Ricordo di Giulio Giorello
Colpito in forma grave dal Covid 19, era stato ricoverato in ospedale per due mesi e poi dimesso. In seguito la crisi definitiva che ha privato la filosofia italiana di uno dei suoi esponenti di maggior spicco. L’ho visto per l’ultima volta due anni fa in occasione di un concorso della nostra materia (Filosofia della scienza, per l’appunto) bandito a Milano. Lo conoscevo sin dagli anni giovanili e ritrovai in quell’occasione l’agilità mentale e la verve che di lui mi hanno sempre colpito. Mi portò a cena, con altri colleghi, in un ristorantino dei Navigli e trascorremmo una bella serata allietata dalle sue continue battute di spirito, spesso rivolte proprio al mondo filosofico. Era allievo diretto di Ludovico Geymonat, colui che introdusse la Filosofia della scienza in Italia ottenendo la prima cattedra della materia. Giorello fornì un contributo notevole alla monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico, opera il cui titolo già segnava un distacco netto dalla filosofia italiana del tempo, prevalentemente idealista e spiritualista. Il suo maestro invece insisteva sull’importanza dei rapporti tra filosofia e scienza, e Giorello assorbì pienamente la sua lezione. Geymonat, tuttavia, era anche un marxista convinto. Ricordo che, quando ero studente, fu invitato a tenere una conferenza all’Università di Genova e grande fu la nostra sorpresa nel sentirlo esaltare l’Albania comunista di Enver Hoxha, da lui descritta come un Paese ideale. Giorello, pure lui marxista agli esordi della sua carriera, si staccò ben presto dal suo mentore per approdare a posizioni liberali in politica e anarchiche in campo epistemologico. Di qui la sua passione per il John Stuart Mill del Saggio sulla libertà e per l’empirismo inglese in genere. L’autore cui si sentiva più vicino, tuttavia, era il Paul K. Feyerabend di Contro il metodo. L’anarchismo metodologico di Feyerabend lo affascinava moltissimo, con il suo rifiuto di prendere sul serio l’epistemologia rigida e paludata dei neopositivisti e la necessità di porre l’accento sul carattere creativo del lavoro scientifico. Giorello era un pensatore che sentiva l’esigenza di far uscire la filosofia dall’ambito strettamente accademico e di comunicare in modo costante con il grande pubblico. Fu quindi sempre attivo su giornali e social network, occupandosi anche di argomenti che in apparenza con la filosofia hanno poco a che fare. Al pari di Umberto Eco amava molto i fumetti e scrisse un bellissimo volumetto intitolato La filosofia di Topolino. Era anche un grande appassionato di Tex Willer del quale possedeva la collezione pressoché completa. Pur dichiarandosi ateo, aderiva spesso a dialoghi pubblici con teologi e prelati, essendo tra l’altro amico del Cardinale Martini. Era convinto che non si potesse dimostrare l’esistenza di Dio, ma neppure escluderne la presenza con metodi scientifici e razionali. Insomma un pensatore sul serio “libero” e attento a non farsi condizionare in un senso o nell’altro. Amato dagli studenti e un po’ meno dal mondo accademico, la sua assenza nel panorama filosofico italiano si farà certamente sentire, in un’epoca in cui specialismo e tecnicismo prevalgono a danno dell’originalità della ricerca.
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