Pregiudizi contendenti

Condividi

Era la fine degli anni '70. Cominciavano gli '80. Quel periodo in cui dagli anni di piombo si stavano per inaugurare i maxiprocessi, ma ancora si poteva finire in galera senza saperne il motivo, mentre Soccorso Rosso forniva assistenza legale gratuita ai militanti della sinistra extraparlamentare.
A via Bonito c'era uno scantinato, chiamato il Teatro dei resti, dove una sera fu messa in scena una commedia che rappresentava una grottesca aula di tribunale, dove i giurati erano travestiti da clown.

L'aveva scritta Mimmo Ciruzzi, ed alla fine dello spettacolo veniva lanciata sul pubblico una rete, come quelle dei pescatori, per trasmettere l'angoscia della cattura. Non ne sono certo, ma credo si chiamasse “Oh, mio giudice“.

Racconto a me stesso tutto ciò per guardare con occhio diverso il monologo di oggi, sia per cercare qualche riferimento stabile nella linearità di un pensiero spesso apprezzato, quello di una scrittura che da sempre si impegna in temi così difficili perché ne vive quotidianamente la realtà nella professione, sia per trovarvi riferimenti che non si fermino ad un gioco in cui un'attrice si trova, come qui, ad alternare tutte le fasi, con 13 cambi di situazioni, senza però incidere abbastanza sulla drammaticità che le scene suggeriscono.

Bisogna chiedersi quanto le tracce comiche siano inserite ed in quale gusto, perché talvolta l'effetto è strano, volendo essere drammatico, oppure far ridere, o entrambi, come quando descrive un omicidio particolarmente truculento, ma con un tono esilarante, mentre la musica in sottofondo suggerisce una partecipazione commossa.

 

Alquanto di rottura sono gli elementi cinematografici, inserti scenici come un "On the road again" a volume sparato e sulle immagini del supermercato in cui " quanno 'a notte te riusciva 'o break, 'a matina appriess' int'o Superò" lei ed il maritino delinquente facevano una strage, comprando tutto quello che capitava a tiro (segue sterminato elenco di merci da ingurgitare consumisticamente): è uno dei momenti in cui viene da notare che se nella versione-magistrato la parte è costruita giustamente "difettata" in tutte le forme più convenzionali del suo status, dai favoritismi personali alle malcelate ambizioni di carriere collaterali, è nella donna spersa e spaesata che va a colloquio col marito incarcerato, nella sua nudità veristica, ed ancor più nella sua ironia che dovrebbe risultare innata, che la cosa funziona meglio.

 

Come anche nelle traduzioni dal napoletano in italianesco buorocratese da carabiniere applicato sul suo "a domanda risponde" degli interrogatori della testimone forzata e poco consapevole, o nel suo trionfo del kitsch fin troppo annegato nella sua, purtroppo verosimile, popolanità.

Le facce del disagio vogliono essere rappresentate attraverso la contrapposizione, ma funzionano più come un unicum, sul quale si posa il pensiero sugli anni '70, per evitare quelli impossibili su sguardi compiaciuti, che non si separano abbastanza dai luoghi comuni e stereotipi di cui si prometteva la dimenticanza, e che trovano una punta estrema nel finale, con la preghiera alla Vergine Maria, mentre il cielo si fa azzurro, il sole si apre e ne fuoriesce l'assordante rumore di un elicottero della polizia.

 

Cerca

Condividi su FaceBook



Statistiche

Utenti registrati
116
Articoli
2030
Web Links
6
Visite agli articoli
7086971

(La registrazione degli utenti è riservata solo ai redattori) Visitatori on line

Abbiamo 211 visitatori e nessun utente online