Cosentino salvo, via alle contromosse

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Sono assolutamente sereno e tranquillo. Confido molto sulla lettura degli incartamenti che sono a disposizione dei parlamentari”. L’ex sottosegretario del Governo Berlusconi, Nicola Cosentino (meglio conosciuto nelle sue zone come ’Nick O ‘Mericano’), ha così commentato in mattinata l’avvicinarsi del voto parlamentare.


Il coordinatore regionale del PdL in Campania è ritenuto dalla magistratura il referente politico nazionale del sanguinario clan dei Casalesi, decimato dagli ultimi arresti. Nel pomeriggio, intorno alle 14, la Camera (con 309 voti contrari e 298 favorevoli) ha bocciato la richiesta di arresto.


La vicenda Cosentino ha creato seri problemi tra il PdL e la Lega Nord (molti sono gli esponenti che non vogliono più “ingoiare rospi”). Proprio l’ex Ministro degli Interni Roberto Maroni (che si è sempre vantato della linea dura nei confronti delle organizzazioni criminali) ha dichiarato: “non esiste alcun fumus persecutionis nei confronti del parlamentare”.

 

Ma cosa si contesta a Cosentino?

 

Lo scrive chiaramente Rosaria Capacchione su ’Il Mattino’ di Napoli: “all’interno di un’inchiesta di pura camorra, che la Dda viene a sapere dell’esistenza delle società Sirio e Vian, controllate da Nicola Di Caterino e gli imprenditori La Rocca di Frosinone. E’ così che arriva alla filiale di via Po di Unicredit e che assiste all’incrontro tra Di Caterino, i funzionari di banca Protino e Zara, Mario Santocchio, Luigi Cesaro (Presidente della Provincia di Napoli, ndr) e Nicola Cosentino; proprio l’incontro documentato dalla Dia con un’intera sequenza fotografica. Ed è solo allora, dopo la riunione romana del 7 febbraio 2007, che nasce il fascicolo-stralcio che ha dato vita all’inchiesta bis sul parlamentare di Casal di Principe, un anno dopo diventato sottosegretario all’Economia con delega al Cipe”.

 

Tutto ruota intorno alla vicenda legata al tentativo di realizzazione del Centro Commerciale ‘Il Principe’ “sotto il profilo delle promesse – si legge nell’ordinanza - di assunzione che hanno consentito il ‘voto di scambio elettorale’, delle irregolarità ed illeciti che hanno caratterizzato l’iter amministrativo delle autorizzazioni urbanistiche, degli illeciti che hanno puntellato la concessione dei finanziamenti bancari e, infine, del reimpiego nel progetto di profitto di natura camorrista”.


Scrivono i giudici del Tribunale di Napoli, Nicola Quatrano, Mariarosaria Orditura e Francesca Pandolfi: “ciò che viene contestato all’on. Cosentino sono i suoi interventi in due momenti cruciali dell’iter di avvio del progetto menzionato, quello delle autorizzazioni amministrative e quello del finanziamento bancario, interventi che sono risultati decisivi per superare ostacoli altrimenti insuperabili, nella consapevole volontà di contribuire alla realizzazione di un progetto facente capo alla famiglia camorrista Russo-Schiavone (e al clan dei Casalesi), un progetto nel quale sono stati impiegati capitali mafiosi e che avrebbe dovuto consentire il riciclaggio di ulteriori capitali mafiosi”.


Per i magistrati ci si trova di fronte ad “un esempio da manuale di riciclaggio”. Se Cosentino si difende sostenendo che esiste “un violentissimo pregiudizio, anche di carattere politico”, la politica sembra prendere le contromosse. Il caso Papa (l’altro parlamentare del PdL condotto nel carcere di Poggioreale, proprio oggi ritornato nel pieno delle sue funzioni) ha scosso molto i rappresentanti del Parlamento. Proprio Cosentino, prima del voto alla Camera, come ha scritto lettera43.it: “si è fermato a lungo a parlare con Amedeo Laboccetta, con Luigi Cesaro, Presidente della Provincia di Napoli, e con Marco Milanese, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti per il quale la Camera ha rigettato a settembre una richiesta di arresto.


Con lui Cosentino avrebbe discusso dell’articolo 68 della Costituzione sull’immunità parlamentare, trovandolo concorde nel ritenere che la formulazione introdotta nel ‘93 ai tempi di Tangentopoli - l’autorizzazione serve per l’arresto ma non per autorizzare le indagini e il processo -, vada adesso rivista. La ‘casta’ comincia a preoccuparsi ed ecco arrivare le proposte, in varie ipotesi. Per l’ex ministro Giovanni Rotondi (che in questi anni non si è messo d’accordo nemmeno con se stesso sulla reintroduzione dell’immunità parlamentare) potrebbero esserci due soluzioni. O ritornare all’immunità parlamentare (quindi autorizzare anche le indagini e il processo) o decidere di trattare il parlamentare come un qualunque cittadino.


Nel 2009 la Lega, oggi spaccata e protagonista del salvataggio di Cosentino, attraverso il Ministro per la Semplificazione Calderoli faceva sapere: “la Lega aveva votato nel ‘93 (quando esponeva i cappi in Parlamento, ndr) contro l’immunità parlamentare e resta contraria alla sua reintroduzione perchè se un politico sbaglia deve essere processato, come qualsiasi cittadino”. Nei fatti, però, accade quasi sempre il contrario.


Una frase del Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, su cosa rincorrono i rappresentanti del popolo: “oggi la candidatura politica serve da copertura per avere l’immunità parlamentare: è un processo che si è capovolto. Non tocca alla magistratura fare le liste o curare operazioni di cosiddetta ‘bonifica politica’, però i cittadini che votano candidati discutibili puntano a un vantaggio personale, fanno parte del meccanismo del voto di scambio”. Peccato che, con l’attuale legge elettorale, i cittadini non possano sceglieri più nemmeno i propri rappresentanti.


Proprio qualche mese fa (maggio 2011) un deputato dell’Udc, Pierluigi Mantini, ha depositato un disegno di legge per riformare l’articolo 68 della Costituzione (lo stesso argomento trattato ieri da Cosentino) sull’immunità parlamentare. Secondo il disegno di legge di Mantini (mai smentito dal suo partito) tutti i parlamentari che vengono rinviati a giudizio non sono sottoposti a processo fino alla fine del proprio mandato parlamentare.


Era il febbraio del 2011 quando la senatrice del Pd, Franca Chiaromonte, lanciò la proposta di ripristinare l’immunità. Firmando, insieme a Luigi Compagna (PdL), un disegno di legge per la reintroduzione dell’articolo 68 della Carta costituzionale. “La mia proposta – si difese la senatrice - non aiuterebbe Berlusconi perché è una revisione della Carta costituzionale e perciò prevede un iter lungo, quattro letture parlamentari e una maggioranza di due terzi”.


E gli italiani? Cosa pensano dell’immunità parlamentare? Secondo una indagine condotta dall’Istituto Nazionale di ricerche Demopolis (febbraio 2011) quasi l’80% degli italiani ritiene che la corruzione sia oggi ampiamente diffusa, che poco nel Paese sia cambiato rispetto agli anni di Tangentopoli. Oltre un terzo dei cittadini ritiene che il fenomeno si è addirittura aggravato, mentre per il 45% il livello di corruzione non è mai scomparso. Quasi nessuno vuole che venga oggi ripristinato l’istituto dell’autorizzazione a procedere abolito negli anni di Mani Pulite.


Il 78% si dichiara infatti contrario alla reintroduzione dell’immunità parlamentare. “Assoluta e trasversale alla collocazione degli intervistati – secondo l’analisi dell’Istituto Demopolis – è l’opposizione all’immunità per i parlamentari; sulla proposta appaiono divisi i simpatizzanti del PDL; nettamente contrari non solo gli elettori del Centro Sinistra e del Terzo Polo, ma anche quelli della Lega”.

 

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