La parolaccia nella letteratura. Da Dante a Federico Salvatore

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L’idea di fondo è: ogni punto di vista ti arricchisce. Si può, quindi, in fase di approfondimento, inevitabile prima di divulgare quel che si pensi, affrontare il pensiero degli altri.

Si potrebbe creare una scala di valori, da inserire quale sottofondo in una strategia per far chiacchierare di più e, di conseguenza, farsi leggere, anche a costo di dividere, riceversi gli strali di mezzo mondo:

I° Farsela con gente che sai la pensi come te. Hai un certo numero di lettori assicurato.

II° Fregarsene e scrivere parole in libertà. Sarebbe come buttarsi a capofitto nel bosco mentre l’incendio è già scoppiato e la velocità delle fiamme sulle cime degli alberi si avvicina a quella del suono. Rischi di bruciarti le piume sul culo.

III° Leggere ciò che ha prodotto gente senza peli sulla lingua, caratterizzata da autonomia di pensiero, garantita dalla forza già acquisita e che, insomma, se lo può permettere.

Giacché non amiamo le strategie furbesche, quelle che respingano la sincerità, usiamo leggere le idee degli altri solo dopo aver scritto con un impegno formale: se leggerai e ti permetterai di spostare una sola virgola, dovrai dirlo ai lettori scrivendolo a chiare lettere.

 

Che male c’è a cambiare una idea? Che male c’è a sposare una tesi che ti sembrava sbagliata o a cui non avevi pensato? Che male c’è a dire prima tutto e poi il contrario di tutto?

Se la coerenza fosse un valore assoluto e, talvolta, non si coniugasse con una buona dose di cretinismo, condita di idiozia, non si potrebbe fare.

Dovresti startene pronto alla pugna vita natural durante e difendere la tua tesi, anche a costo di morirne. Cambiare idea è cosa sana e giusta.
Detto ciò si può procedere.


C’è forse qualcuno che ami più il perbenismo affettato di Fabio Fazio (forse attoriale, ma è quel che mostra ai suoi alcuni milioni di spettatori) rispetto al coraggio terminologico (pure quello attoriale, non c’è dubbio alcuno) di Luciana Littizzetto?

Va subito segnalato che nella vita quotidiana, in molti ambienti (non in tutti, ci mancherebbe!), prendersi a parolacce, anche solo per gioco, raccontare con infiorettature divertite – divertenti o semplicemente usare intercalari da scaricatori di porto (sarà così davvero?

Non è che tra loro si celino anche preti e laureati in Filosofia, che non hanno trovato altro lavoro e sono preoccupati di perdere pure quello?), è la normalità.

Ciò è recepito, termine tecnico orripilante ma ci sta bene, sia dal Legislatore, meglio ancora dalla giurisprudenza, che ogni tanto sdogana qualche termine, dichiarandone la cessata carica offensiva e ingiuriosa (è accaduto abbastanza recentemente con stronzo).

D’altronde, entrando nel tema della parola che narra, se scrivi di una procace pornostar che fugge, inseguita da un assatanato (capita che siano anche molteplici), cosa ti puoi aspettare che quello dica (o la moltitudine, in coro, declami)?

Certo, si potrebbe mettergli in bocca:Vieni qua, piccola ape mia (apinaapetta viene segnalato come errore, meglio non rischiare), che ti inseminogiuggioletta, voglio giocare al medico e la pazienteamore, amore, non scappare via

Se te ne esci con un secco: Ti voglio trombare!, non c’è dubbio che si sia di fronte a un linguaggio maschilista e troppo esplicito, ma il contesto richiede quello o cosa similare per fare in modo che gli onanisti non soffrano di un calo di eccitazione.

Stessa cosa accade qualora si narri di un fabbro (pare ne esistano ancora). Perché mai dovrebbe parlare come un docente universitario?

L’ipotesi, ovviamente, starebbe in piedi qualora fosse appunto un docente che, per varie traversie della vita e in incognito, caso mai, avesse scelto di riciclarsi e sfruttare l’arte paterna, messa da parte quando era bambino e grazie alla quale aveva potuto studiare, specializzarsi, dimenticare le origini (‘O zappatore docet).

Questo docente, invece, ben potrebbe regredire alla fase fanciullesca e dire si aviss’, vuless’ e così via.
Per nobilitare questa visione della parolaccia: si segnala che è anche la tesi diAntonio D’Orrico (Corriere della Sera).

È opportuno evidenziare che ricercando nel web si rischia di deviare, giacché si rinvengono alcune pagine di critiche feroci alle sue recensioni.

Qui e lì si dà anche conto del suo apprezzamento al libro di Faletti Io uccido. Faletti è sempre quello della canzone sanremeseMinchia signor tenente: cacio sui maccheroni della parola – sconcezza, qui affrontata.

Andando ancora più in alto (senza offesa per nessuno e neppure per Antonio D’Orrico), per una ipotesi divertita – divertente, come ci segnala Monica Palozzi, si veda alla voce Dialetto romanesco di Wikipedia (utile anche per delinearne i contorni di Lingua a sé stante):

Vi si può scoprire il contesto della meravigliosa: vviè cqua, a fijo de ‘na mignotta, frase pronunciata da una madre al proprio figlio, senza per questo sentirsi offesa da sé stessa. La frase, è del tutto evidente, gioca il ruolo di rafforzare il richiamo.

D’altronde, se, come evidenziò Lucio Anneo Seneca, Entro i confini del mondo non vi può essere esilio di sorta: nulla infatti che si trovi in questo mondo è estraneo all’uomo, val la pena fare il punto dell’uso che si è fatto nei secoli della parola cosiddetta scurrile. Anche stavolta si trova moltissimo in Wikipedia.

Si può partire da Dante, con rinvio al rigo numero otto di questo articolo, per giungere a Federico Salvatore (ci siamo occupate di entrambi, dando ampia visibilità a ciò che qui si legge): l’ultimo verso del Canto XXIdell’Inferno è: ed elli avea del cul fatto trombetta.

Si tratta del diavolo Barbariccia che così dà il via alla marcia di altri diavoli, suoi accoliti.


Federico Salvatore, invece, ha scritto la canzone Il peto nel Regno di Napoli: un modo per ironizzare sulle varie forme di flatulenza che caratterizzano le antiche famiglie reali.


Prima di Dante e tra questi e Federico Salvatore troviamo: il commediografo grecoAristofane, che usò la flatulenza a fini parodistici (senza esclusione degli omina divini) e nel Satyricon di Petronio Arbitro (siamo nel I secolo) in cuiTrimalcione, il gaudente, che intrattiene i convitati con una lunga dissertazione.

Nel Gargantua di F. Rabelais, il termine peto è più volte utilizzato. Il Folengo, in una spiegazione al Baldus, suggerisce la distinzione tra pernacchia e flatulenza.

In un’altra glossa, distingue tra il peto e la meno rotonda scorreggia. Nel Racconto del Mugnaio, uno de I racconti di Canterbury dello Chaucer, un personaggio, Nicholas, sporge il suo posteriore da una finestra ed emette una flatulenza in faccia al rivale Absalom. Questi reagisce: marchia il sedere di Nicholas con un attizzatoio ardente.

In questo elenco non manca De Sade: l’osceno, tanto per dire, accade ne La filosofia del boudoir, novella ricca di molti intervalli orgiastici. In Notre-Dame de Paris, tocca a Victor Hugo far emettere rumori a una grassa prostituta («quattuor denarios aut unum bombum»).


Ne La Terra (quindicesimo volume della serie Les Rougon-Macquart) è la volta di Émile Zola: Fouan il maggiore può emettere rumorosamente a comando e vincere bevande gratis scommettendo sulla sua straordinaria capacità.

Nell’Ulisse,di James Joice, Leopold Bloom emette «vento» nel capitolo Sirene. Si segnala: è il protagonista. In Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, un soldato fa rumori e commenta: «ogni fagiolino fa il suo versino».

C’è, poi, la devastante verità di Guy de Maupassant. Segnala che agli uomini piacciono soprattutto due cose: annusare i propri peti e leggere i propri scritti.

Nel suo libro sui Borboni di Napoli, lo storico Harold Acton racconta che il re di Napoli Ferdinando IV fece una flatulenza terrificante: gli era accanto l’imperatore d’Austria Giuseppe II, da poco suo cognato; l’imperatore cercò di fare l’indifferente, ma il re gli disse: «Che vuoi, fratello, è sanità di corpo».

Alla luce di tutto ciò, restiamo ferme sulle nostre posizioni.

 

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