e cresciuta con il mito della Germania bismarckiana e guglielmina come faro del progresso economico-industriale e garante dell'ordine tradizionale.1

Professore di mezza età, Federico Berecche si trovava in difficoltà e dilaniato dai dubbi e dai ripensamenti di fronte alle notizie, vere o false, che la propaganda italiana riportava sulla Germania, per preparare l'opinione pubblica alla guerra con Berlino.

Una condizione comune ad un'intera generazione, si è detto, ma più in generale ad un mondo politico e intellettuale che ancora sentiva quel legame con la Germania sviluppatosi durante il Risorgimento e cementatosi a causa delle frizioni con la Francia (ad esempio per la questione tunisina) e che ancora nel 1915 riteneva possibile evitare il conflitto con l'esercito di Guglielmo II o addirittura invocava l'impegno militare contro la Triplice Intesa.

È il caso, volendo fare solo qualche nome, di Ruggero Fauro e Luigi Federzoni, i quali auspicavano un intervento in seno alla Triplice Alleanza convinti che poi i tedeschi avrebbero costretto l'Austria-Ungheria a cedere all'Italia le terre irredente, di Alfredo Rocco e Francesco Coppola, che invece consideravano la Germania un alleato fondamentale contro gli slavi.

A onor del vero bisogna tuttavia precisare che la generazione dei Berecche si caratterizzò anche per una decisa insofferenza nei confronti della Germania, vista come la causa di una certa situazione di stasi in cui si trovavano il nostro Paese e le sue ambizioni irredentistiche e di potenza.

Le resistenze all'entrata in guerra contro le forze del Kaiser, condivise tra l'altro dallo stesso establishment governativo italiano (si pensi a Sonnino e Salandra) e la contestuale volontà di limitare lo scontro bellico al fronte con l'Austria-Ungheria, dimostrano e confermano come per Roma il 1915-1918 abbia avuto soprattutto finalità "risorgimentali" (il completamento dell'unità nazionale) e non già imperialistiche, come invece vorrebbe una certa lettura, ideologica e parziale.

 

 

Nota

1. Berecche dirà infatti anche:

«Ma ti dico questo, e te lo dico forte, perché lo sentano anche di là, quelle due furie che vorrebbero impedirmi di ragionare, venendo qua a gridarmi che vogliono da me il fratello, il fidanzato, come se io fossi pazzo come loro; ti dico questo: che adesso io sono di nuovo per la Germania, sì, sì, te lo dico forte, per la Germania, per la Germania, che avrà commesso una pazzia, anzi l’ha commessa di certo, ma vedi che spettacolo offre ancora a tutto il mondo? Se l’è concitato contro e lo tiene a bada tutto il mondo! Impotenti tutti contro lei potente! Che spettacolo è questo! E volete abbatterla? distruggerla? Chi? La Francia, fradicia, la Russia coi piedi di creta, l’Inghilterra? E valgono forse più di lei? Che valgono di fronte a lei? Niente! Niente! Non la vince nessuno!»

 

 

Riferimenti bibliografici:

L. Pirandello, Berecche e la guerra, in «Novelle per un anno», vol. XIV. Milano, Mondadori, 1934.

F. Niglia, L'antigermanesimo italiano: da Sedan a Versailles", Firenze, Ed. Le Lettere, 2012.

 

 

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