Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Bisogna principiare dall'essere pria che ci occupiamo del bene essere". Gennaro Serra di Cassano

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"Sul punto dei rei di stato, punizione ai capi, deportazione agli altri, indulto e perdono al maggior numero, e sopratutto(sic!) perpetuo silenzio, nè potersi più parlare, scrivere, dire, citare il passato di nessuno; che un eterno oblio seppellisca tanti orrori e delitti.(...) Fatto questo, quietati gli animi, Napoli si riordinerà presto, sopratutto se ci si metterà ordine e fermezza, e un deve essere sia immutabile."

E' con queste poche righe contenute in una lettera inviata il 3 settembre 1799 da Maria Carolina d'Austria, ancora riparata a Palermo, al cardinale Ruffo che ha inizio una delle conseguenze più devastanti del ritorno del Borbone sul trono di Napoli in seguito alla prima restaurazione : la "damnatio memoriae" nei confronti di quanti diedero vita, sacrificando la propria, alla Repubblica napoletana del 1799.

 Giunti alle soglie del CCXIII anniversario della proclamazione della Repubblica, istituita ufficialmente il 23 gennaio 1799, e ritenendo più che opportuno attuare una sorta di bilancio su quanto la suddetta "damnatio" abbia inciso e incida tuttora sulla nostra Storia, non si può non riconoscere che la volontà di Maria Carolina, pur sortendo l'effetto opposto rispetto alle originarie intenzioni, sia stata più che rispettata: come negare, infatti, che siano una mannaia e delle funi a rappresentare le immagini paradigmatiche della Repubblica?

Chi osa negare di sapere come i patrioti repubblicani morirono ma non come e in base a quali ideali vissero?

E' fuori da ogni ragionevole dubbio che il ricordare le umiliazioni e le sofferenze che ebbero a patire i martiri e i sopravvissuti sia molto più che un doveroso atto di "humana pietas", anzi, ciò rappresenta l'unico rimedio che riesca marginalmente ad attenuare il dolore e lo sdegno per l'illacrimata sepoltura ancora loro riservata; e tuttavia, è parimerito doveroso liberarsi finalmente da tutti quei distorti criteri interpretativi, avanzati quasi sempre da forze reazionarie ben celate, i quali, da 200 anni a questa parte, hanno sempre fatto in modo che gli effetti siano confusi con le cause, focalizzando dolososamente l'attenzione sulle esecuzioni che vennero affronate, sì, con animo stoico, ma che alla fine rappresentarono un inevitabile destino per chi osò porre in dubbio lo "status quo".

Disumane ed efferate furono le persecuzioni e gli eccidi del Borbone perchè, in realtà, in soli 144 giorni, minacciati da mortali nemici interni e stranieri, i repubblicani di Napoli dimostrarono come la Filosofia non solo potesse andare "in soccorso de'governi", ma potesse essa stessa trasformarsi in Governo di uno Stato: durante la Repubblica l'autorevolezza delle menti più illuminate dell'Europa ridicolizzarono i pallidi tentativi di riforma del governo borbonico e alla vigliaccheria di un re in fuga rispose il coraggio di chi, nonostante tutto, decise di restare e di combattere fino alla fine.

Fu la Repubblica degli uomini in cui la potenza del Pensiero e la risolutezza della Prassi si trovarono congiunte e potenziate da una dignità e da un animo generoso che mai vacillò in alcuno dei patrioti, e meno che mai in un giovane nobile il cui motto di famiglia racchiudeva in sè il significato di tutte le vicende di cui fu protagonista:    "VENTURI AEVI NON IMMEMOR" riportava lo stemma di famiglia, e Gennaro Serra di Cassano fu colui che per il futuro si battè e morì.

Appartenente ad una delle famiglie più antiche e prestigiose della nobiltà del Regno ( di origini genovesi, i Serra giunsero a Napoli verso la fine del XII secolo, ottenendo dapprima l'ascrizione alla circoscrizione amministrativa del Seggio di Portanova e, con il passare del tempo, diversi titoli nobiliari tra i quali quello di " Cassanentium duces" nel 1628), Gennaro nacque a Portici (NA) il 30 settembre 1772, e fin dai primi anni della sua vita fu circondato da un fervido ambiente culturale sorto grazie al prestigioso salotto intellettuale che i suoi probi e colti genitori, il duca Luigi Serra di Cassano e Giulia Carafa dei principi di Roccella, instaurarono nella loro dimora napoletana(oggi sede di una delle ultime, vere Accademie di cui l'Europa possa ancora vantarsi: l' Istituto Italiano per gli Studi Filosofici), i cui abituali frequentatori furono eminenti personalità del Pensiero politico e sociale dell'epoca.

Non sarebbe stato affatto difficile vedere in quei saloni Antonio Genovesi, Francesco Mario Pagano, Gaetano Filangieri e molti altri filosofi e giuristi intenti a discutere circa la necessità di affermare anche in quelle terre così moralmente e spiritualmente misere il primato dell'Umanesimo sulla barbarie, e per rendere ciò reale una sola strada si aprì loro dinanzi, abbandonare ogni sorta di iniquo privilegio cetuale e di ricchezza per transformare se stessi in uguali membri di uno Stato.

Si può ben immaginare quanto il solo ascoltare simili dibattiti avesse inciso sulla sensibilità del giovane aristocratico, ponendo in lui già le basi per la liberazione da quegli iniqui e vani confini in cui l'Ancièn Regime fu solito relegare anche gli animi migliori e le più vive intelligenze; per meglio analizzare questa presa di coscienza dei propri doveri di cittadino e dei propri diritti di uomo, è necessario analizzare una lettera che Gennaro Serra inviò al padre il 15 agosto 1789 dal collegio francese di Sorèze presso cui fu inviato a completare i suoi studi insieme al fratello maggiore, Giuseppe. 

Sicuro di trovare nel duca Luigi un padre che avrebbe capito e approvato una sua qualsiasi, purchè ragionevole, scelta sul suo futuro, Gennaro dichiarò di aver definitivamente abbandonato ogni intenzione di intraprendere una scelta tra le due uniche strade che si potessero prospettare per un figlio cadetto: la carriera ecclesiastica ("La scelsi da bambino credendo di accontentarvi, e mi sarei sacrificato volentieri, ma sbagliai a ritenere che un sacrificio avrebbe potuto far piacere a genitori come i miei, tanto amanti dei loro figli.") e quella militare ([...] le soddisfazioni al mio temperamento, alla mia voglia di farmi onore al servizio della patria, non valgono certamente il piacere di starvi vicino.") vennero accantonate in favore del "troisième ètat", di una vita da borghese che lo stesso duca Luigi gli suggerì di intraprendere in una lettera precedente; trascorrere "in compagnia di uno zio amato e amici cari, in una città gradevole" avrebbero reso la sua vita tranquilla, mitigando la lontananza dalla sua famiglia con frequenti ritorni alla casa paterna.

Eppure, per un episodio molto particolare che Gennaro riferì nella stessa lettera al padre c'è da chiedersi fino a che punto egli fosse stato realmente convinto che una vita lontana da qualsiasi lotta per la Salute Comune gli sarebbe stata veramente congeniale: nei giorni precedenti una truppa di circa 4000 briganti intenti al saccheggio e al massacro seminò il terrore tra i contadini di quella zona di Francia; il diciassettenne Gennaro, dopo esser stato uno dei più veloci ad organizzare la difesa del suo collegio e di Sorèze, scrisse al padre che sarebbe stato ben pronto e felice di correre in aiuto, con due pistole e un fucile, "in soccorso dei disgraziati".

Infine, si voglia per la malinconia procurata dalla lontananza dalla sua amata famiglia o per aver risoluto che "in primis" la sua patria avesse meritato ogni suo sforzo, il giovane aristocratico decise di ritornare a Napoli, dove, però, il fervore di principale capitale europea della cultura finì per cedere il passo ad un clima di diffidenza, di sospetto e di paura.

Gli eventi rivoluzionari d'Oltralpe scatenarono immediatamente in tutte le corti europee una brusca interruzione di tutti i tentativi di collaborazione tra gli intellettuali e i troni, ma sarebbe inesatto e fuorviante ritenere che tale rottura fu un esclusivo risultato della paura dei sovrani che il vento rivoluzionario avrebbe potuto far vacillare il loro potere.

Per quanto concerne il Regno di Napoli, è da notare come, finito il tempo di Carlo III e della reggenza di Tanucci, con Ferdinando IV e, soprattutto, con Maria Carolina ogni riforma finì di essere intesa come un passo verso la costruzione di uno Stato moderno per iniziare ad essere ridotta ad una concessione dovuta alla benevolenza dei sovrani, e gli anni che vanno dal 1790 al 1798 dimostrarono proprio quale concezione avessero del potere e dello Stato i Borbone di Napoli e il loro governo.

Le di per sè deboli riforme degli anni '80 del Settecento vennero definitivamente accantonate, il re ritornò ad essere e a comportarsi quale vassallo del Vaticano, fu istituita la censura, instaurati processi politici che condussero alla morte i primi martiri, gettati in prigione o costretti a fuggire centinaia di persone: tutto ciò, mentre i "visitatores" che verso la metà degli anni '90 furono inviati dal re e dai suoi ministri per vedere quanto "le idee perniciose di Francia" stessero divulgandosi nelle varie regioni del Regno misero in luce che il popolo ben poco si importasse di tali questioni perchè la sua maggiore preoccupazione era quella di provvedere alla quotidiana sopravvivenza.

Con molta probabilità il governo borbonico, formato oramai da austriaci e inglesi, si rassenerò a queste notizie e, stoltamente, si gettò, nel 1798, nell'assurda compagna di guerra, pianificata da Maria Carolina in prima persona, contro la Repubblica romana, riuscendo in un primo momento a cogliere di sorpresa le truppe francesi al comando del generale Championnet e compiendo le prime stragi contro i giacobini romani, ma fuggendo, in seguito, per aver sottovalutato l'abilità strategica del generale francese, il quale, adottando la strategia della guerriglia e approfittando dell'imbecillità dei generali borbonici e dell'impreparazione dei soldati, riuscì a sbaragliare l'esercito napoletano e ad iniziare a marciare verso Napoli.

Tra combattimenti, tregue ed armistizio all'esercito francese ci volle quasi un mese per giungere alle porte della capitale e, in questo lasso di tempo, tutti i principali protagonisti di questo evento che ancora oggi rappresenta un "unicum" nella storia europea agirono in accordo alla loro natura: i francesi, da diversi anni sotto il giogo della malcelata tirannide del Direttorio, curandosi ben poco degli ideali che 10 anni prima liberarono loro dai Borbone di Francia, diedero inizio alla lunga serie di rapine e saccheggi che avrebbero poi messo in atto anche nei mesi successivi in tutto il Regno.

Gli inglesi, estremamente preoccupati di perdere l'appoggio del più importante Stato mediterraneo e, allo stesso tempo, ben felici di eliminare ogni sua possibile concorrenza nei traffici commerciali, distrussero con particolare ferocia le principali attività commerciali-marittime (basti considerare che Nelson riuscì a convincere Ferdinando IV a bruciare l'intera flotta navale napoletana per evitare che cadesse nelle mani francesi).

I Borbone, incuranti delle sorti del proprio popolo, scapparono a Palermo dopo aver derubato tutto l'oro dalle casse del Tesoro; la plebe, impaurita ed inferocita dalla fuga dei sovrani, approfittò del vuoto di potere per far precipitare la città in un'anarchia di sangue e rapina; i patrioti repubblicani, temprati da anni di galere e persecuzioni, videro nell'arrivo delle truppe francesi l'occasione che avrebbe concesso loro di riportare l'ordine pubblico entro i civili limiti, in attesa che le savie leggi da un lato e le altre Repubbliche sorelle dall'altro avrebbero permesso di riuscire finalmente a creare un'unica, libera ed indipendente Repubblica italiana.

Gregorio Mattei, avvocato di origine calabrese che diresse uno dei vari giornali che furono pubblicati a Napoli durante la Repubblica, il " Veditore Napoletano", scrisse in un articolo che, qualunque fosse stata la loro fine, il merito dei patrioti napoletani risiedè soprattutto nel dare il grido " all'Italia sonnacchiosa" affinchè si destasse dal suo secolare torpore e iniziasse a combattere per la sua unità; per far ciò, tuttavia si rese subito palese la necessità di liberarsi dalle forze francesi, e, a Napoli, questo compito fu affidato a Gennaro Serra che, nominato nel mese di febbraio generale in seconda per essersi distinto nella presa di Castel S.Elmo, ebbe, nel mese di aprile, l'incarico dal Governo Provvisorio di formare una Cavalleria Nazionale.

" Nelle Repubbliche si formaron sempre i migliori soldati. La libertà animando gli Uomini col suo soffio divino, rende facili gli slanci dell'Entusiasmo, e del Coraggio. Noi che appena nasciamo alla felicità, rendiamola colla nostra costanza eterna. Se appoggeremo la nostra Repubblica sulla base immobile della virtù, la felicità porrà la sua sede in questa così amena contrada, che può dirsi il giardino della natura. [...] E' inutile il ricordare a' miei Cittadini, i quali giornalmente danno prova di attaccamento alla Patria, e di obbedienza alle sue leggi, che per render vani gli sforzi dei nostri nemici, vi à (sic!) d'uopo il coraggio, e sopratutto (sic!) l'attività.

Ciocchè debbe ispirare l'uno, e l'altra, è la speranza di veder bentosto il Genio della libertà equilibrarsi sù (sic!) tutta l'Europa già libera, per riposarsi sù i troferi Francesi, ed Italiani." Furono queste le parole che Gennaro Serra utilizzò per spronare il popolo napoletano ad arruolarsi nella Cavalleria Nazionale, e alla lettera di protesta che Eleonora Fonseca Pimentel pubblicò sul suo giornale per evidenziare quanto potesse essere pericoloso un gruppo di "elìte" militare ai fini dell'eguaglianza sostanziale, Gennaro rispose con una lettera il cui spirito lungimirante ne fanno una delle più alte testimonianze di lucidità e di fervore repubblicano a cui si potè assistere in quei brevi sei mesi :

" Cittadina, l'intresse che voi prendete per la nostra rivoluzione, o per dir meglio per la nostra felicità, vi dà il diritto di pretendere delle delucidazioni sovra un progetto di cavalleria nazionale che solo le circostanze del momento permetter possono in una perfetta democrazia. Bisogna, a mio credere, principiare dall'essere pria che ci occupiamo del bene essere. Ci rimangono ancora disgraziatamente di molti nemici ai quali non abbiamo che opporre che una Guardia Nazionale appena formata. [...]

Voglia il cielo che il Popolo, buono in generale, ma in parte traviato, riconosca ben tosto i suoi dritti, ed allora a lui solo si confiderà la sua difesa, divenendo superflua ogni misura provvisoria. Lo scudo più valido di un popolo sovrano è l'amor della Patria. Proseguite, Cittadina, ad interessarvi per lui, e ad illuminare i suoi figli, e riunitevi con coloro che a voi somigliano in patriottismo per opporvi al sistema disorganizzatore che fra noi disgraziatamente comincia a progredire. Non si tolga una sola pietra dall'edifizio della nostra rigenerazione senza rimetterne un'altra; altrimenti il crollo sarà inevitabile."

La Commissione Legislativa, tenendo conto di entrambi i pareri, decise, nel giorno 20 aprile, che il corpo di Cavalleria Nazionale fosse solo temporaneamente istituito "tostochè la Repubblica abbia una cavalleria di linea"; forse fu proprio per dare inizio all'organizzazione degli armamenti che il 27 aprile il Governo ordinò al Banco di Pietà, attraverso una "patrimoniale", di versare 4000 ducati al generale in seconda, "che vi porrà in compenso una poliza di egual valore". Ciononostante la Cavalleria Nazionale non vide mai la luce.

Il mese di maggio trascorse tra i sentimenti più disparati : alla felicità e all'orgoglio dovuti alla partenza dell'esercito francese e alla possibilità di difendersi in modo autonomo fece perenne riscontro la preoccupazione e l'angoscia che oramai le truppe sanfediste fossero arrivate molto vicine ai territori di Napoli. Ciò che accadde nei periodi successivi è storia atroce e priva di redenzione.

Il 13 giugno il cardinale Ruffo e la soldataglia formata dalla feccia proveniente dalla Calabria e dalle altre parti del Regno entrarono a Napoli scatenando il terrore e l'abominio; Gennaro Serra, che si trovò a presidiare con Agamennone Spanò il circondario di Capodimonte, combattè fino all'estremo delle forze, ma di quanto gli accadde prima di ascendere le scale del patibolo non è dato saperlo.

Su questo  punto ci sono due particolari ipotesi : la prima, facente capo a Mariano D'Ayala, vorrebbe che Gennaro Serra, riuscito a scappare, si nascose presso la casa "che egli amorevolmente frequentava" e che, avendo scelto di ritornare nel suo palazzo per vedere cosa fosse accaduto alla sua famiglia, venne riconosciuto per la strada da un libraio e quindi arrestato; secondo un'ulteriore versione, invece, Gennaro Serra riuscì a ripararsi dentro uno dei castelli, dal momento che pare che il suo nome sia tra i capitolati. Le uniche notizie certe di cui si è a conoscenza sono quelle, di natura aneddotica ma attendibili, che precedettero di poco l'esecuzione.

Per attenuare l'angoscia, chiese che gli venisse concesso dell'oppio, ma glielo negarono, e al carceriere che si mostrò sinceramente dispiaciuto disse: " Oh, come sono esperti nell'arte dell'inganno!", e lo abbracciò; verso le ore due del pomeriggio del 20 agosto 1799 Gennaro fu prelevato dalla cappella del Carmine per essere condotto al patibolo "senza pompa", senza i paramenti che secondo l'uso si utilizzavano quando a morire dovesse essere un nobile, e, secondo quanto riporta il D'Ayala, l'abate Rambau, educatore dei fratelli minori di Gennaro, compì l'inumano gesto di portare i suoi educandi sulle alte logge, esclamando al passare del corteo dei soldati: "Signori, preghiamo per l'anima di vostro fratello!"

" Ho sempre lottato per il loro bene e ora li vedo festeggiare la mia morte." fu l'ultima frase che pronunciò prima che il boia del Borbone portasse a termine il suo compito, e il suo corpo fu seppellito nella Chiesa del Carmine, nella sala del Capitolo, per esattezza.

A perpetuo ricordo di quel lutto il duca Luigi Serra chiuse per sempre il portone principale del palazzo di Napoli: i napoletani, non seppero e, forse, non vollero capire.

Vivere secondo Libertà è uno stato di Grazia che si fatica ad accettare, ma lottare per l'Universale e per il Bene dei propri simili forse è l'unico motico per cui, in fondo, valga ancora la pena vivere. O morire.

Questa biografia su Gennaro Serra di Cassano è dedicata alla memoria del ventenne Luigi La Vista.

Amico di Pasquale Villari e allievo di De Sanctis, prima di esser fucilato dagli armieri svizzeri, sotto gli occhi del padre, il 15 maggio 1848 per aver partecipato agli eventi rivoluzionari di quell'anno, il La Vista stava stilando delle biografie sui Martiri del 1799; scostandosi volutamente dalla sterile letteratura agiografica annotava nell'introduzione di questo suo lavoro rimasto incompiuto:

" Di molti di loro volgarmente non si ammira che l'anima santamente cittadina e la morte eroicamente onorata. Solo di alcuni di loro si conoscono le opere e gli studi. Non di tutti vuolsi ancora sapere la vita, i fatti, le opinioni, i princìpi, gli uffizi."

 

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