Cannibalismo culturale

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Nel film Complotto di famiglia (Family Plot), del 1976, il cinquantatreesimo e ultimo diretto da Alfred Hitchcock, tratto dal romanzo The Rainbird Pattern, di Victor Canning, scorrono, apparentemente lente e lontane due vite parallele. Sono quelle di due coppie: da una parte Blanche Tyler e George Lumley, dall’altra Fran e Arthur Adamson. Blanche ostenta, con dolcezza, qualità di medium. Sopravvive, esercitando in una stanzetta accanto alla cucina di casa. Favorisce “incontri” tra lo spirito del marito defunto e, di volta in volta, le vedove inconsolabili. George, suo amico e sodale, è un attore in attesa di una scrittura che non arriverà mai.

Vivacchia facendo il taxista e raccoglie notizie che Blanche utilizzerà nelle varie sedute, in maniera da dar prova dei suoi poteri. L’altra coppia se la passa molto meglio. Arthur Adamson gestisce una gioielleria in città e, ovvio, come hobby colleziona grossi diamanti. Fran, l’amante, lo aiuta a rapire ricconi che saranno liberati in cambio di diamanti. Per questo hanno attrezzato una stanza segreta, attigua al box di casa.

Quasi raccogliendo il suggerimento di Edgar Allan Poe nella novella La lettera rubata, Arthur nasconde gli enormi brillanti dove tutti potrebbero vederli: tra i cristalli di un lampadario nella sala importante. Inutile dirlo, forse: le vite delle due coppie si incroceranno; l’impossibile accade; Blanche dà la sensazione di avere davvero capacità medianiche;i gioielli vengono trovati e si svela un segreto di decenni prima.

Quel che troviamo affascinante nel film di Hitchcock: l’ultima immagine. È elegantissima: Blanche è ripresa in primo piano e ci si può fare conquistare dal suo occhiolino, diretto allo spettatore. François Truffaut, in Il cinema secondo Hitchcock, svela quali fossero le intenzioni del grande regista: «In Complotto di famiglia ciò che lo interessava maggiormente era il passaggio da una figura geometrica all’altra. All’inizio vi sono due storie presentate in parallelo, che poi si avvicinano, si incastrano l’una nell’altra, per formarne una sola alla fine del racconto.»

 

Questo articolo inizia da dove Complotto di famiglia finisce, cioè da un occhiolino a: Antonella Orefice, Gerardo Marotta, Luigi Necco, Aurelio De Laurentiis, Monica Palozzi, Francesco Guerrieri, Alvaro Spizzichino, Elisabetta Errani Emaldi, Theresa Romano, Dida Paggi, noi, allo specchio, altri.

Se Luigi Necco fosse un marpione a noi piacerebbero i marpioni. Quando, dai microfoni della televisione campana Canale 9 racconta dei bambini napoletani partiti, dopo essere stati sottoposti a spruzzate di DDT, verso Modena, Reggio Emilia, Bologna, dove sarebbero stati presi in consegna da nuove famiglie disposte a sfamarli, vestirli e curarli, il pensiero va a Maria Antonietta Macciocchi, che fu tra le dirigenti del «Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli». Raccontò anche le prime difficoltà: la diffidenza di molte mamme che chiedevano se e quando i loro figli sarebbero tornati («Non li portate mica in Russia, vero?»).

Temevano che si sarebbero imbattuti in comunisti: i bambini, quelli, è notorio, li mangiavano …

Luigi Necco: è un marpione. Quindi ci piace, perché riesce anche a emozionarsi e, quindi, a emozionare. Piega lo sguardo. Forse riflette sul fatto che molti bambini andarono in quella Emilia che adesso crolla, sotto i colpi del maglio di un sisma infinito.

Rialza lo sguardo. A questo punto abbiamo la prova: è un marpione che si appresta a sferrare il colpo di grazia agli spettatori. Tra un attimo li conquisterà tutti. Fissa la camera e, senza tanti fronzoli, con atteggiamento da eroe che sa di essere sul punto di vincere, invita

Aurelio De Laurentiis a produrre un film che si incentri su quei fatti. Guarda ancora la camera. Noi guardiamo lui. Occhiolino.

Lo vogliamo coinvolgere in una banda di delinquenti che compieranno il più osceno dei gesti. Il piano è pronto e si tratta solo di regolare gli orologi di tutti.

Antefatto.

Antonella Orefice, che fu assistente di Maria Antonietta Macciocchi, ha di recente presentato il suo libro Mariano D’Ayala – Il Pantheon dei maritiri del 1799. Il set: la bellissima sala dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Palazzo Serra di Cassano. Presente: l’avvocato Gerardo Marotta.

Grazie a Antonella abbiamo potuto approfondire la maestosa figura di quest’uomo di cultura, napoletano a tutto tondo.
Si tratta della Napoli preferibile, quella che non di rado, soprattutto all’estero, si fa fatica a raccontare e a riconoscere come autentica.

È la Napoli di Le occasioni di Rosa, epico film di Salvatore Piscicelli, è la Napoli di Edoardo e Raffaele Viviani (Papilluccio, per gli amici), della figlia di Viviani, citata anche da Luigi Necco, Luciana, che pure intervenne nella operazione “salva bambini” napoletani. L’impegno civile di Luciana è stato finalizzato in mille modi, anche rappresentando in Parlamento la Napoli vilipesa, in quattro legislature.

Ha combattuto per la causa dei diritti e del ruolo delle donne. Queste figure hanno vissuto la Napoli da Terzo Mondo, ma ne hanno anche enfatizzato i tratti culturali da capitale mai decaduta. Ognuna di esse partecipa nel nostro immaginario richiamando alla mente tre film di Pier Paolo Pasolini, noti come “Trilogia della Borgata” e, in particolare, il terzo: La Ricotta, che svolse il ruolo di forza capace di aprire il varco al successivo Il Vangelo secondo Matteo (1964). Furono numerosi i riferimenti al terzo mondo, ma basta segnalare i commenti musicali per svelare il collegamento con Napoli.

Furono il frutto di una fusion tra vari generi musicali: i canti brasiliani, il Jazz nero e altri che riecheggiavano la connessione con il Terzo Mondo. In questi film non manca un tema ricorrente nella cinematografia pasoliniana: l’autobiografismo. Non difficile da cogliere nel Cristo di Pasolini qualcosa di sé stesso. Erano entrambi considerati “diversi” e accomunati dall’avversione mostrata dal Potere nei confronti di entrambi. Anche il destino fu, per certi versi, lo stesso: uccisi da mano umana. Nel 1966 di Pasolini si trova un altro potente legame con Napoli: Totò.

È la volta del film Uccellacci e uccellini, che si incentra sul tema della povertà, affrontata con stile fiabesco. Totò è affiancato da Ninetto Davoli, sono una coppia padre – figlio che si muove senza avere una meta. Percorrono strade polverose. Ogni tanto si stagliano lontani ed enormi palazzi. Ormai la borgata è fagocitata dalla città. Ci ricorda le prime scene di

Le occasioni di Rosa: una Napoli ben diversa da quella dei Quartieri Spagnoli. Altro “personaggio” indimenticabile: il corvo, che incarna il sapere, il “maestro ideologico”, sempre lucido, capace di consigliare gli altri due. Nella sequenza finale, i due mangiano il corvo. Ciò è inequivocabile: Pasolini afferma che quando si assimila un altro essere se ne acquisisca il sapere, soprattutto intellettualmente.

A quel punto il Maestro non potrà insegnare altro. Lo segnalò anche Giorgio Pasquali: “i maestri vanno mangiati in salsa piccante”. Dopo Uccellacci e uccellini, l’anno successivo, per Pasolini è previsto un film collettaneo, inserito in Le Streghe (Dino De Laurentiis, 1967). È diviso in cinque episodi, diretti da altrettanti registi, che vedono protagonista sempre Silvana Mangano. P.P. Pasolini firma il terzo episodio: La Terra vista dalla Luna.
L’antefatto volge al termine.

Alla presentazione del libro di Antonella Orefice hanno fatto seguito alcuni video, interviste, articoli. Attraverso altri documenti abbiamo potuto mettere sempre più a fuoco la ricchezza di un personaggio come Gerardo Marotta e la sua battaglia, condotta anche con l’ausilio di giovani intellettuali, per dare degna collocazione a libri di grande pregio, casomai provvedendo al loro recupero ove necessario. Quando dichiara di aver dovuto alienare i propri beni per mantenere in piedi l’Istituto Filosofico, immaginiamo cercare anche di salvare trecentomila libri, esprime l’anima migliore di Napoli, indicando l’Istituto come bisogno essenziale della città.

A questo punto non vediamo altra soluzione che invitare le persone di cultura con cui ci siamo relazionate negli ultimi mesi, quelle a cui abbiamo fatto l’occhiolino, nonché tutte le altre che in qualche maniera vorranno partecipare al “banchetto”: è inevitabile “mangiare” Gerardo Marotta.

Si tratterà di un rito che avrà tutto del religioso. Ci sarà, forse, da sequestrarlo, lapidarlo mai, ma si potrà anche ovviare ricercando nel web, leggere, guardare i video che in youtube abbondano, impadronirsi del problema che riguarda l’Istituto Filosofico, diffonderlo, pretendere che siano erogati i fondi necessari per farne proseguire degnamente l’attività e, così come ha fatto Luigi Necco giustamente, rivolgere un appello a Aurelio De Laurentiis: perché non immaginare un film che ruoti intorno all’Istituto?

 

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