Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

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Cara Eleonora, cara Direttrice,

 

non sono bastati più di due secoli a far sì che le cose cambiassero. E’ doloroso ammetterlo, ma i lazzari sono rimasti lazzari, i detentori del potere sempre più delinquenti e scaltri, il popolo onesto subisce, e chi lavora per la ricerca della verità storica viene additato come giacobino da sterminare.

Ma noi andiamo avanti, difendiamo la Repubblica e la nostra storia.

Corsi e ricorsi storici, avrebbe detto il buon Giambattista Vico. Il ricordo della Repubblica Napoletana del 1799 torna decisamente scomodo.

“La Pimentel, figlia di stranieri, entrò nei favori della corte napoletana e da doppiogiochista qual era, favori l'invasione straniera delle nostre terre, capeggiata da ascari nostrani, e pagò con la morte i suoi intrighi.

E' una figura che non ci appartiene. I nostri Eroi sono altri, sono nati e morti dalle nostre parti a difesa del patrio suolo".

Questo è quanto di te mi ha scritto uno dei tanti saccenti neoborbonici, screditando la tua gloriosa opera ed invitando me ad un atto di vergogna per tutto quanto scrivo e proseguo in tua memoria. E come se non bastasse ha anche aggiunto che andrebbe rivista la toponomastica a Napoli per negarti quel vicoletto nei pressi del corso Garibaldi che porta il tuo nome.

Non sto qui a commentare. Caliamo un velo pietoso.

Dirigendo oggi il Monitore non ti nascondo che sto assorbendo su di me tutti quegli odi che questa gente irrispettosa e misogina ancora nutre per il ricordo tuo e della Repubblica Napoletana del 1799.

Ma mi fortifica, stai tranquilla, mi sprona a continuare. Per fortuna c’è chi apprezza, e sono persone mentalmente ed intellettualmente libere, gente che ha un vero spessore culturale, un cuore nobile, che lavora per il bene comune, che affronta ogni giorno delinquenti sulla strada e nelle aule dei tribunali.

Ci sarebbe tanto da controbattere su certe verità così abilmente gonfiate da taluni cosiddetti storici, specie da quando le celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione dell’Italia hanno accentuato antichi rancori tra il nord ed il sud, rimestando tutta la questione meridionale.

Qualcuno afferma che la letteratura borbonica stia avendo una rifioritura e che nessuno più, oramai, fatta eccezione per pochi coraggiosi, scrive del 1799.

Mi sembra ovvio. I reperti di quell’epoca si stanno rarefacendo, rendendo sempre più stressante il lavoro di un ricercatore, ma ciò non significa che i nostri valori di Libertà ed Uguaglianza siano decaduti e quel nostro glorioso pezzetto di Storia Patria sia stato dimenticato, o meglio, che l’intento del borbone di farlo sparire dalla storia sia andato a buon fine.

Siamo qui a parlarne, in pochi si, ma ancora ci siamo, noi esistiamo!

Siamo antimonarchici e sosteniamo l’Italia Repubblicana Unita. Che siano borboni o savoia, per noi non fa differenza. Gli assassini sono tutti uguali.

I nostalgici del regno borbonico tirano in ballo la terra, il possedimento, lo scintillante regno rubato dai savoia, i briganti trucidati e poi sciolti nella calce viva, l’usurpazione del patrio suolo, il vittimismo.

Insomma, rimescolano il passato, cercando di rivendicare un’epoca di monarchia dispotica, calpestando gli alti valori conquistati in seguito con una Repubblica Democratica, offendendo prima di ogni altra, la lungimiranza che quei patrioti nel 1799 avevano avuto a ben duecento anni di distanza.

Stavano unificando l’Italia, quegli eroi, ma non come monarchia, bensì come Repubblica, la nostra Repubblica Italiana, quella sulla quale oggi, certa gente ci sputa. Non ci sarebbero stati i savoia a prevaricarci, come indubbiamente hanno fatto, massacrando migliaia di briganti.

Qualcuno probabilmente dimentica che nel 1799 non ci fu solo la "bella favola" della Repubblica Napoletana, ma anche quella Romana, la Cisalpina e la Transpadania.

I patrioti del 1799 avrebbero difeso la Repubblica e non il regno di un dispotico sovrano. Ma forse è troppo difficile da capire. E' più comodo liquidare tutto etichettando quei patrioti come traditori di legittimi sovrani.

Per offendere la memoria del 1799, qualcuno ancora tira in ballo letterature borboniche, lette, risapute e controbattute, o ancora le memorie del generale francese Thiebault che parlò di circa 60.000 compatrioti, di parte napoletana – cristiana –borbonica - passati a fil di spada in meno di 5 mesi, senza considerare che di quei 60.000 (con tanto di dubbio per la fiera gonfiatura della cifra) buona parte era gente non compatriota, ma mercenari fatti venire dall’Albania dal cardinale Ruffo per sostenere la sua controrivoluzione.

Il grande Ruffo, l'uomo mandato da Dio che usò il suo Dio per spargere sangue, promise false capitolazioni ed alla fine si chiuse nelle sue stanze fustigandosi da solo per il male commesso!

Noi conosciamo molto bene il ruolo che hanno avuto certi generali francesi nella rivoluzione del 1799, tutto ciò che hanno saccheggiato in cambio del loro sostegno alla causa rivoluzionaria, e sappiamo anche che fu proprio per il loro ritiro da Napoli che, quando il borbone tornò, ben fortificato e sostenuto dagli inglesi e dalle truppe di Ruffo, i patrioti non ebbero né tempo e né mezzi per difendersi. Basta leggere il “Rapporto al Cittadino Carnot” di Lomonaco, giusto a titolo di esempio e tanto, tanto ancora.

Quanto ai compatrioti trucidati, è risaputo che per l’occasione il cardinale fece liberare i migliori criminali dalla patrie galere che, assoggettando il popolo mite con false idee di fede, seminarono guerre, stragi e distruzioni dalla Calabria fin su il Molise.

Ci sono manoscritti dell’epoca a testimoniarlo, memoriali di gente che indossava l’abito sacerdotale e che parla di “patrioti liberatori e difensori” da quegli esseri abominevoli capeggiati da criminali incalliti come Giuseppe Pronio, un avanzo di galera pluriomicida, che capitolò davanti al patriota Ettore Carafa e poi lo prese a tradimento consegnandolo alla ghigliottina, per non parlare di Gaetano Mammone, un mostro orribile che pranzava tenendo sul tavolo ancora qualche testa grondante di sangue e beveva da un teschio.

Se questi erano i compatrioti…

Non si parla delle stragi seminate da questi esseri repellenti assoldati dal Ruffo che cercarono di assoggettarsi il popolo bonario, usando la fede e facendo vilipendio della stessa con spergiuri, chiese devastate, sacerdoti, contadini, donne e gentiluomini massacrati. Di queste vittime innocenti nessuno ne parla, nessuno se ne ricorda.

Loro non sono stati briganti, ma persone semplici che avevano compreso il senso della rivoluzione, avevano piantato gli alberi della libertà, avevano desiderato essere cittadini della Repubblica e non più schiavi del borbone.

Insomma, nessuno ricorda quel popolo vero, sano, lo stesso che oggi cerca di ribellarsi alla criminalità, alla politica ingiusta di certi delinquenti che stanno al Governo.

Si parla dei briganti che si fecero massacrare per difendere il regno del borbone, mentre quella povera gente che nel 1799 diede la vita per la causa rivoluzionaria specie nelle province del regno, no... quella non fa storia perché aveva difeso la Repubblica e non il padre-padrone!

Ci sono ancora i documenti, memoriali nascosti in qualche sagrestia, un archivio privato, tra le anticaglie di un rigattiere. Sono fogli vergati con semplicità e con l’intento di far conoscere la verità ai posteri. Non esiste solo l’archivio borbone, molto ben architettato.

Questi innocenti ancora chiedono giustizia, e l’avranno se ancora ci saranno ricercatori armati di pazienza e coraggio. La verità è figlia del tempo, fa fatica a venire alla luce, ma verrà.

Da venti anni sto cercando di combattere la damnatio memoriae, contravvenendo a quello che fu l’ordine di sua bassezza Ferdinando IV, colui che condannò a morte Te, Eleonora, il popolo vero e tutti i patrioti del 1799. Rido della maledizione di Maria Carolina, anzi, la stramaledico per tutto il sangue innocente che ha fatto versare.

Tu, Eleonora, ardi e palpiti nei nostri cuori, il tuo esempio di donna coraggiosa, intellettuale, capace di fare cultura, di parlare di Libertà ed Uguaglianza, cercando di trasmetterla al popolo vero, quello capace di comprendere e desideroso di cambiare.

Non sei passata invano, mia cara direttrice: quel ricordo per noi è fuoco, fu la vera Napoli gloriosa, ed è quello il popolo che amiamo.

Avevi ragione quando dicevi che la plebe per diventare popolo andava educata alle nuove idee di Libertà ed Uguaglianza, ma vedi, quella era ed è una lezione troppo dura perché tutti potessero comprenderla.

La Libertà comporta delle grosse responsabilità e quei lazzari che ancora oggi rimpiangono il borbone, manipolati da scaltri saccenti, non sono capaci di capire che quel despota e la sua stirpe, alla pari dei savoia, sono stati molto peggio della banda di politici che oggi ci ritroviamo al potere, lestofanti che cercano di mettere la mani sulla Sacra Costituzione, campano a sbafo dei soldi pubblici, trattano il popolo sano da ignorante, fanno leggi ad personam e la bella vita, mentre la gente perde il lavoro e si suicida perchè non ha di che vivere.

I lazzari si lasciano corrompere, vanno alle urne ed eleggono scaltri delinquenti, li appoggiano, si vendono per false promesse, si arruolano nei clan della malavita.

Ma sai, in fondo fanno anche pena perché quella è gente che “non fu mai viva”, loro hanno bisogno di elemosinare, di “arrangiare”, di aggrapparsi a qualcosa in cui credere per sentirsi qualcuno, ed allora quando si parla del borbone si esaltano, sventolano quella lacera bandiera coronata, acclamano il saccente, mentre inculca loro quattro sciocchezze manipolate a suo uso e consumo, e rivedono davanti agli occhi quel re enfatizzato, quel benefattore che nei pomeriggi passava sulla sfarzosa carrozza per i miseri vicoli della pietra del pesce, acquistando tutto quanto i poveri pescatori non avevano venduto.

Gli si inchinavano devoti, augurandogli una lunga vita e lui si sentiva un grande re sulle loro miserie. Poi da lì attraversava fiero ed impettito la piazza del Mercato, quella del patibolo.

A volte mi chiedo se ha mai udito in cuor suo le grida dei condannati a morte, se ne ha mai avvertito il sentore del sangue. Chissà se è mai entrato nella chiesa del Carmine Maggiore pensando per un attimo di calpestare quella fossa comune dove aveva fatto gettare i cadaveri delle sue vittime. Lo avrà fatto, forse si, ma certo non con il rimorso nel cuore.

Eh, no… quelli erano stati i traditori del suo legittimo regno, rei di Stato colpevoli di lesa maestà e andavano giustiziati ferocemente, non solo nel corpo, ma anche nell’anima e nella memoria.

Pure il ricordo del rivoluzionario Masaniello, tornava scomodo, tanto che ne aveva fatto distruggere la tomba, ed i lazzari un secolo dopo per paura lo avevano rinnegato.

Eppure Masaniello era stato uno di loro. O forse no…. Masaniello fu capo del popolo sano, come nel 1799 lo furono Michele il pazzo e Pagliuchella. Tutti afforcati per ordine del re.

Ebbene, talvolta sulla tomba di sua bassezza Ferdinando, in Santa Chiara io ci vado, con i miei fratelli martiri stretti nel cuore. Faccio uno sforzo immenso, ma ci vado, lo affronto.

Mi viene di osservarne lo sfarzo, la cura, l’amore con cui i suoi adepti ne tengono sempre vivo il ricordo. Ingiustizia anche difronte alla morte, abbasso gli occhi e penso: Lui tra luci e fiori, loro al buio, nel fango.

“E bravo Ferdinando - gli dico tra i pensieri, pur consapevole che probabilmente mai mi avrebbe dato udienza e né mai l’avrei chiesta - E bravo sua bassezza, in parte hai vinto, riposi in pace in questa terra che, per paura dei Francesi, vigliaccamente abbandonasti il 23 dicembre 1798, scappando alla volta di Palermo, e portando con te tutta la corte, ogni bene, svuotando le casse e lasciando Napoli in preda alla miseria ed alla più feroce anarchia.

Quella tua degna mandria di lazzari tanto bene si difese, combattendo sfrenato a difesa del tuo regno sul ponte della Maddalena e su tutti i fronti, e nel frattempo saccheggiò case, ospedali, interi palazzi, ammazzò i propri concittadini, ne violentò le donne. Di qualche cadavere ne mangiò anche pezzi, preso dalla foga di uccidere, superando l’estrema soglia dell’orrore.

E’ storia documentata questa, sono memoriali di testimoni oculari, sopravvissuti, esuli, quelli che non hai fatto in tempo a far ammazzare e che hanno consegnato ai posteri la verità di quei drammatici momenti.

Stai sereno, Ferdinando, tu si che puoi godere del sonno dei giusti, e riposare in pace nella tua bella tomba, troneggiare sul cavallo nella piazza del Plebiscito. Tu eri e sei il loro sovrano, oggi diremmo, un magnifico capo clan dalla testa coronata.

I nostri fratelli martiri sono stati i tuoi traditori, quelli che hanno osato contravvenire alle tue regole, che credevano nella giustizia sociale e che volevano farti comprendere che era tempo di cambiare.

Ma l’esempio francese ti aveva troppo inorridito, la fine che aveva fatto tua cognata Maria Antonietta sarebbe potuta toccare a te ed alla tua sanguinaria consorte.

Ti sei sentito minacciato da quegli intellettuali che avevano frequentato la tua corte parlandoti di idee "illuminate".

Ai tuoi occhi erano divenuti dei temibili giacobini, congiuravano ed andavano sterminati, e con loro noi adesso che osiamo ripescare memorie scomode nel passato, venerare i loro nomi, la Repubblica, e ricordarci della cittadina Eleonora Fonseca Pimentel, il 20 agosto, anniversario della sua morte.

Ma, come vedi, non ti è bastato far dare alle fiamme tutte le carte dei processi sommari con cui li mandasti a morte, i documenti, i ritratti. Non ti è servito perseguitare anche le loro famiglie e chiunque ne alimentasse il ricordo.

Non si mette a tacere la storia. I falsi storici hanno vita breve. La verità è figlia del tempo!

Ma se tu ed i tuoi adepti non lo avete ancora capito, i repubblicani del 1799, un secolo e mezzo dopo, hanno vinto la loro battaglia e con loro noi che ne sosteniamo il ricordo e gli ideali.

Il tuo regno, come quello dei savoia, non esiste più, e non esisterà più.

Il 13 giugno del 1799 i sanfedisti costrinsero i repubblicani alla resa.

Il 13 giugno del 1946 l’ultimo savoia lasciò l’Italia e finalmente finì l’incubo della monarchia.

Vivaddio, la nostra Italia è divenuta una Repubblica, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti, intrisa del sangue dei suoi patrioti e dei partigiani è una Repubblica.

La nostra Res Publica appartiene al Popolo, quello vero, quello che è capace di ragionare e comprendere, quello che suda per farsi una cultura, per guadagnarsi un’esistenza dignitosa e non da lazzaro asservito.

Il popolo vero ha ben compreso che non c’è differenza tra il borbone, il savoia, e gli odierni criminali, i politici corrotti, la vera cancrena del nostro paese.

Il 2 giugno del 1946 fu grazie al voto delle donne come Eleonora, per la prima volta ammesse in una consultazione politica, che l’Italia scelse di essere una Repubblica.

Abbiamo una Costituzione, delle leggi uguali per tutti e per cui combattere. Combattiamo per qualcosa che appartiene a tutti noi e non per il regno di un despota.

Abbiamo conquistato il diritto di esprimere i nostri dissensi, di scioperare, di farci sentire, cosa impensabile ai tuoi tempi. Saremmo tutti finiti in carcere e poi a morte per lesa maestà.

Ma i tuoi lazzari, Ferdinando, non la pensano così. Sono rimasti assoggettati al padrone, al campiere, rinnegano lo Stato, la nostra Repubblica, la calpestano, seguono il loro capo clan e le sue leggi, fanno loro le sue regole.

Questo ha fatto prolificare la criminalità, e questi sono i tuoi sudditi. Fedeli nel sangue alla tua memoria, prevaricano, rubano, ammazzano, si ritengono possessori della libertà altrui, come delle tue terre, e per te, vivo e palpitante nel loro DNA, gettano fango e insulti sulle nostre sacre tombe e la nostra sete di giustizia.

Offendono il sangue di chi ha combattuto per la Repubblica Italiana, dai nostri patrioti del 1799, i partigiani della seconda guerra mondiale, i servitori dello Stato, a tutti coloro che hanno dato la vita a difesa del sacro valore della libertà e della democrazia.

A testa alta siamo ben lontani da loro. Noi crediamo nei valori della nostra Repubblica e li difendiamo. Non c’è da provare odio, ma solo immensa pietà per chi è nato schiavo ed ignorante.

Siamo laici, ma in questo caso ci sentiamo vicini a quanto disse Gesù Cristo sulla croce : “Signore perdona loro perché non sanno quello che fanno!”

Ed in virtù di queste parole, se è vero che la morte pareggia i conti, noi oggi ricordiamo non solo Eleonora, i nostri amati fratelli della Repubblica che allora facesti giustiziare ed i martiri di tutti i tempi, ma rivolgiamo un pensiero pietoso anche a quei poveri lazzari che combatterono per te, Ferdinando, dall’altra parte.

Non sapevano quello che facevano, e probabilmente ancora oggi non sanno. Vivono di criminalità e credono nel loro dio. Non c’è male peggiore dell'oscura ignoranza!

Noi imbrattati di sacro fango, andiamo per una strada impervia e piena d’insidie, ma è l’unica che porta alla luce, alla verità ed alla giustizia.

Noi, come Eleonora, siamo fieri di essere cittadini della Repubblica.

Salute e Rispetto al nostro popolo onesto!

 

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