Mussolini e la 'Marcia su Napoli'
“Bisognerà fare una marcia su Napoli, per spazzare via chitarre, mandolini, violini, cantastorie ecc.”, aveva espressamente affermato. Quindi, molto prima dell’inizio della guerra, il dittatore aveva posto l’ipotesi di una “marcia” sul capoluogo partenopeo, in virtù di un pregiudizio ben radicato, tanto che nel luglio del 1941, dopo l’attacco degli inglesi, si era chiesto se i napoletani stessero ancora strimpellando o finalmente stessero mostrando i muscoli, allietandosi nel saperla colpita Napoli dai primi attacchi aerei degli Alleati.
Le parole pronunciate da Mussolini mentre Napoli subiva i primi bombardamenti, furono testualmente riportate nel diario di Galeazzo Ciano: “Sono lieto che Napoli abbia delle notti così severe. La razza diventerà più dura. La guerra farà dei napoletani un popolo nordico”. Le “quattro giornate” dimostrarono ampiamente al Duce ed alla storia dell’umanità che i napoletani sapevano ben distinguere tra dittatori e liberatori, tanto da farsi esempio a tutti gli italiani con atti di coraggio e di eroismo. Come ha sintetizzato lo storico Luigi Longo: « Dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana ».
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Benito Mussolini, il Duce che voleva un popolo italiano animato da imperituro spirito guerriero, tanto da rievocare i fasti e le glorie dell’Impero Romano, mal sopportava i Napoletani nel momento in cui gli riferivano che era una popolazione di “spaghetti, chitarra e mandolino”.