Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Manduria e il suo castello scomparso

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Poco si è scritto e, soprattutto, si è cercato e trovato sull’antico castello di Manduria, oggi scomparso, la cui costruzione risaliva al tempo della rifondazione della città da parte dei normanni.

Dopo secoli di decadenza Manduria fu riedificata, secondo la tradizione, nel 1090 da Ruggero il Normanno che fece ricostruire la città, distrutta dalle incursioni dei Goti, dei Saraceni e Agareni, col nome di Casalnuovo (o Case Nuove) e con un lento ma costante sviluppo tornò ad essere un importante centro ad iniziare dal XVI secolo.

La crescita demografica ed economica della cittadina raggiunse però il culmine nel XVIII secolo, e ne danno testimonianza l’improvvisa espansione urbanistica e lo straordinario incremento dell’attività edilizia, con la costruzione di un considerevole numero di nuovi edifici sia religiosi che civili.

Nel 1719, il padre Bonaventura Da Lama così riportava la notizia della rifondazione e del successivo sviluppo della città:

«Vedendola così desolata Ruggiero normanno, figlio di Ruperto Guiscardo, l'anno 1090, cominciò a fabbricar Case Nuove, con bando, chi vuole venire per abitarvi; e fu in un Cantone dentro la distrutta Città verso l'Occidente, onde fu detta Casalnovo. Ne' tempi de' Rè d'Aragona, disse il Galateo, era abitata da 400 Fuochi, oggi però numerosa più di 8 mila Persone. […] Cresce di giorno in giorno la Terra in grandezza e bellezza; moltiplicati li Borghi, aggionto a cinque Monasterj… e per ultimo ornamento ha dato principio quest’anno 1719 ad un nuovo Castello, nel luogo appunto del vecchio, l’Eccellentissimo Padrone Don Michele Imperiale».1

 

All’origine Manduria possedeva dunque, nello stesso luogo dell’odierno palazzo Imperiali, un castello normanno edificato, insieme alla chiesa matrice, dopo il 1090.

Le mura difensive del nuovo abitato riutilizzavano una parte della cinta difensiva messapica, correndo lungo il percorso che, da piazza Garibaldi, segue il perimetro esterno del palazzo Imperiali e delle costruzioni signorili che costeggiano la Villa comunale, via XX Settembre, per continuare su via G.A. Carrozzo (prima della quale si apriva la porta piccola o Porticella, detta anche Ianua Parva), via del Fossato, riagganciandosi all’attuale ex[i] palazzo feudale, mediante la Porta grande (Ianua Magna), ed erano difese a ovest dal castello, mentre a est (come mi fa pensare la sua struttura munita) si pensò forse di utilizzare, dopo la costruzione, il cinque-seicentesco coro della chiesa matrice, posto quasi a ridosso delle mura, molto simile all’esterno ad un torrione a pianta quadrata con le cime interrotte da feritoie centrali per il posizionamento di artiglierie (cannoniere), ancora visibili sui lati che guardano a est e a nord.

Ma se sull’antica chiesa matrice, nella sua struttura e consistenza prima del secolo XVI qualcosa trapela dalle fonti, sull’antico castello queste sono molto avare di notizie, al punto di non poter stabilire con certezza le esatte dimensioni e l'importanza del maniero. Scopo di questo saggio è quindi quello di diradare le fitte nebbie che, a tutt’oggi, avvolgono l’argomento e ciò anche per tentare di orientare la ricerca futura.

Agli inizi del XVIII secolo, il castello normanno lasciò il posto alla magnifica residenza nobiliare dei principi Imperiali, che il committente Michele III Imperiali, feudatario di Casalnuovo fece costruire a partire dal 1717, così come riportato dalla iscrizione interna all'edificio che indica la data del completamento («Michael lmperialis A.D. MDCCXVII»).

Ma torniamo al castello che sorgeva nello stesso luogo, nome con il quale il popolo ha continuato a indicare anche il nuovo palazzo principesco (“castieddu”).  

Da una fonte del 1577 sappiamo che:

«Tene il castello che ha due porte, una da dintro la terra e l'altra da fore, et se entra per dui ponti. Tene cortiglio coveniente et bona habitatione, ma per non esserce stato habitato per molto tempo, le solate de sopra erano rocte et per la piogia che era intrata dentro, le stantie erano in parte ruinate, ma se sariano accomodate con poca spesa et poi haveriano possuto servire per bona habitatione. Per socto le finestre passano li passaggeri che veneno dal capo d'Otranto per la via de Taranto et cossì quelli che parteno da Taranto per andare a Leccie et capo de Otranto. In lo quale sono magazeni per tenere grani et victuaglie, cellaro per tenere vino, et una bella stalla e lochi acti per accomodarli da tenere ogli. lo romato che si fa dintro il fosso del castello.».2

Più tardi, così scriveva il cronista Francesco Maria Ferrara (sacerdote vissuto tra il XVII e il XVIII secolo (nato probabilmente nel 1679): «Tiene un Castello regio col suo Castellano. Quel Castello era dell’Università di Manduria e la nobiltà col popolo lo donò al Re Ferdinando d’Aragona…».3

Di epoca successiva (1741) la descrizione data dal domenicano padre Domenico Saracino, secondo cui il maniero era munito di «saracinesca vedette e torrioni quale, come dicono, ha tenuto cannoni (in tempi posteriori alla edificazione) e precisi quelli della Fica e del Cane che trasportati ne furono nel Forte di Brindisi.».4

Lo storico e geografo manduriano Giuseppe Pacelli nella sua “Dissertazione” del 1810, dedicata all’Intendente di Terra d’Otranto, conte Milano, aggiunge: «Casalnovo, riedificato sulla parte occidentale dell’antica Città, fu anche cinto da’ Normanni di mura, con delle torri di tanto in tanto, che poi ampliato di abitazioni, le mura e le torri andiedero a poco a poco a demolirsi. […] Un castello le serviva di difesa, in cui essendosi trovato un ricco deposito di ori, argento e gioie, per notizia avutane da un franzese, il Marchese Imperiali lo demolì, e vi fabricò nel luogo stesso quel magnifico palazzo, che oggi si vede in mezzo Manduria col nome stesso di Castello.».5

Da una pianta dello scultore architetto Carlo Francesco Centonze, rinvenuta nel 1985 nell’Archivio di Stato di Napoli e risalente presumibilmente al 1643, si ricava invece la struttura della fortificazione e l’area da essa occupata.

All’interno di una recinzione rettangolare di circa mq. 3.600, circondata da fossato, il cui lato occidentale è spezzato per seguire l’andamento delle mura messapiche sulle quali poggiava, con perimetro di circa m. 59 x m. 60, troviamo una torre quadrata, forse chiusa su tre lati e aperta su quello interno (lato nord), verso il quale mostrava i vari piani (solitamente costruiti su soppalchi in legno), corrispondente, è assai probabile, all’antico mastio o dongione normanno, un’altra torre quadrangolare nell’angolo N-O in cui era collocato l’orologio pubblico, un locale indicato come pagliera, e infine due torri circolari presumibilmente di età angioina. 

In effetti le torri a pianta circolare, già note nell’antichità, sebbene fossero ricomparse nel medioevo, grazie ai vantaggi difensivi che la loro forma assicuravano rispetto a quella parallelepipeda della torre a pianta quadrata, si diffusero nell’Italia meridionale soprattutto con la dominazione angioina, quando, rafforzate, alla base, da muratura a scarpa, vennero utilizzate spesso per ampliare fortificazioni già esistenti.

Più tardi, nel periodo aragonese, le torri circolari furono realizzate per lo più per munire gli angoli delle fortezze o delle cinte urbane, ma erano più basse e più larghe, con una spessa muratura a scarpa per resistere al tiro delle sempre più potenti artiglierie. Ciò fino a quando, successivamente, saranno soppiantate dai bastioni di varie forme e piante.

Quindi siamo, probabilmente, in presenza di un castello ad impianto normanno nella sua parte originaria (cinta e torre quadrata), potenziato e forse ampliato in epoca angioino-aragonese con l’aggiunta delle due torri circolari e della torre dell’orologio. Sappiamo pure che nell’angolo di N-E, forse addossato alla cinta del castello, l’Università di Casalnuovo possedeva un antico torrione adibito a sedile o seggio della municipalità cittadina, che poi fu ceduto agli Imperiali, con la costruzione nel nuovo palazzo principesco, allo scopo di riquadrare la pianta dell’erigendo edificio, questi, dopo la edificazione della loro dimora, concessero all’Università l’uso dell’angolo N-E della nuova struttura, nel quale fu nuovamente collocata la residenza municipale.

La raffigurazione in pianta del Centonze sembra coincidere con quella, che sia pure in maniera essenziale ed esemplificata, è riportata nella prospettiva di Casalnuovo del 1643 sempre rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli, dove è possibile individuare gli stessi elementi strutturali della fortificazione riportati nella planimetria. 6-7

Circa le notizie sulla proprietà del castello, va detto che esse sembrerebbero, a prima vista, contrastanti: si passa dalla proprietà comunale alla regia e poi a quella feudale, anzi alcuni autori hanno ipotizzato che, sin dal principio, esso fosse di proprietà feudale, dal momento che non sarebbe stato riportato nello Statutum de reparatione castrorum, un elenco di fortezze demaniali redatto in età federiciana (1241-1246).

Ma, a confutazione di quest’ultimo assunto, si pone la testimonianza del cronista locale Francesco Maria Ferrara che, come abbiamo scritto sopra, parla di castello dell’Università di Manduria successivamente ceduto dalla municipalità cittadina a re Ferrante d’Aragona.

Mentre sappiamo anche, a favore della tesi della proprietà “statale” del fortilizio, che il marchese Tommaso Corcioli (noto per essere stato il coniuge della più conosciuta Maria Giulia Troyani, fondatrice del Convento delle Servite di Manduria) aveva avuto, verso la fine del secolo XVII, l’incarico di “castellano del regal Castello” di Manduria, segno che la fortificazione, all’epoca, non era di proprietà feudale ed era utilizzata ed abitata da una guarnigione militare.8

Invece, a sostegno della proprietà feudale, vi sarebbe, tra i primi documenti la vendita “medietatis terrae Casalis novi, eiusque fortellitiJ sive Castri” da Giovanni Dentice in favore del Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo, approvata con diploma regio del 31 dicembre 1423.9

Segue, altro documento, la “captio possessionis” di Casalnuovo del 21 aprile 1565 da parte del procuratore del cardinale Carlo Borromeo (il futuro santo) nel quale è descritta l’immissione del rappresentante del nuovo feudatario nel possesso del “castrum seu fortilitium dictae terrae”.10 

Vi è infine il testamento del sacerdote De Donno del 15 novembre 1650 (per notar D’Elia), dal quale apprendiamo che il castello, già indicato come proprietà degli Imperiali, era in rovina, tant’è che il canonico si era sentito in obbligo, per i sentimenti di affetto e di amicizia che, a suo dire, lo legavano ai feudatari di Manduria, dapprima di ospitarli nel proprio palazzo gentilizio (quello che sarà poi denominato “Palazzo vecchio” degli Imperiali) e, successivamente, addirittura di lasciarglielo in eredità.

Orbene, a meno che il castello in rovina non fosse il vecchio palazzo marchesale dei Bonifacio (l’antica residenza feudale), realizzato presumibilmente nel XVI secolo e forse già diruto al tempo degli Imperiali (ma lo escluderei), il riferimento fatto dal testatore non può che riguardare il castello normanno.

La motivazione data dal de cuius al lascito testamentario è infatti la seguente:

«E vedendo che d.i Sig.ri [gli Imperiali, n.d’a.] in questa Terra non avendo palazzo proprio essendo dato a terra il loro castello antichissimo che hanno in questa Terra di Casalnuovo…(ecc. ecc.).».11

Molto probabilmente la verità risiede nel fatto che, nel corso dei secoli, si saranno avvicendati proprietari diversi, dalla corona, all’università, al feudatario, e ciò vale a spiegare l’apparente conflitto tra le fonti.

Per quanto concerne l’armamento e il munizionamento del castello vi è poi la dettagliata notizia del succitato padre Saracino, già riportata innanzi, il quale attesta la presenza di due cannoni (nelle torri della Fica e del Cane), poi trasferiti, forse quando era già iniziato il disarmo e l’abbandono della struttura, nel forte di Brindisi.

 

 Note

1. P. Bonaventura, Cronica de minori osservanti della provincia di S. Nicolo' (parte II) Dove si descrivono i Conventi, che attualmente possedono; colle notizie di quelle Città, e Ville, dove furono fabbricati, Stamperia di Oronzio Chiriatti, Lecce, 1724, p.69.

2. M. E. Welti, Descrizione di Casalnuovo nel 1577, in «Dall'Umanesimo alla Riforma», Edizione Amici della A. de Leo, Brindisi, 1986, pp.. 156-158. Originale tratto da Archivio di Stato di Napoli, R. Camera Consulta vol. 5, 1574-1580, ff. 53-58.

3. F. M. Ferrara, Breve e vera notizia di Manduria volgarmente detta Casalnuovo e delli suoi cittadini, in «Manoscritti Inediti di Castorio Sorano e Francesco Maria Ferrara» a cura di W. Tommasino, Filo Editore, Manduria 2000. Manoscritto originale presso Biblioteca Comunale Marco Gatti, Manduria (TA).

4. D. Saracino, Brieve descrizione dell’antica citta’ di Manduria oggi detta Casalnuovo, 1741. Manoscritto inedito presso Biblioteca Comunale Marco Gatti, Manduria (TA).

5. G. Pacelli, Disserttazione epistolare del canonico signor don Giuseppe Pacelli, nota al capitolo IX. 1810, in «Il canonico D. Giuseppe Pacelli e la sua dissertazione epistolare Dell'antica città di Manduria», G.B. Arnò, Lacaita ed. Manduria, 1941.

6. Entrambi i documenti (pianta del Centonze e prospettiva di Casalnuovo del 1643) sono stati pubblicati da G. Martucci, Carte topografiche di Francavilla, Oria e Casalnuovo del 1643, Società Editrice Francavillese, Francavilla F.na (BR), 1985. Originali nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo Imperiali.

7. Siamo in presenza quindi di una fortificazione poderosa e di una certa importanza, con una estensione considerevole, soprattutto ove si consideri, per comparazione, che la piazza d’armi del vicino e importante castello di Oria è di 3.900 mq. L’esistenza del fossato anche sul lato interno è attestata da varie fonti, tra le quali quella del 1577, riportata nel testo, che parla di “romato (n.d’a. letame) che si fa dintro il fosso del castello”, e alcuni atti notarili del secolo XVI. Il Tarentini, attingendo, ad una tradizione a lui vicina, parla del conflitto a fuoco, avvenuto a fine 1700, tra i micheletti venuti da Lecce e il pregiudicato Pietro Salsana il quale fu colpito a morte proprio mentre era appostato nel fosso che si trovava alle spalle del palazzo Imperiali (sito dell’antico castello). Cfr. L. Tarentini, Cenni storici di Manduria Antica, Casalnuovo e Manduria Restituita, Tip. Spagnolo, Taranto, 1901.

8. A. Alemmo, Memoriale domestico, estratto riportato dall’a. in «Manduria Sacra», Tip. B. D’Errico, Manduria, 1899, p.250.

9. L. Pepe, Libro rosso della città di Ostuni. Codice diplomatico, Valle di Pompei, 1888, doc, XXXVI, già segnalato da G. Jacovelli in Manduria nel Cinquecento, Congedo editore, Galatina, 1973.

10. V. atto notarile del 21 aprile 1565, rogato dal Notar Antonio Minioti di Lecce, c/o Archivio di Stato di Lecce, già segnalato da Jacovelli, cit.

11. La trascrizione del testamento del sac. De Donno è tratta da A. Pasanisi,  Civilta’ del 700 a Manduria, economia e società, Lacaita editore, Manduria, 1992.

 

Immagini

Pianta dello scultore architetto Carlo Francesco Centonze, rinvenuta nel 1985 nell’Archivio di Stato di Napoli.

 

Stralcio riproducente il castello dalla “prospettiva di Casalnuovo del 1643” sempre rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli.

 

Esterni del coro della Chiesa Matrice con visibili, in cima, le aperture per il posizionamento di artiglierie.

 

La Torre di S. Pancrazio di Cagliari che, come l’altra gemella dell’Elefante, è un tipico esempio di torre difensiva chiusa su tre lati e aperta verso l’interno.

Il Palazzo Imperiali-Filotico in una rara foto dei primi del secolo scorso, sul portale centrale è ancora visibile lo scudo araldico degli Imperiali, successivamente caduto (per gentile concessione del sig. Antonio De Florio).



 

 

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