Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Carlo Pisacane e la spedizione di Sapri: ideali e realtà

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Carlo Pisacane, patriota italiano, è entrato nella storia soprattutto per la sfortunata spedizione di Sapri, meno popolare rispetto a quella dei Mille di Giuseppe Garibaldi. Tuttavia l’impresa di Pisacane ha suscitato numerosi studi e interventi artistici stimolati dall’incontro (scontro) tra utopia, ideali e realtà, un tema sempre attuale.

Era nato a Napoli il 22 agosto 1818, da una nobile famiglia decaduta. A 13 anni entrò nell’aristocratico collegio della Nunziatella, l’accademia militare borbonica, riservata alle élites.

La carriera militare s’interruppe bruscamente quando nel 1846 fu aggredito e ferito da due sicari inviati dal cugino Dionisio Lazzari, marito di Enrichetta di Lorenzo con la quale Pisacane aveva una relazione. Enrichetta, sposata a 17 anni, era reduce da un matrimonio infelice, Carlo se ne era innamorato fin dall’infanzia, e fu l’unico suo amore e compagna di vita.

L’anno successivo i due decisero di lasciare Napoli, inseguiti dalla polizia borbonica per reato d’adulterio, si rifugiarono prima a Londra, poi a Parigi,

Le ristrettezze finanziarie costrinsero Carlo ad arruolarsi nella legione straniera ed inviato in Africa. Enrichetta rimase in povertà a Marsiglia, la figlia nata dalla loro unione morì prematuramente.

Quando iniziarono le rivoluzioni in Europa nel 1848-49 ambedue parteciparono alle Quattro giornate di Milano. Pisacane fu poi al comando di una Compagnia di Volontari nella prima guerra d’indipendenza e riportò una grave ferita in battaglia.

Accorsero insieme nel 1849 in difesa della Repubblica romana; Enrichetta s’impegnò soprattutto nella cura e nel trasporto dei feriti e pertanto venne nominata “direttrice delle ambulanze”.

Dopo la caduta delle Repubblica romana Carlo si rifugiò a Londra, Enrichetta rimase a Genova in attesa della seconda figlia, in gravi difficoltà economiche. La separazione provocò una crisi transitoria nel loro rapporto: Enrichetta ripensava agli ultimi tre anni di vita travagliata, aveva nostalgia della famiglia, dei figli a Napoli e della madre disperata per la sua assenza.

Nel 1850 anche Pisacane tornò a Genova, la crisi fu superata e nacque Giulia. Seguirono anni di studio per Carlo e di relativa serenità per Enrichetta. Ma lui non poteva abbandonare gli ideali e iniziò a concepire una spedizione che partendo dal sud d’Italia, attraversando popolazioni contadine in rivolta, si ricongiungesse ai rivoltosi di Napoli rovesciando il regime borbonico.

Il 25 giugno 1857 s'imbarcò a Genova sul piroscafo di linea Cagliari diretto a Tunisi con ventiquattro rivoluzionari; venti di loro redassero e sottoscrissero un documento che rifletteva l'ideologia politica di Pisacane fondata sulla “propaganda del fatto”, prima la rivolta poi le riforme.

«Noi qui sottoscritti dichiariamo altamente, che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del volgo, forti nella giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiariamo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, non senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange de' martiri italiani. Trovi altra nazione al mondo uomini, che, come noi, s'immolano alla sua libertà, e allora solo potrà paragonarsi all'Italia, benché sino a oggi ancora schiava»

Al di là della prosa retorica trapela nel manifesto una vocazione al martirio e quasi un presagio che questo possa avverarsi!

I patrioti s’impadronirono della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti britannici, sbarcarono all’isola di Ponza dove liberarono 323 detenuti, ma solo undici erano prigionieri politici, tutti gli altri erano detenuti comuni.

Il Cagliari ripartì e alla sera i congiurati sbarcarono presso Sapri, ma non vi fu alcuna sollevazione popolare e arrivati a Padula, un piccolo comune a 50 km da Sapri, furono circondati dai soldati borbonici e dopo una debole resistenza 53 furono uccisi e 150 fatti prigionieri

Pisacane, e i superstiti, fuggirono a Sanza, un piccolo borgo vicino dove all'alba il parroco fece suonare le campane per avvertire il popolo dell'arrivo dei “briganti”.

I contadini li aggredirono e li massacrarono uno ad uno a colpi di roncola, pale, falci. Perirono in 83 e Pisacane che aveva esortato i compagi a non reagire, ferito gravemente, si suicidò. Gli scampati, fatti prigionieri e condannati a morte, ebbero tramutata la condanna in ergastoli e carcere duro.

I due macchinisti che avevano favorito il dirottamento del Cagliari, furono dichiarati non perseguibili per infermitàmentale per intervento del governo inglese, allora decisamente ostile alla monarchia borbonica.

I morti di Padula furono sepolti in una fossa comune, mentre il corpo di Pisacane fu cremato a Sanza, in un rogo eretto nello stesso posto dove era caduto, le ceneri seppellite nel vicino cimitero o probabilmente disperse.

Un cippo funerario commemorativo, fu apposto dopo la spedizione dei Mille nel 1860 nel punto dove cadde.

Enrichetta poté tornare a Napoli con la figlia alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1860 dopo tre anni di miseria e continue vessazioni poliziesche.

Quella di Sapri fu un'impresa tipicamente mazziniana, condotta “senza speranza di premio”, anche se l’ideologia di Pisacane era più vicina ad un socialismo libertario, espresso dalla formula libertà e associazione.

Contrariamente a Mazzini, che riguardo alla questione sociale proponeva una soluzione interclassista solo dopo aver risolto il problema unitario, Pisacane riteneva fosse prima necessario risolvere la questione contadina, con la riforma agraria.

Affermava «Per quanto mi riguarda, io non farei il più piccolo sacrificio per cambiare un ministero e per ottenere una costituzione, neppure per scacciare gli austriaci della Lombardia e riunire questa provincia al Regno di Sardegna». Sono espressioni di un socialismo radicale avverso a ogni riformismo 

Sull’onda di emozione scatenata dalla sfortunata spedizione fu composta nello stesso anno dal poeta Luigi Mercantini la poesia La spigolatrice di Sapri, dal noto ritornello «Eran trecento giovani e forti e sono morti».

La spedizione con il massacro che ne seguì, veniva rivista dagli occhi di una giovane contadina di Sapri, che era andata a spigolare nei luoghi dove erano stati uccisi gli insorti. Fu considerata una testimonianza della lirica patriottica risorgimentale ed è rimasta a lungo nei testi scolastici.

Spigolare, raccogliere le spighe di grano rimaste sul terreno dopo la raccolta, un termine oggi in disuso, aveva un significato preciso nella realtà contadina del passato, quando ogni chicco di grano era prezioso. Ricordo di essere andato a spigolare a Cremona dai miei nonni paterni nel 1940 quando sulla tavola era costante la presenza d polenta gialla e il pane disponibile solo la domenica.

Storici e politici hanno ampiamente esaminato e commentato la figura di Pisacane e le cause del fallimento della spedizione di Sapri anche in confronto con il successo della spedizione dei Mille solo tre anni dopo. Un’appassionata biografia di Pisacane è stata descritta da Nello Rosselli in Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano (Einaudi, 1977). Lo scontro tra ideali e realtà, evidenziato dalla fine tragica dei patrioti, ha inoltre affascinato e inspirato i registi come Paolo e Vittorio Taviani con Allonsanfàn del 1973, Ennio Lorenzini con Quando è bello lu murire acciso del 1975 e Mario Martone con Noi credevamo del 2010. Nel film di Lorenzini è stata sottolineata l’analogia tra Carlo Pisacane, eroe risorgimentale, e Ernesto Che Guevara, icona rivoluzionaria moderna.

 

 

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