A proposito di Francesco II. La testimonianza di Dumas

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Garibaldi non lasciò a Francischiello il tempo di emulare le nefandezze dei suoi avi, ma nel suo breve regno, di appena 642 giorni, da domenica 22 maggio 1859 a mercoledì 13 febbraio del 1861, data della caduta di Gaeta, si macchiò anche lui di turpitudini e di sangue innocente.

Alessandro Dumas, che dal Novembre del 1860 dirigeva in Napoli il quotidiano L’Indipendente, e Gaeta era bersagliata dalle cannonate sabaude (5 nov. 1860 -13 feb. 1861), ha fornito del novello monarca una immagine nitida quanto cruda.

Debole, falso, insicuro e pauroso sino alla vigliaccheria, ma anche crudele al punto da gettare, fin dai giorni di Gaeta, il seme della guerra civile, pervicacemente inseguito dal successivo soggiorno romano, dal quale fomentava il brigantaggio e il terrore per tutte le contrade del suo ex reame, col pieno sostegno dalla Corte Romana.

In proposito, A. Dumas, come si vedrà più avanti, non ha mancato di evidenziare «la solidarietà dei dispotismi: il Papa è, più di quel che non si creda, fratello del Sultano».

Così facendo, Francesco II sperava di poter risalire trionfalmente la penisola, come in altri tempi aveva fatto il sanguinario cardinale Ruffo, scortato dai briganti capitanati da Borjes, Crocco e Chiavone. Il suo tempo, però era già finito.

 

Dumas tornerà più volte sull’argomento Francesco II dalle colonne dell’Indipendente, ma gli articoli più significativi ritengo che siano quelli scritti a commento del proclama Ai popoli delle Due Sicilie del 2 gennaio 1861 e dell’annunciato Statuto per la Sicilia del 15 gennaio successivo.

Per i lettori del Nuovo Monitore ho pazientemente trascritto i relativi articoli, comparsi sull’Indipendente dal 2 all’11 gennaio 1861 e il 12 febbraio 1861.

 

Napoli, 2 gennaio 1861

Risposta al re Francesco II

A proposito del suo Proclama ai Popoli delle due Sicilie.

Anno I n. 68 Mercoledì 2 Gennaio 1861

 

Sire

Noi siamo di coloro che combattono certi re finché stanno in piedi; ma che s’inclinano dinnanzi a loro quando sono stati consacrati da quel pontefice, ben altrimenti potente, ben altrimenti eterno, ben altrimenti infallibile di quello di Roma: dalla sventura.

Risponderemo dunque, seriamente, e rispettosamente, al proclama che avete testé indirizzato a’ popoli delle Due Sicilie, e cominceremo la nostra risposta dalle parole, che rivolgeva uno degli eroi dè nostri Romanzi a Carlo I, d’Inghilterra, quando era prigioniero del suo Parlamento:

Salute alla Maestà caduta: 

 

Vostra Maestà dice nel suo primo paragrafo: «Da questa piazza, ove difendo più, che la corona, l’indipendenza della Patria comune, il vostro Sovrano leva la voce per consolarvi nelle vostre miserie, e per promettervi tempi più felici; egualmente traditi, egualmente spogliati noi ci rileveremo insieme dal nostro infortunio. L’opera dell’iniquità non è mai durata molto tempo, e le usurpazioni non sono eterne».

Sire – Permettetemi di lamentare, nel rispondere a questo primo paragrafo, che l’educazione storica de’ re non sia più severa, più solida e più liberale. Non avrei, se fosse quale io lo desidero per salvaguardia di que’ re che sono ancora sul trono, per consolazione di quelli che ne sono discesi, non avrei, dico, a notare fino dal primo paragrafo del manifesto di Vostra Maestà due gravi errori.

Prima di tutto, Sire, è bene che V.M. sappia che cosa è Napoli, donde viene, ove, va. È buono che V.M. conosca bene, prima di rammentare i diritti della casa dé Borboni su Napoli, i diritti che ha Napoli su se stesso.

Eglino sono i diritti delle nazioni, i quali, sempre sono anteriori a quelli de’ re, attesochè, per quanto sieno antiche le razze de’ re, le nazioni son sempre più antiche di loro, e sono appunto questi diritti che i re non conoscono o fingono di non conoscere.

Diciamo qualche cosa de’ diritti che Napoli ha su se stesso, passeremo poi a quelli che V.M. crede avere su Napoli.

Napoli, colonia di Cuma, cioè città greca, subisce il giogo de’ Romani 327 anni prima di Gesù Cristo divenendo capitale della Campania invece di Capua, passa nel 536 sotto il dominio degl’Imperatori d’Oriente, cui Totila la toglie nel 541, e che è obbligato a restituire nel 544.

Napoli rimane greca, anche a tempo de’ Longobardi, e forma, con le città greche vicine, il Ducato di Napoli, e poco dopo, governata da duchi ereditari, diventa una repubblica sovrana.

Questo stato di repubblica, cioè questo periodo, durante il quale, Napoli appartiene a se sola, o presso a poco, dura dal IX al XII secolo cioè presso a poco 200 anni.

Nel 1139 Napoli si sottomette a Ruggero, e, cominciando a soggiacere al dominio degli uomini d’occidente, prende il titolo di capitale delle due Sicilie. Da questo momento Napoli diventa per la casa d’Angiò, la Germania, la Francia e la Spagna un oggetto d’ambizione che, palleggiato da un principe all’altro, subisce le fasi seguenti:

Dopo la morte di Federico II si dichiara per Innocenzo IV; Corrado IV e Manfredi lo costringono ad arrendersi, ed abbattono le sue mura.

Il re d’Ungheria, Luigi il Grande, l’occupa per poco.

Giovanna vi rientra nel 1348.

Luigi d’Angiò la prende nel 1383.

Renato d’Angiò nel 1438.

Alfonso primo d’Aragona nel 1442.

Carlo VIII di Francia la conquista insieme a tutto il Reame nel 1495.

Luigi XII se n’impadronisce nel 1500, ma per cederlo quasi subito a Ferdinando il Cattolico.

Nel 1647 ha luogo la rivoluzione di Masaniello. Padrone di se stesso Napoli si dichiara una seconda volta per la Repubblica, sotto il Duca di Guisa. Nel mese d’Aprile seguente cioè nel 1648 il Conte d’Ognatte lo riprende per la Spagna.

Nel 1707 l’austriaco Daun lo prende e lo saccheggia, viene infine il vostro antenato D. Carlos Duca di Parma per parte di sua madre, cessionario di suo padre Filippo V pe’ suoi diritti du Napoli come duca d’Angiò.

Vince contro gl’imperiali le battaglie di Bitonto e di Velletri, e, sotto il nome di Carlo III è riconosciuto dalla Francia per re delle due Sicilie, sebbene per la pace d’Utrecht Filippo V, nel cedere Gibilterra e Minorca all’Inghilterra, avesse, nello stesso tempo, ceduto all’Austria, il Reame di Napoli, e la Sicilia alla Casa di Savoja.

Notate bene queste frasi che noi sottolineiamo perché vi ritorneremo sopra, Sire.

Il vostro antenato Carlo III chiamato al trono di Spagna, nel 1758, cede il trono delle due Sicilie al vostro Bisavolo Ferdinando I il quale, nel 1799 è obbligato d’abbandonar Napoli, che tornando di nuovo a’ suoi primitivi istinti, si proclama Repubblica partenopea, e conserva questo titolo fino a quando il Card. Ruffo vi rientra il 13 giugno dello stesso anno.

Nel 1806 Napoleone dà Napoli a suo fratello Giuseppe, poi nel 1808 a Murat che vi regna fino al 1815. Allora vi rientra Ferdinando che vede scoppiare l’insurrezione del 1820, la quale ha per iscopo di reclamare la costituzione del 1812, soppressa da lui nel 1816, insurrezione che fu schiacciata dall’intervento austriaco, e che riapparve nel 1830 e prese nel 1848 tali proporzioni che Ferdinando II, vostro padre, fu obbligato di dare di nuovo quella costituzione si sovente accordata, e ritolta. Voi siete contemporaneo di codesti avvenimenti, Sire.

Voi siete stato cullato al rumore del bombardamento di Messina e di Palermo, siete stato risvegliato dal fuoco di fucileria de’ fratelli Bandiera, e del Generale Pisacane; e voi vi siete turate le orecchie per non sentire i gemiti che faceva mettere la tortura, ad Agesilao Milano.

Ricapitoliamo.

Voi dite, facendo causa comune con il vostro popolo:

 

«Egualmente traditi, egualmente spogliati noi ci rileveremo insieme dal nostro infortunio: l’opera dell’iniquità non è mai durata lungo tempo, e le usurpazioni non sono eterne».

 

Permettetemi, Sire di venire con la storia in mano, a dirvi. Il popola napolitano non fa punto causa comune con voi Sire. Nel Medio Evo, prima che si avesse sentore de’ vostri antenati, egli tre volte è rientrato nella padronanza di se stesso. La prima volta s’è fatto Duca di Napoli, la seconda, Repubblica sotto duchi ereditari, ed infine la terza, riprende lo stesso titolo sotto Masaniello ed il Duca di Guisa.

Passiamo al vostro antenato Carlo III.

Avete badato, Sire, a ciò che aveva l’onore di dirvi sulla situazione in cui era Napoli quando se ne impadronì D. Carlos?

Per la pace d’Utrecht Napoli era ceduto all’Austria, e la Sicilia alla Savoja.

Ceduto formalmente, e solennemente in un Congresso antenato di quello di Vienna. Ceduto con un trattato che mise fine alla guerra di successione, trattato sottoscritto dalla Francia, la Spagna, l’Olanda, e l’Inghilterra, ed approvato, e ratificato dal vostro antenato Filippo V, il quale sapeva bene quel che faceva, perché nato nel 1685 aveva allora trent’anni.

Non era dunque un fanciullo cui si dà una penna, e gli si guida poscia la mano.

Ora come il Re Filippo V, può cedere a vostro antenato D. Carlos i suoi diritti sul reame di Napoli e su la Sicilia quando esso ha volontariamente e di suo pieno beneplacito rinunziato, per concorrere al trono di Spagna a’ suoi diritti al trono di Napoli in favore dell’Austria e a’ suoi diritti alla Sicilia in favore della Casa di Savoja?

Io ammetto, Sire, che i Napolitani non vogliano per loro sovrano l’Imperator d’Austria, ciò è evidente, ma vogliono almeno per Re uno della Casa di Savoja.

Dunque, Sire, siccome per il trattato d’Utrecht la Sicilia era ceduta alla casa di Savoja nel 1713, siccome la Sicilia, à tempi di Ruggero, ha fatto entrar Napoli nella sua sfera, ed ha creato il reame delle due Sicilie, è la casa di Savoja che ha il vero diritto sul Regno di Napoli, ed il vostro antenato Carlo III, impadronendosi di Napoli, in virtù de’ diritti ai quali sua padre aveva rinunziato, e che, per conseguenza stessa di questa rinunzia, non poteva cedergli, il vostro antenato Carlo III è egli UN USURPATORE.

Ecco ciò che vi dice un romanziere storico, che sfida tutti i diplomatici del mondo di provargli che V.M. ha ragione, e che egli ha torto.

Ora, l’avete detto voi stesso, Sire le usurpazioni non sono eterne. L’usurpazione della vostra famiglia ha durato126 anni!

Non è già una eternità, ma è un tempo assai lungo per il popolo che lo subisce, e che, in questi 126 anni, ha tentato quattro volte, di sottrarvisi la prima nel 1799, la seconda nel 1820, la terza nel 1848, e che, ogni volta vi ricade mutilato, torturato, soffocato nel sangue.

 

Anno I n. 69 Giovedì 3 Gennaio 1861

Voi continuate, Sire:

Io sono napolitano: nato framezzo a voi, non ho respirato altro aere, non ho visto altri paesi, non conosco altro suolo che il suolo natale. Tutte le mie affezioni sono nel reame; i vostri costumi sono i miei, la vostra lingua è la mia, le vostre sono pure le mie ambizioni.

Erede d’una antica dinastia, che da lunghi anni regna su queste contrade, dopo averne rivendicata l’indipendenza e l’autonomia, io non vengo, dopo aver spogliato gli orfani del loro patrimonio, e la Chiesa de’ suoi beni, ad impossessarmi colla forza straniera, delle più deliziose parti d’Italia.

Io sono napolitano: nato framezzo a voi, non ho respirato altro aere, non ho visto altri paesi.

Voi siete napolitano, voi siete nato in mezzo a’ Napolitani? Se così fosse, V.M. non avrebbe nessuna scusa per non aver meglio conosciuto lo spirito, ed i bisogni di Napoli. Ma v’ingannate, semplicemente, da voi stesso, dicendo che siete napolitano, e nato in mezzo a’ napolitani.

No, Sire, voi siete nato in un palazzo, non importa qual sia, siete nato in mezzo a’ cortigiani, e tutti i cortigiani si rassomigliano. Ora, nascere in un palazzo, Sire, è nascere fra quattro mura dorate. Nascere in mezzo ai cortigiani, è aprir gli occhi in mezzo alle genuflessioni, aprire le orecchie in mezzo alle lodi. Nascere napolitano, in mezzo a’ napolitani, al contrario, sarebbe stato vedere la miseria di Napoli; sarebbe stato ascoltare i gemiti delle donne, e de’ fanciulli, i mariti ed i padri de’ quali marcivano nelle prigioni di Stato; sarebbe stato udire le grida degl’infelici sottoposti alla tortura, e alle maledizioni de’ condannati a morte.

Essere napolitano sarebbe stato conoscere la rivoluzione del 1799, splendida rivoluzione che hanno glorificata, col loro sangue i Pagano, i Cirillo, gli Ettore Carafa, le Pimentel, i Palombo, i Toscano, la Sanfelice, e tanti altri; sarebbe stato il riconoscere le cause dell’insurrezione del 1820, accettata dal vostro avo Francesco primo nella sua qualità di Vicario generale, e poscia tradita e conculcata da lui come principe ereditario; e che è stata soffocata, malgrado il coraggio de’ Pepe e de’ Menechino e gli sforzi generosi de’ Saliceti, de’ Salvati, de’ Montani; sarebbe stato riconoscere la rivoluzione del 1830, nella quale Migliorato, e quattro altri han perduta la testa sul patibolo, infine quella del 1848 nella quale, vostro padre, dopo aver data, e poi spergiurata e rinnegata la costituzione, condannò a morte i Zuppetta, i Pasquale Montano, i Giovanni Manhès, ed i Ricciardi; imprigionò, e mandò in galera sessantasei patriotti, ed esiliò una quantità di cittadini tale, che i soli loro nomi formavano, alla Prefettura di Polizia, dieciotto volumi!!

Voi aggiungete, Sire.

«Non ho respirato altro aere, non ho visto altri paesi non conosco altro suolo che il suolo natale».

E questa è la sventura Sire. Se aveste respirato altra aria, se aveste veduto altre contrade, e conosciuto altro suolo fuori di quello nativo, quell’aria avrebbe fatto respirare i vostri polmoni più liberamente di quello che si respira in Napoli; se aveste vedute altre contrade, avreste paragonato i loro movimenti ed il loro progresso alla vostra immobilità, se aveste conosciuto un altro suolo fuori di quello nativo, avreste appreso che non è solamente il Vesuvio che scuote la terra, e che i vulcani, che rovesciano i troni, sono anche più da temersi  di quelli che si contentano di rovesciare i palagi.

I grandi Principi, Sire, o i Principi abili son quelli che hanno viaggiato, ed hanno studiato, viaggiando, i costumi dei popoli, in mezzo ai quali han fatto soggiorno.

Gustavo Vasa, che fondò la monarchia nazionale in Isvezia, è stato sì gran principe, solo perché, ostaggio della Danimarca, rifuggito in Dalecarlia, vi aveva vissuto contadino, e da lavorante nelle miniere, e conosceva il popolo sul quale poi s’appoggiò.

Pietro il grande non sarebbe stato altro che Pietro I se non avesse mai abbandonato la Russia. È stato Pietro il Grande, dopo aver fatto il maestro d’ascia in Olanda, il pilota in Inghilterra, e dopo essere stato come Principe in Francia, e vittorioso a Pultava.

E, per prendere un esempio più moderno, Credete voi, Sire, che l’Imperatore Napoleone III, nato sui gradini del trono, non conoscendo Parigi se non che per ciò che, ne avesse potuto sentire dalle finestre delle Tuileries, ed istruito delle cose straniere solo per ciò che gliene fosse stato raccontato, sarebbe quel Principe abile ch’egli è, che impone, si voglia o no, la sua volontà sull’Europa, e che, con la punta delle dita, sostiene voi a Gaeta, ed il Papa a Roma?

Voi dite ancora, Sire.

«I vostri costumi sono i miei, la vostra lingua è la mia».

Senza dubbio, Sire, la vostra lingua è la lingua di Napoli, e il vostro bisavolo Ferdinando I la vinceva anche su voi a questo proposito; poiché non ha mai saputo altro che il dialetto napolitano, ma non è stato per ciò Re migliore né più grande. Crudele fino all’insensibilità, spergiuro fino all’empietà ha fatto lacerare nel letto di Nelson, dalle mani di una cortigiana, la capitolazione sottoscritta dai tre ammiragli Inglese, Russo e Turco, e quella notte di piacere per lui, notte di vendetta per altri, ha fatto perder la vita a diecimila de’ migliori cittadini di Napoli.

Infine il vostro paragrafo termina con queste parole:

«Non vengo dopo aver spogliato gli orfani del loro patrimonio, e la Chiesa de’ Suoi beni, ad impossessarmi, colla forza straniera, della più deliziosa parte d’Italia».

No, Sire, eccetto le confische di beni fatte dai vostri antenati, voi non avete spogliato, materialmente, gli orfanelli de’ beni terrestri, ma vi sono, in questo mondo, altri beni fuori di quelli rappresentati dalle terre, o dal danaro. Vi sono i beni dello spirito, i tesori dell’intelligenza, i quali sono beni molto più preziosi degli altri; perché sono il patrimonio di Dio, l’eredità del Signore.

Questi beni si chiamano: l’Educazione. Il Progresso, la Libertà. Ebbene voi, ed i vostri antenati, avete spogliato i vostri dieci milioni di sudditi di questi impareggiabili tesori, tesori che, que’ pochi che gli han potuti conquistare, gli han conquistati soffrendo la persecuzione, e nel tempo del loro esilio.

Ci son volute quattro rivoluzioni perché avessero il diritto di riportarli nel loro paese, su cui voi regnate! E, siccome vi è una giustizia divina, sebbene questa giustizia arrivi qualche volta lentamente, e zoppicando, il ripatriamento di questi esiliati, che han riportate le cognizioni liberali dagli altri paesi, ha affrettato la vostra caduta, e s’opporrà eternamente al vostro ritorno.

Ma ecco, Sire, ove la memoria vi tradisce a proposito di voi medesimo:

«Minacciato da continue cospirazioni io non ho fatto versare una goccia di sangue».

Voi non avete fatto versare una goccia di sangue Sire?

Ricapitoliamo, e vedremo che ci presentano sotto questo rapporto i vostri dieciotto mesi di regno.

Avete voi dimenticata la dimostrazione pacifica, cui diè luogo la vittoria di Solferino? La mano insanguinata di Caccavone si alza per darvi una smentita, e le quindici ferite di Rosiello si riaprono per gridare 7 giugno 1859!

Avete dimenticato l’arresto de’ quarantadue, fra i quali il Principe di Torella, il Marchese Di Bella Caracciolo, il Procurator generale Vacca, e i due fratelli Francesco, e Gennaro De Filippo?

La voce degli esiliati vi grida 28 ottobre!

Voi non avete fatta versare una goccia di sangue, Sire?

E il sangue de’ Palermitani Rizzo? E quelli dei tredici innocenti del 4 Aprile, fra i quali un giovane di 19 anni, ed un vegliardo di 65, era esso un sangue così volgare che ve ne siete già dimenticato? È dunque assolutamente necessario pe’ vostri occhi che sia sangue nobile per esser sangue?

Ricordatevi del sangue di Palermo. L’ordine di versarlo è stato dato DA VOI per telegrafo, mentre sedevate a banchetto co’ vostri generali, che si accingevano a partire, per andare a difendere i vostri diritti in Sicilia.

Quel sangue v’è stato di cattivo augurio, Sire. Maniscalco, e De Simone hanno sdrucciolato su quel sangue, ed hanno secoloro trascinato a terra una delle vostre due corone.

Vedremo domani come è caduta l’altra.

 

Anno I n. 71 Sabato 5 Gennaio 1861

 

Perché dunque, secondo che la memoria dei re diviene più cattiva, quella del popolo diviene più implacabile?

Perché i re hanno interesse a non ricordare, e i popoli, al contrario, hanno interesse di non dimenticare. Ora noi vi costringeremo a confessare, Sire, che, secondo che vi avanzate nel vostro programma la vostra memoria diventa di più in più cattiva.

Voi dite: «Il mondo intero lo ha veduto: per non versare del sangue, ho preferito arrischiare la mia corona».

Abbiamo già risposto a questa pretensione nel nostro ultimo articolo, ma, se voi volete, Sire, per queste due nuove linee un conto a parte, ve lo faremo unendovi però due altre linee che bisogna pure mettere a vostro credito.

«Nel momento, nel quale la rovina de’ miei nemici era sicura, io arrestai il braccio de’ miei generali per non consumare la distruzione di Palermo».

Infatti queste frasi sebbene in due paragrafi differiscono compiutamente una dall’altra.

«Voi avete preferito deporre la vostra corona al versare il sangue, e quando la rovina de’ vostri nemici era assicurata, avete arrestato il braccio de’ vostri generali per non consumare la distruzione di Palermo».

Infatti queste frasi sebbene in due paragrafi differiscono compiutamente l’una dall’altra.

«Voi avete preferito deporre la vostra corona al versare il sangue, e quando la rovina de’ vostri nemici era assicurata, avete arrestato il braccio de’ vostri generali per non consumare la distruzione di Palermo».

Oh! Sire che curiosa istoria si farebbe se si scrivesse l’istoria su note comunicate da voi!

«La perdita de’ vostri nemici era sicura quando avete arrestato il braccio de’ vostri generali».

Ma ricordatevi dunque, Sire, che quando è incominciato il bombardamento di Palermo, i vostri nemici erano tanto vittoriosi che Garibaldi si era installato al Palazzo Pretorio, cioè nel cuore di Palermo, e che quando è finito, in seguito di due armistizi, i vostri soldati avevano completamente abbandonata la città.

È vero, che, prima d’abbandonarla avevano scannato ottocento persone, e bruciato quattro o cinque case!

Nel nostro precedente capitolo contavamo il sangue versato da V.M. da due feriti, e tredici, o quattordici fucilati. Noi siamo in progresso Sire, voi lo vedete. Noi non contiamo né il sangue di Calatafimi, né il sangue versato nell’assalto di Palermo.

Questo è sangue de’ campi di battaglia, e si sa che è sparso lealmente da una parte e dall’altra. Ma vi parliamo del sangue de’ fanciulli, delle donne, de’ vecchi, degli uomini pacifici assassinati, o bruciati nelle loro case. È questo il sangue che imprime una macchia rossa, incancellabile nella Istoria, e che la posterità mette sul conto de’ Re.

Ora, per quanto voi siate giovane, o Sire, non è più per le gocce di sangue come voi dite, che si conta il sangue sparso da Vostra Maestà.

Voi aggiungete:

«Aveva accordato a’ miei popoli una costituzione».

Ecco dove pure la memoria vi manca, Sire. Ricordatevi dunque il numero del giornale ufficiale del 22 Maggio 1859 in cui dite a tutte lettere:

«Avvalorati purnondimeno dal braccio dell’Onnipotente potremo tener fermo e promuovere il rispetto dovuto alla Nostra Sacrosanta Religione, la osservanza delle leggi, la retta ed imparziale amministrazione della giustizia, la floridezza dello Stato, perché così, giusta le ordinazioni della sua Provvidenza, resti assicurato il bene degli amatissimi sudditi nostri.

E volendo che la spedizione de’ pubblici affari non sia menomamente ritardata;

Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:

Art. 1. Tutte le Autorità del Nostro Regno delle Due Sicilie rimangono nello esercizio lelle loro funzioni.

Art. 2. Il Nostro Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio de’ Ministri, tutti i nostri Ministri Segretari di Stato, lo incaricato del portafoglio del Ministero degli affari esteri, tutti i Nostri Direttori de’ Ministeri di Stato con referenda e firma, ed il nostro Luogotenente Generale de’ Nostri Reali Domini al di là del Faro, sono incaricati della esecuzione del presente decreto».

Caserta 22 maggio 1859.

Firmato, Francesco

 

No, voi non avete data una costituzione a’ vostri popoli. Se aveste data questa costituzione l’indimani della morte del Re Ferdinando II, invece di far inserire nel giornale le linee che abbiamo citate, il vostro popolo vi avrebbe benedetto come un padre, vi avrebbe acclamato come un salvatore. Invece di tenervi ostinatamente afferrato, come fate oggi, allo scoglio di Gaeta, regnereste allegramente a Napoli, amante ed amato, dividendo la sovranità dell’Italia col vostro cugino Re di Sardegna.

 No Sire. Voi non avete data la costituzione al vostro popolo: dare significa far dono, ora la Costituzione non è stata donata da voi, essa vi è stata strappata dalle mani, o, per dir meglio, è caduta dalle vostre mani tremanti all’annunzio inatteso della presa di Palermo.

Voi vi proponete di garantire alla Sicilia delle istituzioni liberali, che avrebbero conservate, con un parlamento separato.

Che peccato, Sire, che questa idea di dare delle istituzioni liberali alla Sicilia non vi sia affacciata alla mente diciotto mesi più presto, e non quando Palermo è stato preso! Avreste risparmiato il sangue di Rizzo, un sangue prezioso, quello d’un patriotta. Avreste risparmiato il sangue de’ tredici condannati del 14 aprile, sangue sacro, sangue innocente! Allora sareste stato creduto, Sire, come la Francia ha creduto a Luigi XVIII che concedeva una CARTA che nessuno lo costringeva a dare. Così, Sire, voi l’avete veduto: Luigi XVIII è morto sul trono tranquillamente, e riposa nelle tombe reali di S. Dionigi; mentre Luigi XVI, Carlo X e Luigi Filippo che non ci hanno accordata la Carta o che si sono provati a restringere quelle che ci erano state date, dormono il sonno eterno, il primo nel suo sepolcro sconosciuto, e gli altri nelle loro tombe di Goritz e Claremont.

Voi aggiungete, Sire

«Che voi non potevate credere che il Re di Piemonte invaderebbe i vostri Stati in piena pace; violerebbe tutte le leggi, e vi dichiarerebbe la guerra senza nessun motivo».

Sire. Non gettate, con queste parole, su gli occhi dell’Europa un velo, che cambierebbe la forma de’ fatti. La guerra d’invasione, che ha precipitata la vostra caduta non è una guerra da Re a Re. Una guerra di Re a Re, sebbene a forze men disuguali, avrebbe durato più a lungo. Non è né il Re di Piemonte, né il Piemonte che vi han fatto la guerra, è la coscienza pubblica, non solo del Reame delle Due Sicilie, ma di tuta quanta l’Europa.

Il vostro reame era giunto al punto, Sire, di fare una macchia sì oscura e sanguigna sulla carta d’Europa che i re si domandavan un l’altro, se per loro proprio onore non si dovesse far sparire quella macchia.

Il segnale di questa guerra che aveva le sue radici nel 1848 chi l’ha dato?

L’insurrezione patriottica del 4 d’Aprile nella quale né il Re Vittorio Emmanuele, né il Piemonte entravano punto.

Acceso il fuoco in un punto della Sicilia è stato impossibile di spegnere l’incendio in cui soffiavano tutti gli odii popolari. Allora Garibaldi, l’uomo del Rio-Grande, di Montevideo, del Salto S. Antonio, di Luino, di Como, di Varese, di Treponti, di Palestrina, di Velletri, di Roma, l’uomo al quale la Provvidenza avea fatta una di quelle rinomanze che fa agli eletti suoi, Garibaldi ha gridato: A noi due o Re di Napoli. Chi m’ama mi segue.

E si è slanciato con mille ed ottantacinque uomini, senza fucili, senza polvere, senza palle, senza denaro, contro di voi, Sire, che avevate fucili, polvere, palle, tesori, piazze, forti, cannoni, armi; contro di voi che avevate centoventimila uomini, vi ha battuto a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, a Reggio.

Egli v’ha presa la Sicilia, poscia le Calabrie, e per ben farvi comprendere ch’egli non era un generale d’esercito, non un conquistatore, ma un principio, è entrato con soli dodici uomini da una parte della vostra metropoli, mentre voi uscivate dall’altra, lasciando indietro venticinquemila soldati, che invece di tirare contro di lui gli presentarono le armi.

Piemonte. Non ve la prendete col Re di Piemonte, Sire. L’Istoria dei Re è là. Voi potete leggerla da Nemrod fino a voi. Vedrete che i Re non fanno le cose così:

Chi fa le cose è il popolo. Ora Garibaldi è il Popolo. Non solo il popolo d’Italia, ma il popolo di tutti i reami, è la democrazia universale, è la rivoluzione fatta uomo per combattere quei due giganti, che la razza latina respinge verso il Nord ove finiranno per dileguarsi, e che si chiamano il despotismo e la superstizione.

 

Anno I n. 74 Mercoledì 9 Gennaio 1861

Continuiamo, Sire. È bene che il vostro sentimentale proclama sia confutato dal principio sino alla fine.

Non sono le discordie intestine che mi strappano il regno. No, sono vinto da una inqualificabile invasione d’un nemico straniero.

Ecco un nuovo errore, Sire. La vostra caduta sì facile, sì rapida, sì inevitabile non è punto il risultato d’un’accidente. No Sire. Credetelo.

I Re, anche i peggiori, hanno profonde radici, se non nell’amore dei popoli, almeno nelle loro abitudini. Il gregge umano crede per lungo tempo al pastore, prima di credere al beccaio. I Re dunque non cadono così come voi siete caduto, senonché, per l’effetto d’una catastrofe istantanea, e senza causa apparente.

I Re sdrucciolano sul pendio più o meno ripido, che loro han fatto gli avvenimenti del loro regno, ed anche gli avvenimenti del regno precedente. Le prodigalità di Luigi XIV, le turpitudini di Luigi XV hanno fatto traboccare la bilancia nel 89 più della debolezza di Luigi XVI, e della impopolarità di Maria Antonietta, ed hanno trascinata la monarchia alla ruina, ad il Re al patibolo.

 Le valanghe più terribili non son già prodotte dalle nevi cadute in un solo inverno, ma da quelle accumulate da secoli in masse irresistibili, sul pendio della montagna.

Non sono mica le discordie intestine del vostro regno quelle che vi rovesciano, Sire, sebbene il vostro regno non ne sia esente, ma è la rivoluzione del 1799, la rivoluzione del 1820, la rivoluzione del 1848. Le voci che han gridato contro voi all’Italia, all’Europa, al Cielo sono quelle dei patriotti esiliati, imprigionati, torturati, impiccati, decapitati, bruciati, e le ceneri de’ quali, sparse al vento, hanno, siccome quelle del Vesuvio, ricoperto il vostro reame. I vostri antenati, Sire, hanno seminata la vendetta, e voi avete raccolta la tempesta.

É, come lo dicevamo in uno dei ostri ultimi articoli, Sire, il sentimento morale degl’individui, diventato, nel corso del secolo, la coscienza pubblica. Voi non siete vinto dall’inqualificabile invasione d’un nemico straniero, Sire, voi siete vinto da un bisogno che fate sembianza d’ignorare, da un Principio che affettate di disconoscere, Siete vinto da queste due parole scritte da Mazzini su d’una pagina bianca del giornale, e da Garibaldi nel 1860 sulla sua bandiera tricolore: ITALIA UNA.

Ecco, Sire, le cause della vostra caduta; e non già l’inqualificabile invasione del Piemonte, la quale ha avuto luogo quando tutto era finito, e per portarci, come nelle tragedie antiche il Deus in machina.

Ne dubitate forse, Sire? Udite questa voce che, nel mese di Luglio passato, quando eravate ancora sul trono, quando possedevate ancora tre quarte parti della Sicilia, tutte le Calabrie, e Napoli veniva fino a voi dalle nebbie dell’Inghilterra, attraversando la Francia, e che, passando lungo le spiagge d’Italia, vi risuonava all’orecchio come quel cupo, e lugubre rumoreggiare del tuono che precede l’uragano.

Da qual bocca usciva codesta voce? Da quella d’un profeta, dalla bocca d’un repubblicano, cioè d’un nemico de’ Re, del Re Vittorio Emmanuele come di tutti gli altri, udite oggi sul vostro scoglio di Gaeta, donde voi non appartenete al vostro reame più di quel che l’uccello delle tempeste appartenga allo scoglio che sta a picco sul mare, allorché sta sul punto di spiegare le ali, e prendere il volo; udite questa voce che i vostri cortigiani vi hanno impedito di sentire quando eravate sul vostro balcone del Palazzo reale, di dove abbracciavate, con lo sguardo, quello splendido orizzonte, che non rivedrete più mai:

«Or ecco la verità. A nessuno è più permesso, nei tempi che corrono, d’essere indifferente ai grandi avvenimenti che si succedono. All’opera augusta della liberazione universale, cominciata oggidì, è necessario lo sforzo di tutti.

E non un orecchio solo dee chiudersi, non un sol cuore dee tacere. Dove alzasi il grido di tutti i popoli, deve risuonare un eco in petto ad ogni uomo. Chi ha un soldo solo, dee darlo ai liberatori, chi ha una sola pietra, dee gittarla contro i tiranni.

«Che agiscano gli uni, che parlino gli altri, che tutti lavorino! Sì, tutti all’opera. Il vento soffia. Con la gioia delle anime s’incoraggino gli eroi, e le moltitudini si accendano di entusiasmo come una fornace! Combatta con l’idea chi non combatte con la spada. Che un’intelligenza sola non resti inattiva, che un solo spirito non resti ozioso! Coloro che lottano si veggano guardati, armati, sostenuti.

Intorno al valoroso che combatte in Palermo fiammeggi un fuoco su tutte le montagne della Sicilia, ed una luce su tutti i vertici europei!

«Col pronunziare la parola tiranni, ho io esagerato? Ho io calunniato il governo napolitano? Non facciamo parole: veniamo ai fatti.

«Or fate attenzione. Sta qui una storia vivente, o per dir meglio, una storia di sangue.

«Il regno di Napoli – quello appunto di cui ora ci occupiamo – non ha che un’istituzione, la Polizia. Ogni distretto ha la sua commissione per le bastonate. Due birri, Ajossa e Maniscalco, regnano sotto il re. Ajossa bastiona Napoli, Maniscalco la Sicilia. Ma il bastone non è che un rimedio turco, e il governo napoletano ha per giunta un castigo dell’inquisizione; la tortura.

Si, la tortura. Ascoltate. Uno sbirro, Bruno, tiene gli accusati legati col capo in mezzo alle gambe fino a che non confessino.

Un altro sbirro, Pontillo, li pone a sedere sopra una griglia, ed accende il fuoco di sotto; è questa una sedia ardente. Un altro sbirro, Luigi Maniscalco, parente del capo, ha inventato uno strumento: vi s’introduce il braccio o la gamba del paziente, si gira una vite, e quel membro è fratturato; è questa la così detta   macchina angelica.  

Un altro sospende un uomo a due anelli con le braccia ad un muro, con i piedi al muro di contro: ciò fatto, salta su quell’infelice, e ne disloga le membra. Vi sono manette che frangono le dita della mano; vi ha il cerchio di ferro che stretto da una vite, si pone sul capo, e serve a far schizzare gli occhi dalla fronte. Qualche volta si perviene a fuggire: e così avvenne a Casimiro Arsimano; in tal caso sua moglie, i suoi figli, e le sue figlie sono prese, e messe in sua vece sulla sedia ardente.

«Il capo Zafferano confina con una spiaggia deserta. Su questa spiaggia alcuni sbirri apportano dei sacchi, e in questi sacchi vi sono degli uomini.

S’immerge il sacco nell’acqua, e vi si mantiene fino a che più non si dibatta; allora si tira fuori il sacco e si dice all’Essere che vi è dentro: confessa! Se ricusa, lo s’immerge in acqua di nuovo. E’ in questo modo che è morto Giovanni Vienna, di Messina!

«A Monreale un vecchio e sua figlia erano sospettati di patriottismo. Il vecchio è morto sotto il bastone: sua figlia, ch’era gravida, è stata denudata e fatta anche morire sotto il bastone, Signori è un giovane di venti anni che fa cose simili, e questo giovane chiamasi Francesco II. Ciò accade nella patia di Tiberio.

«Ma è possibile? E’ autentico. E la data? 1860: l’anno in cui viviamo. Aggiungete a ciò il fatto di ieri. Palermo distrutta dagli obici, annegata nel sangue, massacrata; - aggiungete quella spaventevole tradizione dell’esterminio della città, che sembra la rabbia maniaca di una famiglia, e che nella storia battezzerà questa dinastia, cangiando il nome di Borbone in quello di Bomba. 

«Si, un giovane di venti anni commette tutte queste ignominie, ed io vi dichiaro, o signori, che pensando a questo miserabile principe, il mi sento preso da una profonda pietà. Quali tenebre! Nell’età che si ama, nell’età che si crede e si spera, questo infelice tortura ed ammazza. Ed ecco ciò che il dritto fa di un’anima disgraziata. Il dritto divino rimpiazza tutta la generosità dell’adolescenza e dell’inizio della vita, con la decrepitezza e i terrori alla fine.

Esso si serva di una tradizione di sangue per incatenare e principe e popolo: esso accumula sul nuovo venuto le influenze di famiglia, cosa terribile! Sottraete Agrippina da Nerone, diffalcate Caterina dei Medici da Carlo IX, e forse voi non avrete più né Carlo IX, né Nerone. In quell’ora appunto in cui lo erede del dritto divino afferra lo scettro, egli vede venire a se quei due vampiri, Ajossa e Maniscalco, che l’istoria conosce, che altrove si chiamano Narciso e Pallante, o Villeroy e Bachelier.

Questi spettri s’impadroniscono di quel fanciullo coronato, e la tortura gli va dicendo che essa è il governo, le bastonate, che sono esse l’autorità, mentre la polizia gli ripete: il vengo dall’alto! Gli si mostra poi la sua origine. È il suo bisavolo Ferdinando I, colui che diceva che il mondo è governato da tre F: Festa, Farina, Forca. È suo avolo Francesco I, l’uomo degl’inganni; è suo padre Ferdinando II, l’uomo delle mitraglie.

Or vorrebbe egli rinnegare il suo proprio sangue? Egli deve essere feroce per pietà filiale, ed obbedisce. L’abbrutimento del potere assoluto lo istupidisce; ed è perciò che i giovani principi si fanno fatalmente continuatori delle vecchie tirannie!

Era tempo ormai che quel popolo venisse liberato; e quasi direi, che fosse liberato quel principe. Garibaldi ne ha assunto il carico.

Garibaldi. E chi è costui?  È un uomo, non altri che un uomo. Ma un uomo in tutta l’estensione della parola. Un uomo della libertà; un uomo dell’umanità. VIR, direbbe il suo compatriotta Virgilio.

Ha desso un esercito? No, ma un pugno di volontari. Munizioni da guerra? Punto. Della polvere? A mala pena qualche barile. Cannoni?  Quelli del nemico. Qual è dunque la sua forza, e che cosa lo fa vincere, che cosa sta con lui? L’anima dei popoli. Egli va, egli corre; la sua marcia è come una striscia di fiamme; quel pugno d’uomini produce l’effetto del capo di Medusa. 

Le sue poche armi sono incantate, le palle delle sue carabine contrastano alle palle dei cannoni. Passeggia con lui la rivoluzione, e di tanto in tanto, nel caos della battaglia, tra il fumo e i lampi, come se fosse un eroe di Omèro, dietro di lui mirasi la Dea.

Comunque ostinata sia la resistenza, questa guerra è sorprendente per la sua semplicità. È questo l’assalto dato da un uomo ad una monarchia. Io suo sciame gli vola d’intorno, le donne gli gittano i fiori, gli uomini si battono cantando, e l’armata reale fugge: tutto ciò è un’epopea: tutto è luminoso, formidabile, incantevole, come un assalto di api.

Ammirate queste superbe tappe. Nessuna di esse, ve lo predico io, nessuna di esse sarà per mancare nei registri infallibili dell’avvenire. Dopo Marsala, Palermo; dopo Palermo, Messina, dopo Messina Napoli, Roma; dopo Roma, Venezia; dopo Venezia, tutto!

 Signori, da Dio viene l’insurrezione di quella Sicilia, al disopra della quale si vede ora risplendere il patriottismo, la fede, la libertà, l’eroismo ed una rivoluzione da eclissare l’Etna.

Signori, ancora una parola. Non lasciamo la Sicilia senza darle un ultimo sguardo. Conchiudiamo.

Qual è il risultato di questa splendida epopea? Che si sviluppa da tutto ciò? Una legge morale, una legge augusta, ed è questa:

La forza non esiste.

No, non v’ha che il diritto; non v’ha che i principii, la giustizia e la verità; non v’ha che i popoli; non v’ha che le anime, queste forze dell’ideale; non v’ha che la coscienza quaggiù e la Provvidenza lassù!

Che cosa è la forza? Che cosa è la spada? Chi mai tra coloro che pensano, ha paura della spada? Non noi, uomini liberi della Francia, non voi, uomini libero dell’Inghilterra. Il diritto sentito fa la testa alta. La forza e la spada sono un nulla.

La spada non è che un bagliore nelle tenebre, un rapido e tragico fuoco fatuo; il diritto solo è l’eterno raggio, il diritto solo è la permanenza del vero nelle anime; il diritto è Dio vivente nell’uomo. Da ciò nasce che là dov’è il diritto, ivi è la certezza del trionfo. Un sol uomo che ha con sé il diritto si chiame Legione; una sola spada che ha con sé il diritto si chiama fulmine. Chi dice diritto, dice vittoria!

Ostacoli! Non ve ne sono. Non ci è veto contro la volontà dell’avvenire. Guardate a che è ridotta la resistenza in Europa: la paralisi invade l’Austria, e la rassegnazione la Russia. Guardate Napoli; la lotta è vana. Il passato agonizzante sta per finire. La spada se ne va in fumo.

Quegli esseri chiamati Lanza, Landi, Salzano, sono fantasmi. A quest’ora Francesco II crede ancora di esistere: egli s’inganna; io glielo dichiaro altamente: Egli non è che un’ombra. Potrebbe ben rifiutare qualunque capitolazione, rovinare Messina, come ha rovinato Palermo, appoggiarsi all’atrocità – è finito… egli ha regnato!...  I tetri cavalli dell’esilio battono col piede alla porta del suo palazzo.

Signori, non v’ha che il diritto, vi ripeto. Volete voi paragonarlo alla forza? Giudicatene da una cifra – L’11 maggio, 800 uomini sbarcano a Marsala, e 18 mila fuggono dinanzi a loro atterriti, e s’imbarcano. Gli 800 solo il dritto, i 18.000 sono la forza.

Oh si consolino dappertutto i sofferenti, si rassicurino gl’incatenati!

Tutto ciò che avviene adesso non è che logico.

Si, ai quattro venti dell’orizzonte, riluce la speranza! Che il Mongick, che il Fellah, che il Proletariato, che il Paria, che il Negro venduto, che il Bianco oppresso, che tutti sperino!

Le catene sono come una rete: esse si tengono tutte, ma, una rotta, la maglia si disfà.

Da ciò la solidarietà dei dispotismi: il Papa è, più di quel che non si creda, fratello del Sultano.

Ma, lo ripeto, è finito. Oh com’è bella la forza delle cose! V’ha del sovrumano nella liberazione. La libertà è un abisso divino, che attira; l’irresistibile sta la fondo delle rivoluzioni. Il progresso non è altro che un fenomeno di gravitazione; chi mai può attraversarlo? Dato una volta l’impulso, l’indomabile comincia.

O despoti, io vi sfido, fermate l’Italia, fermate l’89, fermate il mondo precipitato da Dio nella luce! Così sia!!!»

Sire, Sire. Non dite che l’uomo, che vi parlava così non è poeta. Dante e Petrarca lo chiamerebbero loro fratello. Non dite che non era profeta perché gli avvenimenti, ch’egli prediceva in quel tempo, sono, più che a metà, compiuti.

E ció che resta a compiersi, si compira’.

A.  Dumas

 

Anno I n. 75 Giovedì 10 Gennaio 1861

 

Noi vi seguiremo fino all’ultimo, Sire, poiché, per noi, che consideriamo, sotto il punto di vista del diritto popolare, il proclama scritto da voi in nome del diritto divino, ognuna delle frasi di quel proclama può essere rivolta contro di voi, come la freccia, scoccata da una mano inesperta, ritorna contro l’arciere che l’ha lanciata.

Voi dite in una frase, che credete trionfatrice: Che mai ha procurato a’ popoli delle Due Sicilie questa rivoluzione? Guardate le condizioni, che presenta il paese: le Finanze, già così fiorenti, sono semplicemente ruinate.

Voi domandate, Sire, che ha procurato questa rivoluzione al Reame delle due Sicilie?

Noi vel diremo.

Essa gli ha procurato, prima di tutto (ciò, che è già qualche cosa), quell’immenso sentimento della sua propria dignità, che entra nel cuor dell’uomo, allorché, dopo essere stato un bue sotto il giogo dell’agricoltore, un cavallo sotto lo sprone del cavaliere, un cane sotto la sferza del cacciatore, sente che, diventato libero, rientra nel possedimento di se stesso, egli ha, oramai, la legge per egida fra lui ed un re, non già impostogli da un Congresso della Santa Alleanza, ma eletto da quel voto universale, dinnanzi a cui tutto deve cedere, perché esso rappresenta tutti; che può, forse, ingannarsi, qualche volta, ma che, non pertanto, ha molta più probabilità di colpire nel segno, di quello che ne abbia quella cieca eredità, che su sessantotto o sessantanove re di Francia, ce ne ha dati, appena, cinque o sei degni d’essere glorificati dal loro paese, e registrati nella storia.

Ora, Sire, contate i voti del suffragio universale e vedrete che ha dati contro di voi.

In Sicilia 432.054

In Napoli 1.302.064

Totale 1.734.118

E per voi, nelle due contrade soli 10.979

Ciò che fa una maggioranza immensa… di 1.723.139 contro di voi.

La situazione del Paese, Sire, è pecuniariamente parlando, deplorabile, e le finanze sono compiutamente ruinate.

Vi è qualche cosa di vero, in quel che dite, Sire, ma è una disgrazia, comune a tutte le Rivoluzioni. Per quanto sian vili gl’individui, il danaro è anche più vile di loro; al menomo rumore di movimenti rivoluzionari, il danaro, quel – ruffiano del despotismo, si nasconde, e sparisce. Invano si cerca, invano si cerca, invano si chiama.

Il danaro, assuefatto a frequentare i traditori, e gli oppressori, non ha patria; ma voi lo sapete, Sire, poiché v’avventurate a parlare di finanze, il danaro, cioè il capitale non è già la ricchezza degli Stati.

La ricchezza degli Stati è la Divisione della proprietà, il Commercio, l’Industria, le Arti. La Repubblica francese del 1789 ha fatto bancarotta nel 1794, e, ruinando pochi individui, ha arricchito il paese, poiché ha decretato che, con gli assegnati demonetizzati e senza valore, si potessero comprare i beni della Chiesa, e quelli degli emigrati, questa grande risorsa degli Stati ne’ momenti estremi, risorsa alla quale la necessità, che è qualche volta, la suprema giustizia, ricorre, quando tutti gli altri mezzi sono esauriti.

Che una minoranza, quasi invisibile, di preti eccitati da voi, cessi di agitare il paese, e d’innalzare lo stendardo della rivolta;

che, invece d’essere soccorsi da soldati piemontesi, che appariscono per la prima volta ne’ villaggi ove vanno a rimettere l’ordine, e dove sono sconosciuti, questi villaggi siano soccorsi da’ Garibaldini, che essi riconoscono come liberatori al solo vedere quella camicia rossa simbolo della rivoluzione, dell’annegazione, e della fraternità, ed i contadini non esiteranno più ad unirsi a’ soldati, per comprimere la rivolta, che serve di pretesto all’assassinio, ed al brigantaggio; che uomini di prattica succedano, nel maneggio delle finanze, agli uomini d’utopie e di teorie, i quali, potendo contrarre un imprestito quando la rendita stava ad 88, lo contraggono quando è caduta a 77;

Che le vie di comunicazione sieno aperte, ciò che si farà facilmente quando si avrà un buon ministro de’ lavori pubblici;

Che vi sia la sicurezza personale, ciò che sarà quando si avrà un buon Prefetto di Polizia; Che un movimento intelligente sia dato all’Industria;

Che una seria impulsione sia data al Commercio; Che sieno costruite le strade ferrate;

Che un libero scambio, bel ordinato, venga ad attivare la concorrenza. Abbandonate, soprattutto, Gaeta, ove non siete già, come voi credete, una speranza, ma, se non una minaccia, almeno una inquietezza; e vedrete che il Capitale uscirà fuori dalla terra; che la rendita, caduta a 76, risalirà alla pari; e che questa penuria, di cui si lamentano, più de’ poveri, i grandi, piuttosto per far credere che mancano di danaro, che perché ne manchino davvero, sparirà, a poco a poco; non più per far luogo alla prosperità fittizia de’ popoli schiavi, ma per dare quel benessere delle nazioni libere, che, invece di comunicarsi dagl’individui alle masse, si comunica dalle masse agl’individui.

Noi abbiam promesso di continuare la discussione, Sire, su tutti i punti, in cui voi la portereste, e sebbene voi la portate con molta abilità, sulla quistione degli assassinii, e degli omicidii, noi vi seguiremo su questo terreno, osiamo pur dirlo, ancora più sdrucciolevole per il potere regio, che per il popolo.

Ecco l’accusa, che voi fate al Governo che succede al vostro. È evidente che, a parer vostro, è l’accusa più grave:

L’assassinio è ricompensato, il regicida ottiene un apoteosi.

Se questa frase, il regicidio ottiene una apoteosinon seguisse, immediatamente l’alta l’assassinio è ricompensato, vi domanderemmo, Sire, di quali assassinii voi intendete parlare. Se quelli di Gaetano Mammone, di Gennaro Rivelli, e di Speciale, che han fruttato a’ loro autori ricompense, danaro e dignità, o di quello d’Agesilao Milano, che non ha fruttato altro al suo autore che la tortura, ed il capestro.

Voi intendete parlare d’Agesilao Milano. Non è vero? Gli altri assassinii, che v’ho nominati, non li conoscete neppure di nome. Non ne parliamo dunque per ora. Ci ritorneremo più tardi.

Sire. Noi non siamo di quelli, che verranno accusati di preconizzare l’assassinio; ma, pur tuttavia, i nostri studii storici, e le nostre coscienze di cittadini, ci forzano a fare una differenza fra l’assassinare il tiranno, ed assassinare l’uomo, o per dir meglio ancora, fra l’omicidio ed il tirannicidio.

Generalmente, Sire, questa differenza si stabilisce al di fuori delle leggi, che vogliono che la morte sia data per la morte. Essa si stabilisce dal giudizio de’ contemporanei, che respinge gli assassini volgari nelle file de’ semplici omicidi, e che pone gli altri fra i vendicatori.

L’esecrazione pubblica segue i primi al supplizio; una certa commiserazione accompagna gli altri al martirio.

Poi, secondo che l’uomo, colpito di pugnale, ha meritato l’odio, o la stima de’ popoli, il suo assassino è fatto segno di maledizioni infernali, o di gloria.

Credete voi, Sire, che l’Istoria parlerà, sullo stesso tuono, di Ravaillac, che ha assassinato Enrico IV e d’Agesilao Milano, che ha tentato d’uccidere vostro padre?

No. Perché Enrico IV era, nello stesso tempo, un re grande, e buono; tantocchè la Francia tutta ha applaudito al supplizio di Ravaillac, per quanto questo supplizio fosse crudele;

Mentre il Re Ferdinando II, vostro padre era un cattivo principe, tirannico, portato all’odio, implacabile; tantocché Agesilao Milano ha ispirato una profonda pietà nella sua tortura, ed una simpatia quasi universale nel suo supplizio.

Andate a dire in Calabria che Agesilao Milano non è un martire, e vedrete come sarete ricevuto.

Ecco dunque ciò che spiega, Sire, quel che voi chiamate l’apoteosi del regicidio. L’aureola, che circonda Agesilao Milano, è formata dell’odio che si portava a Ferdinando II.

Quanto alla ricompensa accordata all’assassinio, intendiamoci bene, Sire. La pensione accordata alla madre, ed alla sorella del Milano, non è stata accordata a queste due donne, perché eran sorella, o Madre di Milano ma in considerazione di ciò che aveano sofferto, come madre, e sorella di Milano.

In fatti, Sire, i codici criminali di tutti i paesi inciviliti, dichiarano che il delitto è tutto personale a quegli che lo commette, e che, non solamente l’orrore del delitto, ma anche la vergogna del supplizio non dee riverberarsi neppure, sui più prossimi parenti. Corneille, che voi non avete letto, Sire, ma che dovreste pur leggere, avea detto, anche prima del codice: Le crime fait la honte, et non pas l’échafaud.

Con qual diritto dunque gli sbirri del Re Ferdinando II hanno tenute, per ben tre anni, in carcere, la madre e la sorella d’Agesilao Milano?

La pensione, che è stata loro accordata, è una giusta ricompensa di tre anni di prigionia, seppure si giunge a comperare con denaro, la perdita della libertà, cioè del primo, e più prezioso di tutti i beni che l’uomo abbia ricevuto da Dio.

A. Dumas

 

P.S. Nel momento, in cui scriviamo queste parole, riceviamo la nota seguente.

Noi non cambieremo una sillaba alla redazione:

L’otto del passato mese di Dicembre, giorno commemorativo, ed anniversario del generoso ardire, col quale il prode Agesilao Milano procurò di farsi vendicatore della libertà, il battaglione di reduci Lombardo-Veneti, accasermato a S. Maria di Capua, andò, dietro un ordine del giorno emanato a quest’oggetto, e malgrado la dirotta pioggia, in grande uniforme, alla Chiesa cattedrale di questa città ad implorare pace, e riposo all’anima del gran cittadino, che seppe, or son quattro anni, rinnovare fra noi l’esempio di Scevola, d’Aristogitone, e di Bruto.

La funzione fu grande, religiosa, solenne, al punto da rendere anche più profondo nel cuore di tutti i bravi volontari il sentimento della grande missione, che loro ha affidato la Patria.

Questa, Sire, è una risposta molto migliore della mia.

A.D.

 

Anno I n. 76 Venerdì 11 Gennaio 1861

 

Voi lo vedete, Sire, noi v’abbiamo seguito, a passo a passo, nel lungo programma, che avete testé pubblicato, e nel quale voi procurate di chiarirvi agli occhi dell’Europa innocente dei delitti de’ vostri padri, ed ignorante delle vostre proprie colpe.

Noi lo ripetiamo, questo programma è abilmente immaginato, e scritto meglio di quel che non sogliano fare i redattori de’ lavori sentimentali officiali; ma, disgraziatamente, non resiste, in nessun punto, all’analisi storica. Fintantoché le bocche eran chiuse da quelli ingegnosi stromenti, che si chiamavano: la cuffia del silenzio; fintantoché la fiaccola della verità, rovesciata a terra dalla mano del despotismo, non poteva illuminare, neppure i delitti di notorietà pubblica, il vostro manifesto, Sire, poteva fare un certo effetto; ma oggi che, come nel giorno del Giudizio finale, le prigioni han respinto dal loro seno le vittime, e la terra ha renduto i suoi morti, ognuno può fare ciò che noi abbiamo fatto, e considerarlo, sotto il suo vero punto di vista, cioè come la lagnanza d’un principe, che, non avendo avuto il coraggio di difendersi, non si vergogna di lamentarsi.

«Piangi come una donna questo regno, che non hai saputo difendere come un uomo», diceva la madre di Boabdil, cacciato di Granata, e che abbandonava, per sempre il suo magnifico Alhambra.

Infatti, perché nulla non manchi al vostro manifesto, Sire, neppure l’addentellato per risvegliare la guerra civile, voi prendete congedo dal vostro popolo con questi due paragrafi: vera freccia da Parti, che gli slanciate fuggendo.

«Non vi ha che un rimedio a questi mali, ed alle calamità più grandi ancora, che io prevedo: la concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire.

Unitevi attorno al trono de’ vostri padri: Che l’oblio copra, per sempre, le opere di tutti, che il passato non sia mai più pretesto di vendetta, ma una lezione salutare per l’avvenire.

Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza, e, qualunque sia la mia sorte, resterò fedele ai miei popoli, come alle istituzioni che io ho loro accordate: Indipendenza amministrativa, ed economica fra le Due Sicilie, con un Parlamento separato; amnistia completa per tutti i fatti politici, ecco il mio programma.»

Sire. Questa promessa è bella, e, se questa promessa, noi abbiam già avuto l’onore di dirvelo, fosse stata fatta al popolo delle Due Sicilie nel maggio del 1858, invece del mese di Dicembre 1860, sarebbe stata ascoltata, intesa, ed acclamata; noi non diciamo il contrario.

Ma vi sono tre parole terribili, che, in certi dati momenti, risuonano spaventose all’orecchio dei Re, come la tromba dell’Arcangelo.

Queste tre parole Luigi XVI le ha intese risuonare il 10 Agosto.

Carlo X il 29 Luglio.

Luigi Filippo il 24 Febbrajo.

Queste tre parole sono: il mane thecel phares (re di Babilonia devi morire n.d.r.)che Baldassarre ha vedute tracciate sulle mura del suo Palazzo da una mano di fuoco.

Queste tre parole, che han rovesciato, in Francia, la più antica e la più recente delle monarchie dinastiche, queste tre parole, che han rovesciato anche voi, o Sire, e che rovesceranno il Papa, e l’Imperator d’Austria son queste: E’troppo tardi.

Lasciatevi dunque trasportare in pace da quel vento terribile che sradica i troni, e che sfoglia i regni; partite, abbandonate Gaeta, come avete abbandonato Napoli. Non pensate più nemmeno a quelle effimere restaurazioni, che vi rimetterebbero su d’un trono vacillante. Non siate il Carlo II di Giacomo II, il Luigi XVIII d’un altro Carlo, X.

Se l’Onnipotente, se la Vergine Immacolata sono davvero i protettori del vostro reame, come voi dite, eglino han fatto tutto quel che potevano, ritirando il loro sguardo da voi.

 

 

Anno I n. 102 Martedì 12 Febbraio 1861

All'eroe di Gaeta ed al Colosso di Rodi

Abbiamo sotto gli occhi un prezioso documento, che ci è somministrato dalla cancelleria di S.M. Francesco II.

Siam dolenti, che la firma augusta che si trova a piè di questo documento c’impedisca di trattare questa buffoneria diplomatica come meriterebbe.

Indovinate di che s’occupa il re Francesco II, questo giovane eroe, come s’intitola modestamente egli stesso, nelle casematte di Gaeta?

Egli fa uno Statuto per la Sicilia nel 1861.

E in qual positura scomoda fa egli questo statuto! Con un piede nella cittadella di Gaeta, e l’altro su quella di Messina, nuovo colosso di Rodi guardando passare fra le sue gambe le discordanti navi di una diplomazia estera da tartarughe.

Ciò è scritto, parola per parola, dalla sua penna reale, o piuttosto da quella del suo presidente del Consiglio: Sig. Casella.

Così ecco la Sicilia tranquilla. Essa ha il suo Statuto per il 1861; mentre la Francia e l’Inghilterra, obbligate di passare fra le gambe di Francesco II, sono, alla fine, rimesse al loro posto.

Mettiamo questo statuto sotto gli occhi dei nostri lettori.

 

Statuto per la Sicilia, 1861

 Siciliani

Il giovane Re delle Due Sicilie fu vittima di pessimi consigli. E’ circondato da ignominiosi tradimenti. Resiste da eroe a Gaeta. Con un piede in Gaeta de un altro nella cittadella di Messina, sembra militarmente e politicamente un colosso di Rodi, sotto cui passano le discordanti navi di una diplomazia estera da tartarughe. Una monarchia di 8 secoli è stata violentemente scrollata da un’orda di avventurieri, invitati, accolti da voi settariamente. Sotto la speciosa larva di unità italiana, con un plebiscito brutale, strappato dalla forza, voi siete un armento già piemontizzato.

Avete perduta l’autonomia nazionale. Le venerande memorie storiche della Sicilia naufragarono sotto la pressione straniera: la legittima dinastia barcollò. Puntellatela, sostenetela con la concordia inconcussa. Preferireste l’anarchia ad un governo regolare ed intemperato?

Il vostro re vi apre le braccia ed affida il suo cuore di padre a voi. Deplorabilmente non ha più un esercito perché in gran parte infedele. E i generali!

Egli riproduce per voi lo statuto anglo-siculo del 1812. Parlamento, e ministri responsabili siciliani. Amministrazione assolutamente separata dal continente. Libertà di stampa. Diminuzione di dazii. Coscrizione abolita Armata e marina siciliana.

Egli stesso soggiornerà fra voi quattro mesi all’anno, col Corpo diplomatico, i suoi ministri e la real corte. Vi lascerà, in sua assenza, un real principe da viceré, con pieni poteri.

Che potreste bramare di più?

Consultate i propri interessi. L’Europa minaccia una rediviva coalizione del 1815. Non vi lasciate illudere da comprati, sanguinosi ciarlatani della libertà. Le rivoluzioni sono, talvolta, mezzi per tentar di ottenere un migliore stato di cose, non per piombare impudentemente in peggiori disordini.

La così detta sovranità del popolo consiste nell’esercizio dei propri diritti, non in una sfrenata licenza contro il legittimismo ereditario, prescritto da più di un secolo, real potere. Siete all’orlo di un precipizio spaventevole. Rientrate in voi stessi, affratellatevi.

Accettate i 10 articoli del nuovo statuto, qui appresso inserito. Esso è la colomba, che, dopo un cataclisma diluviano, torna all’area e vi reca il ramo dell’ulivo di pace.

Date, spontanei, asilo ad una derelitta, ma imperterrita e speranzosa real famiglia, ora tremendamente educata alla sventura. Un’aureola di gloria patria vi coronerà. La gelida posterità vi acclamerebbe ravveduti e savii. Gaeta, 15 gennaio 1861.

Francesco II, m.p.

 

 

Il Presidente del Consiglio dei Ministri Casella

Per copia conforme.

L’agente diplomatico, bar. Di Bellacera.

 

Noi non dubitiamo punto che questo eloquente documento non produca il più grand’effetto sui Siciliani, e ch’eglino non si affrettino di gettarsi di nuove nelle braccia paterne dell’eroe di Gaeta; ma vi sarà sempre una cosa che farà maraviglia ai Siciliani, in questa politica che finisce con aprire smisuratamente le gambe, ed è che Francesco II abbia tardato tanto ad essere un eroe.

Poiché alla fine invece di aspettare tranquillamente che Palermo fosse preso, che Messina fosse presa, che Napoli fosse preso per andare a ricoverarsi nella imprendibile Gaeta fortificata da ben vent’anni da Ferdinando II, nella preveggenza di ciò che accade oggi, perché il giovane eroe quando, conobbe l’invasione della Sicilia di que’ pochi avventurieri non partì per Palermo?

Non si pose alla testa de’ venti mila soldati che aveva in quella città, e, marciando in persona a Calatafimi, non ha schiacciato sotto le sue calcagna quegli ottocento avventurieri? Eppure sarebbe stato ben facile ad un colosso pel quale i vascelli non sono altro che tartarughe!

Ma il re Francesco II non n’ebbe forse il tempo. Ammettiamolo. Ma quando il giovane eroe, ha veduto Palermo preso da 800 volontari, e 1500 picciotti; quando il generale Letizia è venuto a portargli la capitolazione vergognosa; quella di ventiquattro mila uomini, che cedevano una città a 2500 appena, perché, invece di ratificare quella capitolazione non si è slanciato sulla fregata parlamentaria, e non è andato, come Camillo a gittare nella bilancia il peso della sua spada?

No, il giovane eroe non ha avuta nessuna di queste idee. Al contrario, egli si è ravveduto, ha dato al suo diletto popolo la costituzione che gli aveva così brutalmente negata dieciotto mesi prima. Il popolo ha presa la costituzione aspettando qualcosa di meglio. Il popolo prende sempre quando gli si dà. Si dà così di rado a questo povero popolo! E gli avventurieri han continuata la loro via.

Forse credete voi che il giovane eroe, tenendo gli occhi sulla carta delle Calabrie, prendesse le sue disposizioni per andare in persona a difendere quelle gole rendute illustri da Annibale?

No resta a Napoli, ed aspetta. Senza dubbio, egli concentra la sua difesa intorno alla capitale nelle strette della Cava, o di là della Basilicata. Ha ancora sessanta mila uomini, e gli avventurieri non sono mai stati, veramente, più di tre o quattro mila.

V’ingannate. Appena sa che è giunto a Salerno il capo di quegli avventurieri, parte, si ricovera a Gaeta, ove prudentemente riparato dietro questa seconda Gibilterra, si proclama Eroe, e Colosso.

Gli eroi sono rari, Sire. L’istoria è avara di questo titolo, essa lo dà successivamente ad Alessandro, ad Epaminonda, ad Annibale, a Scipione, a Cesare, a Germanico, a Belisario, a Carlo Martello, a Goffredo di Buglione, a Filippo Augusto, a Riccardo Cuor-di-leone, a Ruggiero, a Filiberto Emmanuele, a Gustavo Adolfo, a Condé, a Turenna, al maresciallo di Sassonia, ed a Napoleone; ma tutti questi uomini o Sire, avevano combattuto a campo aperto, ed alla luce del sole, ferendo, ma presentando il loro petto a’ colpi nemici.

Alessandro aveva conquistate la Tracia, e l’Illiria, aveva vinte le battaglie di Granico, dell’Issol, e d’Arbella. Epaminonda avea riportata sugli Spartana la battaglia di Leuttra, e di Mantinea;

Annibale avea vinto alla Trebbia, a Canne ed al Trasimeno. Scipione a Cartagine, a Bethal ed a Zama; Cesare a Farsaglia, ad Utica, ed a Munda; Germanico avea acquistato il suo soprannome dalle sue vittorie; Belisario avea cacciato i Vandali dall’Africa, ed avea conquistate sui Goti Catania, Palermo, Siracusa, Napoli e Roma; Carlo Martello avea salvata l’Europa dall’invasione dei Saraceni, Goffredo di Buglione, avea liberato il sepolcro di Cristo e presa Gerusalemme; Filippo Augusto avea salvata la Francia a Bouvines; Riccardo Cuor-di-leone s’era impadronito di Cipro e di Tolemaide;

Ruggiero avea conquistate quelle Calabre e quella Sicilia che voi avete perdute, e per le quali fate proclami e Statuti; Filiberto Emanuele avea vinto la battaglia di S. Quintino, e non avea rimessa la sada nel fodero se non dopo aver riconquistato i suoi Stati smembratigli dalla Francia e dalla Spagna, Gustavo Adolfo avea con due vittorie obbligata la Russia a cedergli tutte le piazze forti della Livonia, e della Prussia polacca; avea vinto Tilly a Lipsia, ed era morto sul campo di battaglia di Lurtzen; Condè avea battuti gli Spagnuoli a Rocroy, i Tedeschi a Lens, gli austriaci a Friburgo;

Turenna, alle fiamme del Palatinato, rischiava le vittorie di Arras, delle Dune, di Sithzein, il maresciallo di Sassonia avea per iscorta le battaglie di Fontenoy, di Rocours, di Lantfeld, infine Napoleone era l’uomo di Rivoli, delle Piramidi, di Marengo, d’Austerlitz, di Wagram.

Ecco quelli che l’istoria ha chiamati eroi, Sire.

Ma essa, non ha mai avuta, e non avrà mai l’idea di chiamare eroe un re che, avendo perduto il suo reame senza nemmeno tentare di difenderlo; che essendo fuggito dalla sua capitale senza sguainar la spada, si è ricoverato in una casamatta, riparata dalle palle e dalle bombe, e fa di là statuti immaginarii ed inviti alla guerra civile.

Quanto al paragone col Colosso noi ve l’accordiamo, Sire, non vi è concorrenza e fa un bell’effetto nel paesaggio!!!

A.  Dumas

 

Proclama di Francesco II agli Abruzzesi

Abruzzesi,

Allorquando lo straniero minacciava di rovinare la patria nostra, allorquando egli nulla tralasciava d’intentato per distruggere, la prosperità del nostro bel reame e per farci suoi schiavi, voi mi deste prova della vostra fedeltà. Il vostro severo e nobile contegno scoraggiò il comune nemico ed intralciò il rapido progredire di una rivoluzione, che avanzavasi mercé della calunnia, del tradimento, di ogni specie di seduzioni.

Questo non ho dimenticato.

Leali Abruzzesi, ritornate quelli che foste altre volte: la fedeltà, l’amore del suolo natio, l’avvenire delle vostre famiglie armino un’altra volta le vostre braccia. Noi non possiamo lasciarci illudere un solo istante dalle insidiose perfidie di un partito che tutto ci vorrebbe rapire. Noi non vogliamo sottometterci alla sua volontà: dobbiamo rivendicare la libertà delle nostre leggi, delle nostre costumanze, della nostra religione.

I miei voti vi accompagneranno sempre; il cielo benedirà i vostri sforzi.

Francesco 

 

 

 

 

Immagine di copertina: Caricatura di Francesco II eseguita nel 1866 da Antonio Manganaro (Manfredonia, 1840-Napoli, 1931).

Sul cappello “alla calabrese” si notano le chiavi di S. Pietro.

 

 

 

 

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