I problemi dell’identità culturale
Il filosofo Richard Rorty pensava che la domanda stessa che è alla base del dibattito sulla diversità culturale non dovrebbe più essere la domanda kantiana «Cos’è l’uomo?», bensì una domanda politica: «Quale ideale unificante può trasformarci da una folla in un esercito, da una massa di persone accidentalmente messe assieme in un gruppo di persone unite da un obiettivo comune?». Ma la filosofia buttata da Rorty fuori dalla porta, rientra dalla finestra. Quali dovrebbero essere, infatti, gli obiettivi comuni, come dovremmo sceglierli, chi può proporli, in base a che cosa? E perchè poi dovremmo essere solidali? Il nodo è insomma la critica all’universalismo etico e all’idea tipicamente illuminista che la risposta alla domanda “chi siamo?” (cioè la domanda sulla nostra identità) dipenda da quella sul “che cosa”: la domanda metafisica sulla natura umana, su quello che distingue la nostra da altre specie. Una delle scelte di fondo in fatto di diversità culturale è tra una politica che privilegia le differenze etniche, razziali e religiose, e una politica che incoraggia la conservazione di una identità culturale condivisa da tutti. L’Occidente sta diventando una società multietnica. La diversità non è più qualcosa che si va a contemplare nei paesi “esotici” e “lontani”, ma qualcosa con cui dobbiamo convivere ogni giorno. Anche qui non ci troviamo di fronte a una novità assoluta, legata alla “globalizzazione” dell’economia, ai “media”, a Internet, o al progresso tecnologico che “accorciano” le distanze. Il problema di far convivere razze, religioni e culture diverse si pone oggi a New York come ai tempi dell’impero romano o a Costantinopoli dopo la conquista ottomana, al presidente degli Stati Uniti come a Maometto II. Si tratta, tutt’al più, di differenze di scala. Sta di fatto che ogni volta questo vecchio problema ci appare diverso e appassionante, e non è quindi inutile cercare di capire che fisionomia sta assumendo oggi. Quando la storia diventa una persona
E non immaginavo, soprattutto, che mi avrebbe portato in giro per l’Italia, in tante città, davanti a sale piene, con un’attenzione e una partecipazione che mi hanno profondamente colpito. Ogni presentazione è stata diversa. Ma in tutte ho avvertito la stessa sensazione: Giovanni Frignani non era più un nome quasi dimenticato della Resistenza. Era tornato a essere una persona. Ed è proprio da qui che è nato il libro. Frignani è stato l’ufficiale dei Carabinieri che il 25 luglio 1943 coordinò l’arresto di Mussolini. Un protagonista di un momento cruciale della nostra storia. E poi, dopo l’8 settembre, uno dei promotori del Fronte militare clandestino dei Carabinieri a Roma. Arrestato dalle SS, torturato a via Tasso, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Una vita che sembra un romanzo. Ma che rischiava di restare confinata in poche righe di manuale. Ho sentito il bisogno di ricostruirla non come una sequenza di eventi, ma come una storia umana. Per questo sono entrato negli archivi dell’Arma, ho sfogliato carte ingiallite, informative, rapporti, lettere. Ho studiato i documenti del Museo storico della Liberazione di via Tasso, dove Frignani fu rinchiuso e torturato. Ho letto le testimonianze, gli atti processuali, i memoriali. La storia come strumento per leggere il presente
Nel suo saggio Razionalità (2021), Steven Pinker osserva come il cosiddetto bias del presente ci porti a considerare ogni crisi come eccezionale e ogni progresso come definitivo. Questa inclinazione ci rende ciechi davanti ai cambiamenti lenti e sistematici che, accumulandosi nel tempo, trasformano il tessuto democratico, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Non è una colpa, ma un limite cognitivo condiviso. Prenderne atto significa restituire alla storia il suo valore: non come repertorio di esempi morali, ma come strumento analitico per comprendere il presente. Propongo una riflessione sul ruolo della storia come chiave per decifrare le trasformazioni dell’oggi, in particolare alla luce delle Nuove Indicazioni per l’insegnamento della Storia promosse dal ministro Valditara. L’approccio suggerito dal Ministero pone l’accento sulla costruzione dell’identità nazionale e sull’orgoglio di appartenenza occidentale, attingendo al repertorio epico della classicità, della religione e del Risorgimento. Leggi tutto: La storia come strumento per leggere il presente Mediterraneo allargato o ristretto. Geopolitica di un mare complesso
Nonostante le forze che continuano a farne un vero crocevia politico, economico, militare e culturale globale, movimenti geopolitici in corso ed evoluzioni di altro genere, pongono provocatoriamente l’interrogativo se il Mediterraneo non rischi di ritrovarsi nuovamente “ristretto”, oppure relativamente isolato o emarginato rispetto alla centralità che ha sempre avuto nei traffici e nella politica. Il Mediterraneo non è, e forse non è mai stato, un concetto geografico immobile, un mero spazio marittimo tra Europa, Africa e Asia; ora come in passato, è piuttosto un sistema complesso attraversato da storia, memoria, competizione e identità. Negli ultimi decenni, tuttavia, ha acquisito un crescente interesse per una serie di ragioni. Innanzitutto, il ritorno della competizione tra potenze globali: Stati Uniti, Russia, Cina, Turchia e Unione Europea si contendono influenza, risorse e accesso alle rotte marittime, ai giacimenti minerari, ai fondali. Leggi tutto: Mediterraneo allargato o ristretto. Geopolitica di un mare complesso L’Ospedale della Pace. La cura a servizio della città
Si sviluppa intorno ad un palazzo quattrocentesco, residenza di ser Gianni Caracciolo, Gran Siniscalco del Regno e conserva ancora il portale strombato con colonnine ed archi marmorei a tutto sesto, sormontato da un bassorilievo di una Madonna con Bambino. Nel 1587 lo stabile fu acquistato dai frati dell’Ordine di S. Giovanni di Dio, detti Fatebenefratelli, e trasformato in ospedale; la chiesa, invece, avviata nel 1628 e terminata nel 1638 su progetto di Piero De Marino, fu intitolata a Santa Maria della Pace per celebrare la pace siglata nel 1544 tra Francesco I di Francia e Carlo V d’Asburgo, sostenitore del riconoscimento dell’Ordine religioso presso Papa Pio V. La scena che riprende questo avvenimento è raffigurata nella pala dell’altare maggiore, di autore ignoto. Negli anni 1716-1722 Domenico Antonio Vaccaro disegnò per la chiesa alcuni altari marmorei, tra cui quelli del transetto e gli angeli reggi stemma, in stucco, che decorano i pennacchi della volta. Dopo il terremoto del 1732 si resero necessari lavori di restauro dell’intero complesso, realizzati dall’ingegnere Niccolò Tagliacozzi Canale.
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Che cosa può ancora dire la filosofia sul tema dell’identità culturale? É ancora in grado di fornire strumenti per immaginare e costruire modi di pensare, realtà e società cosmopolite? E qual è il tipo di educazione più adatto a formare cittadini di un mondo multirazziale, caotico e complesso? E, infine, è tuttora proponibile la fiducia illuminista nell’esistenza di “invarianti” culturali atemporali? Il dissenso riguarda il possibile ruolo della filosofia in questo progetto.
Quando ho iniziato a lavorare a
Ogni generazione tende a percepire la propria epoca come radicalmente diversa da quelle che l’hanno preceduta. Eppure, la storia ci offre strumenti preziosi per comprendere le strutture del presente. Non si tratta di ripetizioni meccaniche, ma di dinamiche che si trasformano e si ricombinano, spesso in forme nuove, pur richiamando meccanismi già noti: la repressione del dissenso, la gestione del consenso, il controllo dell’informazione.
Il Mediterraneo è oggi più che mai uno spazio geopolitico in costante evoluzione: un sistema dinamico e interrelato a una vasta congerie di fattori interni alla propria area geografica o a questa esterni. Tale complessità ha indotto a elaborare la visione strategica del Mediterraneo allargato, visione che tiene conto delle circostanze politiche, sociali, economiche, energetiche e logistiche che si verificano in aree esterne al bacino strettamente considerato, e segnatamente dal Golfo di Guinea al Golfo di Aden, o addirittura all’Oceano Indiano.
L’antico complesso ospedaliero di Santa Maria della Pace sorge nell’area chiamata, fino all’Alto Medioevo, Regio Thermensis, per la presenza di un complesso termale di età romana.