Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime e carnefici dimenticati

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Fanno inorridire le notizie che arrivano dal Medio Oriente. Le esecuzioni dell’ISIS raggelano per la macabra ritualità del boia e il volto rassegnato alla morte della vittima.

Ed il mondo, quello civile, assiste ogni volta esterrefatto al sanguinoso spettacolo divulgato dai media, rimuovendo una storia recente, dove  vittime e carnefici si esibivano nelle pubbliche piazze, dove la gente accorreva, raccogliendo gli ultimi palpiti di vite stroncate.

La pena di morte è oggi giorno ancora  praticata in 95 Stati: è presente in quasi tutti i paesi asiatici, in buona parte di quelli africani, in alcune zone della America, come Stati Uniti, Cuba e Cile, mentre in Europa è limitata esclusivamente ai territori della ex-Jugoslavia e alla Bulgaria. Di tutte queste nazioni, escludendo gli Stati Uniti, le più significative sono la Cina e il Giappone.

La pena di morte in Italia è stata usata in vari modi e in varie epoche dai tempi dell'antica Roma fino al 1948.

Il primo Stato al mondo ad abolirla legalmente fu il Granducato di Toscana il 30 novembre 1786 con l'emanazione del nuovo Codice Penale Toscano firmato dal granduca Pietro Leopoldo, influenzato dalle idee di pensatori come Cesare Beccaria, che nel suo trattato Dei delitti e delle Pene.

L'Italia Unita, per opera del ministro liberale Giuseppe Zanardelli, l'abolì nel 1889, tranne per i crimini di guerra e il regicidio.

La pena fu reintrodotta dal regime fascista con il codice Rocco nel 1930, poi abolita nel 1944 e ripristinata l'anno seguente; con l'avvento della Repubblica nel 1946 è stata espressamente vietata.

La Costituzione italiana, approvata dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948, abolì definitivamente la pena di morte per tutti i reati comuni e militari commessi in tempo di pace. La pena di morte è rimasta nel Codice penale militare di guerra fino alla promulgazione della legge 13 ottobre 1994, n. 589, che l'ha abolita, sostituendola con la massima pena prevista dal Codice Penale, che è attualmente l'ergastolo.  

L'ultima esecuzione è avvenuta a Torino nel 1947; in essa vennero fucilati tre uomini siciliani colpevoli della strage di Villarbasse, durante la quale per una rapina dieci persone vennero massacrate e buttate ancora vive in una cisterna.

Dal 1565 fino al 1862, nel Regno di Napoli erano i monaci della Congregazione dei Bianchi della Giustizia ad avere il triste compito di accompagnare i condannati al patibolo. La missione dei monaci era quella di confortarli nel momento del trapasso affinchè potessero “ben morire” e con “edificazione”. Ma l’opera dei Bianchi ha avuto un valore oltre che profondamente religioso, anche impagabile dal punto di vista storico perché, grazie ai registri nei quali meticolosamente gli scrivani per quattro secoli hanno annotato i nomi dei condannati e le fondamentali notizie identificative, oggi è possibile ottenere oltre al numero esatto, anche una panoramica epocale.

Sono migliaia le esecuzioni avvenute a Napoli durante la dominazione spagnola, ossia tra la fine del 1500 e per tutta la fase borbonica, fino all’unificazione dell’Italia. Migliaia di esecuzioni hanno intriso  di sangue le nostre piazze, Migliaia, ribadisco, migliaia e per reati oggi irrisori. Valeva pochissimo la vita umana, così poco che bastava essere sospettati di tumulto, falsa testimonianza, calunnia, bigamia e roba simile per giocarsi la vita, per non parlare dei rei di Stato e dei tanti innocenti mandati al patibolo senza processo e per una confessione estorta sotto tortura.

Le modalità poi, non hanno nulla da invidiare a quelle usate oggi dall’ISIS. Lascio parlare un documento redatto a metà del 1600 dal monaci dei Bianchi.

I documenti, quelli veri, parlano da soli, anche a distanza di secoli e dovrebbero far riflettere prima di pensare al passato della nostra terra come ad un’epoca paradisiaca.

 

[…Questo povero afflitto passò molto travaglio nel morire perché la mannaia lo colse sopra le spalle, onde fu necessario secarle il collo  con un coltello nel che ci volle un pezzo che fu cosa di molta compassione… ]

 

 

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