La vittoria di Holland

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Dalle nostre inviate da Parigi Alessia e Michela Orlando.

La notizia è: François Gérard Georges Hollande (Rouen, 12 agosto 1954) è stato eletto Presidente della Repubblica francese. Salta subito agli occhi come in Italia non sia certo passata in secondo piano, anche se si era in attesa della ennesima tornata elettorale amministrativa.

C’è la crisi; c’era l’asse  Sarkozy – Merkel, che pareva penalizzare l’Italia e altri Paesi europei, anche con la loro posizione segnata da una gestione economica considerata eccessivamente oppressiva e non orientata verso lo sviluppo; c’erano i ricordi di stagioni politiche diverse, in cui non si profilavano i rischi che verrebbero dalla Cina, dall’Asia, dagli stessi Stati Uniti d’America; c’era la necessità di pensare in termini positivi e le novità possono spingere verso mete più entusiastiche rispetto a quelle di una quotidianità dipinta come magra.

Se in Italia pareva che il Presidente francese uscente potesse giocarsela fino in fondo la partita elettorale, anche grazie alla Carla, con l’accento sulla a che in Francia è obbligatorio, la Presidentessa Bruni, nonché grazie alla tenerezza dei figli, in Terra di Gallia la sua esperienza pareva consunta e destinata a chiudersi. Tappeti rossi si cominciavano a srotolare ben prima che si aprissero le urne e Hollande gongolava.

Il polso della situazione, vivendo in Francia, confermava le previsioni: anche se l’estrema destra si mostrava vitale, la gioventù pareva orientata verso una nuova stagione con in mente l’idea di modificare i rapporti con la Merkel e pensare allo sviluppo. Sviluppo: notoriamente dovrebbe integrarsi in maggior consumo, più produzione, più lavoro, migliore qualità della vita. Alla luce delle leggi dell’economia globalizzata, non è detto sia inevitabilmente così, ma è comunque, secondo i mezzi di comunicazione europei, meglio immaginare una realtà del genere che quella attuale.

 

Non è mancato chi abbia considerato la futura esperienza di Hollande come una prosecuzione della lunga stagione di François Maurice Adrien Marie Mitterrand. Un  parallelo tra i due, dopo la conferma delle urne, è inevitabile, anche alla luce del fatto che Sarkozy ha più volte irriso l’avversario, per la sua propensione a imitarne il tono di voce.

Mitterrand, figlio di un capostazione divenuto produttore di aceto, cresciuto in un ambiente provinciale e borghese, di tradizioni cattoliche e tradizionaliste, dopo la prigionia allo Stalag IXA, a Ziegenhain, pur essendo un senza partito (gli fu rifiutata l’iscrizione al Parti socialiste autonome), si aprì a posizioni socialiste. Non fu certo poco controversa la sua storia, tuttavia in Italia è stato vissuto come statista vicino e amico. In molti ricorderanno l’amicizia con Sandro Pertini e qualcuno saprà che quando fu eletto sindaco di Château-Chinon strinse un gemellaggio con Cortona. Ne ricevette anche la cittadinanza onoraria.

La storia di Hollande, ex segretario del Partito Socialista francese, si può sintetizzare evidenziandone un tratto fondamentale, senza per questo voler sostenere che le colpe dei padri debbano ricadere sui figli: è figlio di un medico affermatosi in politica con posizioni di estrema destra, vicino a Pétain e ai collaborazionisti di Vichy. La madre di Hollande, invece, era una infermiera schietta e generosa, simpatizzante della sinistra. Si può opinare che i meriti delle madri non ricadranno sui figli …

Dal 1980 ha lavorato come uditore presso la Corte dei Conti, poi ha insegnato economia. Se Mitterrand nel 1981, designato quale candidato alle elezioni presidenziali, adottò i famosi 110 propositi e si avvalse  di una innovativa campagna elettorale suggerita da un esperto pubblicitario, Jacques Séguéla (sempre con l’accento sulla a …), che gli suggerì lo slogan divenuto celebre, La forza tranquilla, formula presa da un celebre discorso che Léon Blum, politico socialista, coniata nel 1936, François Hollande ha caratterizzato la propria campagna elettorale con il mantra Moi president de la Republique per spiegare, come fanno tutti i sindaci in Italia, che sarebbe stato (a questo punto sarà) il presidente della Francia, non solo della sua parte politica.

Come è stata vissuta la vittoria di Hollande? Beh, innanzitutto, come di consueto, si è festeggiato alla Bastiglia. La Bastille Saint-Antoine è un luogo ancora significativo, ma sconcerta gli italiani che per la prima volta vi si recano: non manca mai chi non chieda dove sia il palazzo, dimenticando che fu assaltata il 14 luglio 1789 per rubare le armi e liberare i prigionieri. Poca cosa, in realtà: erano solo sette e per giunta, in cinque casi, si trattava di banali ladri.

Tuttavia, era un simbolo che, rappresentando l’oppressione assolutista, andava abbattuto e fu fatto, ma molto lentamente. Divenne l’icona della rivoluzione. Per questo, oltre che essere al centro della festa nazionale francese del 14 luglio, è lì che si concentrano le parti politiche che vincono le elezioni. Ogni volta sembra di vedere un film visto e rivisto, un remake con poche varianti.

Non si sono notati in giro molti garofani, il fiore che in mille casi i socialisti europei hanno stretto in pugno, a partire dalla Rivoluzione dei garofani o Rivoluzione portoghese del 25 aprile 1974.

È forse dovuto all’andamento della campagna elettorale? Vediamone i tratti salienti con gli occhi dei giovani francesi. Ce ne è uno che l’ha svelato molto esplicitamente. Lo si è fatto vedere in televisione: è un ragazzo che stringe fra i denti una cannuccia, con gli occhi fissi, intento a guardare il confronto tra i due contendenti. Il suo bicchiere è vuoto, ma le labbra trattengono la cannuccia.

Quando Hollande finisce il suo intervento, il giovane grida e applaude con forza. Dice: On va gagner, ovvero vinceremo. Non è una comunanza di popolo, in questo caso, bensì di famiglia: quel ragazzo è Thomas Hollande, figlio del presidente, anni 28, avvocato.

Verrebbe da dire: i meriti dei padri … dei figli … dei nipoti … delle mamme e delle mogli... delle amanti … E verrebbe di ricordare, anche a proposito delle feste che si ripetono come un remake cinematografico, un sanguigno campano di origini: Sergio Leone che della società tout court, non solo quella italiana, seppe raccontare con i suoi film western. Perché? Non fosse altro perché in taluni casi vi recitò Gian Maria Volonté che dichiarò: «Per me c'è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione.

Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita».

Anche Gian Maria Volonté aveva un  figlio, Luca, l’onorevole Luca Volonté. Pare sia stato non un padre padrone e infatti l’onorevole Luca Volonté ha potuto schierarsi contro il divorzio, contro l’aborto  e così via. Il rapporto tra i due è stato descritto in poche parole: il primo rivoluzionario, il secondo rispettoso delle regole. Cliché, forse, che potrebbero ripetersi ancora e, chi potrebbe saperlo - negarlo, magari anche nel duo Holland padre - Holland figlio.

 

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