Reddito minimo? "Una battaglia di civiltà"

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La campagna sul reddito minimo garantito è stata lanciata. Nelle piazze italiane si stanno raccogliendo le firme per la proposta di legge, sostenuta da un comitato, aperto e trasversale, con la presenza di movimenti, associazioni, partiti e sindacati. Come la Bin Italia (Basic Income Network), un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche in Italia una misura di welfare presente in tutta Europa. Per presentare la legge occorrono 50 mila firme, che devono essere raccolte entro la fine dell’anno.

Ma cos’è il reddito minimo garantito? Lo abbiamo chiesto a Luca Santini, presidente di Bin Italia: 

Il reddito minimo garantito è un insieme di risorse economiche, ma anche di servizi in natura che si chiama reddito indiretto, che è rivolto a tutti i residenti di una determinata comunità politica che si trovano al di sotto di un certo reddito di risorse e di benessere. Si rivolge a tutti coloro che queste risorse non le hanno.

Ai disoccupati e ai precari.

Principalmente a loro, ma anche alle persone impossibilitate a lavorare.

 

E’ stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per istituire questo reddito minimo garantito. A che punto siamo?

La proposta è formalizzata, secondo la legge ci sono sei mesi di tempo per raccogliere almeno50mila firme entro la fine dell’anno, per poter presentare questo progetto alla discussione delle Camere.

Ci sono molte adesioni che sono arrivate da singole personalità, dal mondo associativo e anche alcune forze politiche hanno ritenuto la bontà della proposta e l’hanno fatta propria. Si stanno organizzando appuntamenti e banchetti di raccolta firme in tutta Italia. Un fatto un po’ anomalo e curioso nel mese di luglio che non favorisce l’iniziativa politica, nemmeno quella dal basso e della società civile.

Però, dalle notizie che abbiamo, la raccolta firme sta andando molto bene. L’obiettivo delle 50mila firme è certamente nel mirino, ma sentiamo di poterci dare un obiettivo anche più ambizioso che è quello di fare entrare con prepotenza il tema nel dibattito politico ufficiale, di farlo vivere nel corpo sociale.

Lei fa parte di un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche nel nostro Paese una misura di welfare presente in tutta Europa, tranne in Italia e in Grecia. Perché questa anomalia è presente in questi due Paesi?

Come ci si è arrivati a questa anomalia è difficile dirlo. Ci sono delle sedimentazioni storiche, anche risalenti. Tradizionalmente i Paesi latini, mediterranei hanno una struttura dello stato sociale più debole rispetto a quelle delle socialdemocrazie nordiche o del centro Europa.

Alcuni di questi Paesi mediterranei nel corso degli anni ’90 questa lacuna l’hanno colmata. Questa misura di reddito minimo, ad esempio, in Spagna esiste e anche in questo periodo tormentato non viene messa in discussione la sua esistenza. Quello che noi proponiamo è che anche qui da noi, in Italia, si colmi finalmente questa lacuna perché quella del reddito minimo, sicuramente, è un tassello fondamentale, irrinunciabile per ogni politica sociale degna di questo nome.

La politica come sta rispondendo?

I partiti della sinistra hanno risposto. Oltre a Sel anche il Partito di Rifondazione Comunista, mi sembra, ha aderito a livello nazionale e con molte articolazioni locali a questa iniziativa.

Poi ci sono alcune adesioni dei singoli esponenti del Partito Democratico. Ad esempio Cofferati come europarlamentare ha aderito, anche Balzani che è un’europarlamentare eletta a Genova, che è molto sensibile al tema, ha aderito. C’è anche un movimento dentro il Pd che, però, ha dei meccanismi un po’ più complessi e non solo su questo tema. Speriamo che qualcosa si muova.

E il centro-destra come ha risposto?

Non ha dato nessuna risposta. Naturalmente sarebbero benvenuti anche loro. Ci sono dei precedenti che ci lasciano poco sperare. Dove, ad esempio, c’erano delle esperienze regionali promettenti, come nel Lazio e nella Campania, dopo che alle ultime tornate elettorali si sono imposte delle maggioranze di centro-destra subito queste leggi che istituivano il reddito minimo garantito o il reddito di cittadinanza sono state, se non del tutto abolite, poco finanziate.

C’è un atteggiamento, fino adesso, di netta chiusura. Però ci piacerebbe che ci fosse un confronto con queste forze politiche conservatrici, tenendo conto che i conservatori d’Europa non si sono mai sognati di abolire le misure di reddito minimo che esistono nei rispettivi Paesi.

C’è stata una risposta da parte del Governo Monti, è intervenuto il Ministro del LavoroFornero: “con il reddito gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”. Lei cosa risponde?

Questo è un cliché offensivo che non si colloca su un terreno di serio dibattito su quelle che sono le questioni attualmente evidenti nella questione sociale del nostro Paese. E’ una fandonia mettere una misura di reddito garantito in contraddizione con l’attivazione delle persone. In realtà noi abbiamo molte persone che sono stabilmente escluse dal mercato del lavoro, si sentono scoraggiate dall’attivarsi. Questo senza una misura di reddito minimo garantito.

Cosa può fare il reddito minimo garantito?

Rendere impossibile l’accettazione di certi lavori, come esistono adesso, con contratti improponibili. Con paghe scadenti, con delle violazioni sulle norme, sulla sicurezza e quindi dei lavori che hanno delle caratteristiche di pericolosità e che, naturalmente, ben difficilmente potrebbero essere accettate da un disoccupato che fosse assistito da una misura di reddito garantito efficace e realmente funzionante. Si potrebbe creare un’alleanza virtuosa, tra il diritto al reddito e l’inclusione sociale.

E’ possibile paragonare o accostare il reddito minimo garantito al servizio sanitario nazionale?

E’ una battaglia di civiltà questa sul reddito minimo, che assomiglia alla battaglia per l’introduzione nell’immediato secondo dopoguerra del servizio sanitario nazionale. Soprattutto perché questa misura di reddito minimo, al di là dei costi che può avere, può rappresentare delle opportunità in termini di vivibilità generale del contesto sociale, che può portare a dei vantaggi che non sono nell’immediato economicamente calcolabili.

da L’Indro.it

 

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