Dracul, la Romania e il Mondo

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Uno dei motivi che in passato mi ha spinto ad andare in Romania è stato proprio il mito di Dracula. Ci sono stato per due volte e per relativi lunghi periodi proprio nell’ultima fase della dittatura di Nicolae Ceausescu.

Il testo che segue è anche un implicito percorso interdisciplinare per affrontare e studiare problematiche che non sempre trovano la dovuta attenzione nelle nostre scuole.

Una conferma della potenza e  dell’importanza dei miti, dei simboli, dei riti, delle analogie e delle metafore sta proprio nel fatto che tanti anni  fu proprio un mito come quello draculico a stimolarmi a visitare , conoscere e frequentare un’ illustre e perfetta sconosciuta come la Romania, allora come oggi, malgrado tanti immigrati rumeni ci circondino e vivano con noi e malgrado l’inserimento dei Rumeni nel contesto dell’Unione Europea,  apparentemente assolutamente lontana dall’universo mentale provinciale dei nostri connazionali.

 

Attraverso il mito draculico, splendidamente e minutamente  illustrato dalla nostra ricerca e  raccolta multimediale Internet, per la quale si rimanda al cd prodotto, concepita e condotta per l’eventuale elaborazione di percorsi interdisciplinari cooperativi, collaborativi e innovativi in una pluridimensionalità laboratoriale, interattiva e ed elettronica, mi ero fatto l’idea di un Paese cupo e claustrofobico, dominato da un potere dispotico supinamente accettato e tollerato da una popolazione il cui universo mitopoietico era ben rappresentato dalle violenze sanguinarie del Vampiro dei Carpazi. E mi sembrava di scorgere proprio nell’orrida e terribile Selva della Transilvania il Simbolo di un Paese accecato dagli incubi dell’ignoranza e dai morsi perenni della fame.

E i Vampiri draculici  che succhiavano il sangue alle loro malcapitate vittime altri non erano che allucinati mostri, detentori di un potere eterno ed illimitato, costruito sui cadaveri di passivi ed inermi contadini.

Ma una volta entrato in Romania, cominciai a prendere coscienza e  a ricordarmi anche di altri aspetti del mito draculico, non valutati attentamente e, nell’economia complessiva della saga transilvanica, del tutto sottostimati.

Raggiunsi la costa del Mar Nero su un vecchio ed antiquato quadrimotore ad elica di costruzione sovietica che sembravo proprio uscito dal museo di Mosca tanto era il rumore e i fracasso del suo motore e delle sue eliche. Malgrado ciò riuscii ad atterrare all’aeroporto di Costanza, se ricordo bene.

Raggiunsi velocemente il mio albergo sul Mar Nero e subito mi accorsi che tutta la zona degli alberghi era circondata da una rete metallica che si estendeva per parecchi chilometri e che serviva a delimitare, racchiudere, proteggere ed isolare gli alberghi dal resto del mondo.

I giorni successivi li trascorsi o al mare o in giro per vedere, capire e conoscere.

Devo dire che le mie passeggiate lungo il mare e lungo i viali della Costa mi fecero entrare in una dimensione paesaggistica e umana molto diversa dalle mie contrade.

Mi sembrava di muovermi in un contesto più orientale ed esotico di quanto avessi potuto immaginare alla partenza.

Ma l’Oriente che cominciavo a conoscere e praticare era un ambiente non solo estremamente stimolante, ma anche più dinamico e reattivo di quanto le varie versioni draculiche diffondevano per il mondo.

Intuitivamente  cominciavo a nutrire qualche primo dubbio sul senso di molti aspetti della mitologia e della simbologia draculica.

Fui contattato da un gruppo di studenti delle Scuole e  dell’Università di Bucarest che mi invitarono ad una loro festa e successivamente mi chiesero di tenere una specie di conferenza  a partire dal mito di Dracula. Quando poi si tenne tale incontro, capii che gli studenti  erano interessati a Dracula, ma lo leggevano e lo interpretavano, non tutti, in chiave eroica e nazionalistica. A loro  premeva molto di più il Dracula storico e cioè Vlad Tepes Dracul, Voivoda Nero della Romania, realmente esistito e operante nel XV secolo che non il Dracul mitico.

Ciò mi rafforzò nell’idea che il mito è un potente catalizzatore e stimolatore educativo, sociale e politico.Naturalmente non tutto quello che adolescenti e giovani rumeni andavano affermando su Vlad era attendibile, anzi non pochi pezzi della loro storia, del loro discorso su Dracul mi sembrarono già allora  e lo erano del tutto insostenibili, ma quello che era importante era che dalla contaminazione tra mito e storia in Romania, come nei Balcani, si erano costruite nazioni ed identità nazionali. E il mito di Vlad Tepes Dracul era proprio uno di questi, forse il più assurdo, ma anche quello che aveva travalicato tutte le frontiere del mondo per divenire patrimonio universale dell’Umanità.

E non solo. Qualche studente  rumeno cominciò anche ad insinuare un confronto, all’epoca non tanto “ortodosso” dal punto di vista sia storico che politico, tra il Principe dei Carpazi e il Conducator, Nicolae Ceausescu.

Secondo questi studenti, un filo rosso attraversava tutta la storia della Romania e forse dei Balcani. Ceausescu era il Voivoda stalinista che riprendeva la politica violenta, accentratrice, nazionalistica e dispotica di Vlad Tepes Dracul e la mitologia  e la simbologia coeva e successiva alla morte di Vlad Tepes  altro non sarebbe stato che il tentativo di creare in modo maldestro intorno al mito di Dracul un consenso e un fervore nazionale prima e nazionalistico poi.

La leggenda di Dracula, diffusa e amplificata da una certa classe dirigente rumena, sarebbe servita a ricompattare intorno alla figura mitico-storica di Vlad Tepes tutta una nazione in cerca di se stessa e di una propria ben definita identità.

Il fatto è che i miti, per loro natura concepiti per sollecitare l’emotività più che la razionalità dei loro fruitori, talvolta sfuggono di mano, finendo magari nelle mani sbagliate. E Ceausescu, come gli altri dittatori dei Balcani, non era uno stupido. Secondo questi studenti, egli, servendosi della leggenda di Vlad  Tepes, si era dimostrato abile politico, sapendo far leva sugli strati più profondi dell’animo rumeno, attraversato e devastato da una nefasta e mortale patologia nazionalistica, corroborata da quel senso di accerchiamento dei Rumeni,orgogliosamente abbarbicati alle loro origini romane e di isolamento all’interno della marea montante ungarica e slava.

Queste considerazioni studentesche mi sono rimaste impresse perché credo possano dare almeno una piccola idea della Romania e dei suoi miti e simboli.

Molti dei libri di testo dei Balcani sono ancora attraversati da tali malie mitologiche e nazionalistiche e sarà difficile sradicarle.

In un viaggio successivo in uno degli ultimi inverni della dittatura rumena, andai nei Carpazi e  in Transilvania. Finalmente potevo  vedere e toccare con mano i luoghi e i paesaggi di Dracula.

Visitai numerosi siti e castelli, presumibilmente palcoscenico delle vicende storiche e della mitologia draculica. Devo riconoscere che, per quanto enfatizzati dalla leggenda, dal cinema e dalla letteratura, i colori, i sapori e i paesaggi delle storie draculiche sembravano incredibilmente attendibili e plausibili.

Probabilmente era l’effetto inconscio della potenza affabulatrice e sirenica della saga transilvanica che continuava ad agire su di me. Ancora oggi, però, a distanza di anni, quei luoghi e quegli ambienti non riesco ad immaginarli diversamente.

In uno di questi castelli carpatici della saga transilvanica, feci una scoperta molto interessante.

Mi avevano invitato ad una festa in uno di questi castelli. Era un inverno veramente freddissimo. La neve era copiosa, densa e bianchissima e avvolgeva con il suo travolgente manto un paesaggio notturno goticamente spettrale.

Cominciavo a credere anch’io che forse tanta passività e presunta indolenza dei contadini rumeni di fronte alla violenza dispotica e sanguinaria dei Vampiri non fosse poi del tutto infondata dato che anche a me il paesaggio locale incuteva soggezione mentre qualche brivido di freddo o di altro non nascondo che mi attraversasse da parte a parte.

Attraversai una via desolata e isolata nel buio più profondo. Alla fine raggiunsi le porte del castello e finalmente entrai.

Mi sarei aspettato uno spettacolo e un’accoglienza degna di tale paesaggio e di tale leggenda. Ma così non fu.

I contadini rumeni mi si mostrarono in una loro insospettata dimensione che mai avrei immaginato, abbacinato e abbagliato dal lato più cupo della mitologia draculica.

Si  sopravviveva sotto le immonde ali di una dittatura spietata e violenta che sembrava schiacciare e tramortire i piccoli contadini della Romania come nella migliore tradizione draculica, ci si addormentava ogni notte senza sapere quello che il giorno avrebbe potuto riservare, il cibo era scarso, l’elettricità e il riscaldamento beni rarissimi, ma il popolo rumeno in quella festa di fine anno mi riservava una sorpresa indimenticabile. Accompagnati da una travolgente e indemoniata musica balcanica, adolescenti, giovani e meno giovani testimoniavano e praticavano una irrefrenabile e incontenibile gioia di vivere, ballando e cantando come fino ad allora non mi era mai capitato di vedere.

Allora fui colto sulla via di Damasco da una potente e vibrante illuminazione : non compariva in numerose versioni della saga  transilvanica a più riprese la scena madre di una finale ribellione dei contadini contro lo strapotere satanico e malefico del vampirico Dracul ?

A me, che ero incauto e incredulo ospite  nel castello magato e  incantato della Transilvania vampirica e notturna, questi contadini rumeni, presentati anche nella saggistica floklorica, antropologica e storica moderna e contemporanea come inebetiti dall’eterna fame, dall’abissale ignoranza e superstizione e irretiti e perduti nella morsa e nella rete di anestetizzanti e allucinogene mitologie e simbologie, apparivano all’improvviso in una “luce” del tutto nuova ed abbagliante : non più le creature annichilite e sottomesse al potere dispotico e demoniaco del Principe della notte e dei suoi boiari vampirici, succhiatori del sangue innocente degli sventurati e addomesticati contadini rumeni, ma ribelli frementi e scalpitanti in attesa di una Palingenesi e di una Liberazione che essi stessi in modo del tutto indipendente e autonomo realizzeranno ai danni di un potere “altro”, alieno, brutale ed estraneo a qualsiasi umana e caduca esistenza.

Quel vitalismo, quella infinita, palpitante e pulsante gioia di vivere, che a me si manifestava nel castello fatato carpatico e vampirico degli infiniti destini incrociati, altro non era che la materializzazione di una dialettica reale e sociale, che, suonando, cantando e ballando, estrinsecava il suo profondo disagio e  la sua latente e possente protesta politica alternativa a un potere repressivo e opprimente in quel momento politico e storico configurabile nella persona del Conducator stalinista di Bucarest.

E tale protesta non veniva più a porsi come un caso sporadico, come un imprevedibile e insignificante accidente della storia rumena, ma come un referente ciclico del persistente ribellismo contadino appunto e immediatamente leggibile nel testo metastorico trasmesso di secolo in secolo  dalla mitopoietica draculica.

La leggenda e la storia di Vlad Tepes Dracul come polisemica e complessa testimonianza di una ermeneutica testuale e multimediale  che invita e sollecita lo studente e il docente a leggere e interpretare il testo, la leggenda, la storia e la realtà come irriducibile  e ambigua combinazione ibrida ?  Può darsi.

In ogni caso sia allo studente che al docente tale impostazione educativa e formativa soprattutto segnala la pluriversità del mondo in cui viviamo dove mito, realtà, storia, propaganda, pubblicità e quant’altro non sempre si possono separare con un bisturi o con scientifica e asettica determinazione e dove le interpretazioni e le descrizioni possibili sono tante e diverse quanto  l’inesausta mente dell’uomo ne può contenere e soprattutto esprimere purchè suffragate da argomenti verosimili e attentamente vagliati in una libera e pubblica discussione.

E quale migliore arena e laboratorio per tale pratica ermeneutica se non la Scuola dove non poco ancora oggi si contribuisce a creare un cittadino liberamente critico e consapevole ?

E sono proprio i miti e i riti del nostro tempo come quello di Dracula che, sottoposti a un libero,  argomentato e critico  laboratorio intellettuale, possono inalzare il livello di coinvolgimento, motivazione, interesse e attenzione dei nostri allievi. Essi infatti contengono rilevanti elementi emotivi che sterilizzano la Scuola dell’oggettivismo formalistico, ripetitivo e iterativo delle regole e delle formule grammaticalizzanti e matematizzanti.

Il mito e lo studio di Vlad Tepes Dracul può trascinare adolescenti e giovani sperduti e perduti nell’asettico e quotidiano grigiore di una didattica mediocre e scialba proprio perché diritto va al cuore degli studenti più che alla loro mente. Sono i miti e i simboli in cui ci rispecchiamo che ci esaltano perché sollecitano tutta la nostra esistenza, perché in essi ci riconosciamo e attraverso essi ci mettiamo in gioco e soprattutto ci forniscono della nostra  vita una dimensione meno abitudinaria e più fantastica. E soprattutto attraverso essi cerchiamo di costruirci con solidi punti di riferimento un’identità che ci consenta di affrontare la nostra difficile e dura esistenza con il vento in poppa per affrontare l’Oceano tempestoso dell’Ignoto prossimo venturo.

 


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