Sul fantomatico parco dell’amore di Napoli

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Di fronte alla proposta del sindaco di Napoli, volta ad affrontare una volta per tutte il “problema” prostituzione,  si scatena la protervia dei vescovi.

Qualche giorno fa Luigi de Magistris ha accennato all’idea, per ora solo un’idea e nel rispetto dei diritti civili e delle leggi, di una regolamentazione della prostituzione in città. Il tutto come avviene in molte città europee, e non solo, dove peraltro i comuni riscuotono una tassa imposta sui proventi di tale attività.

Il sindaco ha aggiunto in un’intervista: "Nella nostra citta’ registriamo un incremento della prostituzione. Di fronte a questo dobbiamo partire da alcuni dati di fatto, la prostituzione in quanto tale non e’ vietata dalla legge, e’ vietato lo sfruttamento. Io sono dell’idea che il fenomeno non si sconfigga col manganello o con la criminalizzazione delle prostitute o dei clienti. Quindi bisogna aprire un dibattito e il tema va affrontato laicamente".

 

Ha accennato, genericamente, ad un’area della città dove creare tale tipo di “organizzazione” regolamentata del fenomeno: “Se noi creiamo un’area, riusciamo a ridurre enormemente la presenza della criminalità organizzata, perché quell’area verrebbe monitorata dalle forze dell’ordine.

La mia idea e’ che si potrebbe sperimentare, lo trovo un fatto positivo per una grande città internazionale”, ha detto il sindaco.

Dopodiché, ha fatto riferimento ad un “parco dell’amore”, ossia una zona dove i giovani, che spesso si intrattengono in auto in alcune zone dove sono soggetti a “guardonaggio” e/o al rischio di aggressioni e rapine, possano invece “intrattenersi” in tranquillità, in un’area sorvegliata, concordata con municipalità ed associazioni, che si sono già messe in moto con spirito collaborativo.

Sono immediatamente piovute critiche da ogni parte. Critiche giunte non solo dai consueti detrattori, che amano cavalcare ogni minima polemica per poter infangare più che altro la persona di Luigi de Magistris, al di là della sua carica politica, ma anche e soprattutto dagli ambienti cattolici.

L’attacco più feroce è arrivato dai vescovi, che hanno addirittura chiesto le dimissioni del sindaco e l’affondo ancora più aggressivo è giunto dal cardinale di Napoli Sepe. La sua indignazione è esplosa durante l’omelia di Santa Patrizia.

Il cardinale, anziché occuparsi e preoccuparsi del destino morale e materiale delle prostitute, ha colto l’occasione per attaccare il primo cittadino di Napoli, sul piano politico, sostenendo che un sindaco non deve occuparsi di queste cose ma di ben altro (Luigi de Magistris ha risposto al cardinale Sepe sul suo blog).

Insomma, si perpetua l’intenzione di girarsi dall’altra parte e dare per scontato che il problema, semplicemente, non esista, in base ad un’ostentata “superiorità morale” che, oltretutto, sarebbe tutta da dimostrare.

La chiesa cattolica, d’altronde, nel tempo si è sempre distinta egregiamente nell’ignorare i problemi. Che siano quelli inerenti allo Ior e alle sue audaci commistioni e alle dir poco spregiudicate pratiche; o quelli riguardanti i rapporti oscuri, mai chiariti, con la Banda della Magliana (la vicenda De Pedis/Emanuela Orlandi è un esempio); o quelle davvero terribili dei prelati coinvolti in vicende di pedofilia, che mi sembra poco abbiano in comune con la “superiorità morale” a cui si fa spesso riferimento, dal purpureo pulpito del depositario del “giudizio giusto e incontestabile”.

Eppure, di fronte a tali inquietanti temi, spesso le alte gerarchie sono state mute, indifferenti, quasi infastidite, inerti. Hanno reclamato l’indipendenza dello stato sovrano (la loro indipendenza, a senso unico), il diritto di respingere le interferenze esterne e “straniere”, per poi talvolta  gridare all’eresia di fronte ad ogni iniziativa di promozione civile avanzata nella nostra società che, fino a prova contraria, rientra nell’ambito di uno stato sovrano, indipendente e laico, non teocratico.

Le forze reazionarie del clericalesimo vaticano hanno per anni ingabbiato il nostro paese in una condizione sclerotizzata di arretratezza civile e culturale, laddove altri paesi occidentali facevano passi da gigante in nome di un laicismo che nulla compromette e corrompe della spiritualità di ogni buon cristiano e cattolico.

La separazione degli affari religiosi da quelli secolari in Italia è stata sempre  solo un’aspirazione per i laici e dobbiamo constatare che  è rimasta tale, ancor oggi.

L’interferenza  negli anni delle alte gerarchie ecclesiastiche nella sfera politica e sociale, ha spesso reso impossibile,  se non rallentato e ostacolato fino allo sfinimento, qualsiasi riforma legislativa di ampio respiro che potesse finalmente restituire al cittadino italiano la giusta dimensione di cittadino  di un paese evoluto e democratico e di persona detentrice di diritti civili garantiti dalla carta costituzionale che, alla conquista (se non altro teorica) di quei diritti, è giunto dopo aspre e sanguinose contese; dopo sacrifici di uomini e donne che hanno lottato fino a rinunciare alla propria vita perché non fosse mai dimenticato che ogni essere umano è portatore di diritti “naturali” che nessuna autorità può e deve negare ma solo, semmai, regolamentare.


Ebbene, ancora oggi, nel 2012, cos’è la chiesa cattolica?

Fatte salve alcune figure la cui condotta è encomiabile sotto molti punti di vista, (sacerdoti di grande umanità e generosità che portano avanti una vera missione cristiana operando fra i diseredati e gli emarginati con coraggio ed amore, e la passione di tante associazioni di volontariato che operano nel settore sociale con commovente spirito di sacrificio e di solidarietà),  la chiesa cattolica è una gigantesca macchina burocratica, un’elefantiaca organizzazione verticistica che gestisce affari, relazioni politiche, spesso con governi dalla dubbia integrità ma, soprattutto, ingerisce, con la compiacenza trasversale della politica, negli affari privati dei cittadini italiani, dettando condizioni e tuonando, con toni da bolla medioevale, contro ogni tentativo, proposta, idea di rinnovamento e di modernizzazione della società.

Grida all’eresia, allo scandalo, nei confronti ti tutto ciò che non gli aggrada , e che spesso non gli pertiene, etichettando, bollando, inibendo, censurando.


Gli “eretici” sono coloro che non si conformano e assoggettano alle rigide visioni della rigida costumanza auspicata dalle alte sfere vaticane, in tema di sessualità, scienza e di qualsivoglia iniziativa che si discosti da rigidi e talvolta anacronistici precetti di comportamento basati su di un’etica spesso piuttosto miope, quasi sempre fondata su versetti biblici di cui esistano migliaia di differenti interpretazioni scaturite da secoli di studi teologici, esegetici e filosofici ma che sono in realtà sono spesso manipolati al fine di biasimare il progresso sociale e civile di una nazione.

“Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio“,  lo ha detto il Messia e sancisce una separazione delle sfere, la secolare dalla religiosa. Ma si sa, la Cei non approva questa interpretazione. Non è d’accordo. Nemmeno con Gesù Cristo.

Viene voglia, alla fine, di citare Giordano Bruno, arso vivo in Capo dei Fiori dalla protervia vaticana:

Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo…l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.”

 

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