Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Edoardo Herter, garibaldino, medico e filantropo

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Nel 1870 fu pubblicata in Firenze una breve Guida per l’emigrante italiano alla Repubblica Argentina promossa dalla Commissione Centrale d'immigrazione con lo scopo di pubblicizzare i vantaggi dei lavoratori che vi si sarebbero trasferiti «dedicandosi specialmente all'agricoltura o esercitandovi i diversi mestieri delle nostre città, e ad indicar loro alcune norme e avvertenze da aversi presenti all'arrivo nel porto di Buenos Aires».1

Seguirono anni di forti flussi migratori che andarono a popolare soprattutto la provincia di Buenos Aires, una immensa pianura dove si poteva galoppare a cavallo per giorni e giorni senza mai trovare una collina o una sensibile piega del terreno, consistente in una sconfinata prateria, con alberi di meschina apparenza solo lungo i corsi d’acqua. È la sterminata Pampa Argentina.

Nel censimento del 1869 l’intera Repubblica contava 1.783.043 anime delle quali 495.121, poco meno di un terzo, era concentrata nella provincia di Buenos Aires dove affluivano e si stabilivano i nostri migranti, che nella sola capitale si calcola fossero intorno ai 42.000 - 45.000.

Un vapore poteva imbarcare sino a 1500 persone in partenza da Genova o da Napoli e la tariffa, in terza classe, variava dalle 250 alle 300 lire a testa con agevolazioni per i fanciulli.

 

I salari, che variavano nella città di Buenos Aires dalle 5 alle 12 lire al giorno senza vitto né alloggio, a seconda delle varie abilità, consentivano quantomeno di sfamare le famiglie, la qual cosa riusciva molto difficoltosa nella madre patria e con 50 lire ci si poteva comperare una mula, un bue o due cavalli o anche quattro pecore.

Per contro, un operaio spendeva di media 3-4 lire al giorno compreso l’alloggio e un chilo di pane costava 75 centesimi.

In mezzo ai migranti che giungevano al porto di Buenos Aires si venne a trovare, in quegli anni, un garibaldino trevigiano dei Mille, semisconosciuto in Italia, al punto che unicamente Giuseppe Cesare Abba ne ha fatto un rapido cenno nella sua Storia dei Mille dove, nel preludio alla battaglia di Calatafimi, ebbe a sottolineare «le più recondite virtù e le forze e l'ingegno d'ognuno, dalla calma pontificale di Sirtori al furore di Bixio, all'impeto geniale di Schiaffino, all' audacia di Edoardo Herter, d'Achille Sacchi, di cento altri, e, si può dire di tutti, perché un codardo che è uno, in quell'ora, in quel luogo, non ci poté più essere».

Nell’ultimo assalto al colle i borbonici, che vi erano arroccati, urlavano «Viva il Re», rotolavano sassi giù per il pendio e tiravano schioppettate a coloro che osavano sporgere la testa dal ciglio per guardare.

«Uno di questi fu Edoardo Herter da Treviso, medico di 26 anni. Pareva una damigella bionda vestita da uomo, tanto aveva esile l'aspetto, ma i suoi muscoli erano d'acciaio. Parlò con Garibaldi un istante, poi si lanciò su per un greppo. Ahi piangerà tua madre! fu cantato di lui, e appena su, cadde riverso colpito nel petto a morte».2

Questo è essenzialmente l’unico concreto riferimento di quanti, al di là dei soliti chiacchiericci giornalistici e panegirici di parole, si sono occupati di Herter.

Cosa si dissero con Garibaldi ce lo ha riferito il suo amico e commilitone Giuseppe Zolli, pseudonimo Zeusi Goppelli: «Se non si avventura alcuno dei miei compagni, muovo io solo all’assalto» al che il Generale: «Aspettate ancora un momento. Non appena saremo in numero sufficiente per tentare il colpo non ci faremo al certo pregare. Herter impaziente si avanzò solo per qualche passo, fino a che il desiato momento arrivò. Sonò la carica, e noi tutti a baionetta spianata guadagnammo la contrastata posizione.»3

Abba lo diede per morto ma era solo ferito e guarì prontamente, al punto che poté proseguire la campagna sino alla decisiva battaglia del Volturno (26 settembre – 2 ottobre 1860), partecipando poi alla campagna dell’agro romano dove, due giorni dopo la presa di Monte Rotondo (25 ottobre 1867), col grado di luogotenente, ebbe da Garibaldi il comando del secondo battaglione della terza compagnia.4

Dopo lo sbarco in Calabria Herter ebbe, a Reggio, il comando dell’avanguardia e a Maddaloni, dove fu nuovamente ferito, si distinse come uno dei più intrepidi ufficiali dei bersaglieri di Menotti.

Si segnalò poi nella campagna del 1866 al ponte di Cimego e nella tentata insurrezione di Roma, unitamente al suo amico Augusto Povoleri, altro Trevigiano, e ad altri dei più audaci fra i garibaldini.

Presa d'assalto porta S. Paolo, la tennero finché, per la mancata rivolta nella città e per la sopraggiunta notizia dell'eccidio avvenuto ai monti Parioli, dove perì la più bella gioventù d’Italia tra cui Enrico Cairoli, dovette ritirarsi.

A Mentana sostenne con un piccolo gruppo della sua compagnia, fino all'ultimo, i ripetuti assalti degli zuavi del Papa e dei soldati di De Failly.

L’uomo rimase sempre caro al cuore di Garibaldi che, dopo averlo incontrato il giorno 18 luglio del 1867 a Firenze, in una lettera a Giovanni Acerbi del successivo 19 luglio, scriveva da Vinci:

«Il Commendatore De Ferrari 2° di Rattazzi, mi chiede un amico di fiducia per alcune comunicazioni, che lo stesso Commendatore vorrebbe farmi. Vogliate vederlo, vi prego. In caso che lo stesso vi accenni alla necessità d'inviare una persona sicura a Roma, v'è a Firenze, ch'io vidi qui jeri, Herter dei Mille, Dottore in medicina di Treviso, prode e patriota a tutta prova. Fatelo cercare, che di meglio non potrebbe trovarsi. Herter è giovane e basso di statura. Sempre Vostro. G. Garibaldi» (Epistolario c.s.).

Nell’elenco dei Mille, pubblicato per ordine alfabetico l’anno 1878 nel supplemento ordinario della Gazzetta Ufficiale del Regno, Herter figura al n. 540, con queste parole:

«Herter Edoardo fu Carlo, nato a Treviso il 2 febbraio 1834, residente in Tapalquen (patagonia), medico. Riscosse la pensione (dei Mille) fino a quando emigrò».

Di Herter, oltre a quanto sinora scritto, in Italia non v’è quasi più traccia, ma dobbiamo ad Alessandro Pavia se possiamo disporre di un suo ritratto.

«Sono oramai cinque anni che lavoro per riunire tutte le fotografie di quei prodi che sbarcarono a Marsala, condotti da quel prode Generale Giuseppe Garibaldi, per costruire due Album uno per il Re e l’altro per il Duce (Garibaldi), e finalmente ne riuscii»5

Alessandro Pavia, patriota e fotografo milanese (1824–1889), dopo l’impresa dei Mille, viaggiò per l’Italia in lungo e in largo per cercare e fotografare i Mille (di fatto erano 1089, V. l’elenco nella G.U sopra citata) che erano sbarcati a Marsala, allo scopo d’immortalarne le immagini.

Le foto vennero riprodotte in un volume intitolato Album dei Mille, di cui copia si trova nel Museo Storico del Risorgimento a Roma, e comprende 846 fotografie, mancando essenzialmente quelle di coloro che persero la vita nei campi di battaglia o subito dopo, per le ferite riportate o anche per altre cause.

Una riproduzione anastatica del volume è stata stampata di recente dalla Gangemi Editore.

L’impresa dei Mille: un’epopea romantica unica, irripetibile. Erano studenti, artigiani, operai, professionisti, in gran parte bergamaschi (160), genovesi (156), milanesi (72), bresciani (59), Pavesi (58) e poi anche siciliani, napoletani, calabresi e via discorrendo, comprendendo finanche 33 forestieri e 12 d’origine rimasta sconosciuta.

Nei fatti d’arme della spedizione morirono 78 dei Mille e altri 41 nelle successive battaglie per l’indipendenza.

Nel lasso di tempo dal 1860 al 1878, data di pubblicazione dell’elenco, 215 erano intanto morti soprattutto per cause naturali e di 21 si era persa ogni traccia.

Ricevevano la pensione dei Mille 627 garibaldini con gli importi riportati a pagina 24 della suddetta G.U., che andavano da un massimo di 1000 lire all’anno (attuali € 4.600 circa) a un minimo di 140 lire all’anno (attuali € 1.300 circa).

Molti di loro erano già usi alla guerra, avendo combattuto con Garibaldi nella prima e seconda guerra d’indipendenza tra i Cacciatori delle Alpi. I più, al di là del laconico elenco ufficiale, sono rimasti dei perfetti sconosciuti.

Nella notte del 12 settembre 1863 si suicidava all’età di 32 anni, in assoluta povertà, nella sua cameretta alla via Belvedere  in Torino, Francesco Peruzzi di Firenze.

Il suo amico G. L. Luciani in una lettera pubblicata dal Diritto il 15 settembre 1863 ne scrisse il necrologio, che la rivista introdusse con queste parole: «Riceviamo e pubblichiamo questo melanconico ricordo di un povero e oscuro soldato della democrazia, che accrebbe il numero di quelli, a cui la patria redenta non seppe dare né pane né pace, e cercarono conforto e riposo nella morte.»

Peruzzi era un avanzo dei prodi di Roma, aveva fatto le ultime campagne lombarde e partecipato ai fatti di Sarnico e di Aspromonte, dopo di che era giunto a Torino.

Il dr. Edoardo Herter, che egli aveva avvisato con lettera del suo proponimento, si precipitò, appena lettera la missiva, insieme a vari altri amici, all’abitazione del Peruzzi «dove trovava la giustizia, che era lì a fare il suo dovere».

All’ultimo biglietto aveva affidato le sue ultime volontà: «Il dottor Odoardo Herter reclamerà la mia dentiera: gli sia data, come pure sia consegnata all’amico mio Giuseppe Luciani, emigrato romano, il mio portafoglio con quanto contiene. All’amico mio dottor Odoardo Herter, emigrato veneto, sia consegnata la borsa del tabacco.

Alla portinaia di casa mia sia dato il portamonete colle 5 mutte che ci sono dentro, e ciò a titolo di mancia. Sono certo, che nessuno imprecherà alla mia memoria, perché non cagionai male ad alcuno; nessuno mi è creditore.

Solo la terra reclama il mio corpo, ed alla terra il corpo io rendo. Addio sogni dorati della mia infanzia! Muoio senza nessuna fede nell’avvenire. Vissi ateo ed ateo assoluto muoio. Benedetto Spinoza, dicesti il vero? Vedremo; comunque sia, io muoio tranquillo. Brettagni, Herter, Luciani, Albanesi, care mie memorie, addio!»

Il fatto della dentiera lasciata all’amico Herter ha chiaramente il sapore di una macabra battuta di spirito. La dentiera con il palato d’argento gli era stata regalata proprio dall’amico dopo che in un precedente tentativo di suicidio si era sparato in bocca rimanendo profondamente offeso e sgraziato.

Quanta tristezza! Dopo avere speso una vita per la patria nel pericolo di tante battaglie, amareggiato e disilluso, Peruzzi morì povero e in solitudine. Tristezza, malinconia e solitudine accompagneranno sino alla fine una foltissima schiera di coloro che avevano partecipato alle battaglie garibaldine, nel disprezzo e ostracismo della monarchia sabauda.

Alcuni giornali clericali, che difronte alla morte di Peruzzi avrebbero dovuto tacere, quantomeno per il rispetto che si deve a un morto, anch’egli creatura di Dio, si lanciarono in una selvaggia campagna irrisoria. Tra questi si distinsero Il quotidiano torinese Il Subalpino del 15 settembre 1863 e La Guida del Popolo, giornale clericale a tutto campo, pubblicato a Firenze nel 1863.

Juan Calfucarà (o Kallfükura, 1790-1873) era un indio mapuche originario del Cile. Chiamato dal governatore di Buenos Aires, Juan Manuel de Rosas, per combattere la tribù Boroanos, traversò le Ande, si stabilì nella Pampa argentina e finì col dominare un territorio vastissimo, che si estendeva da un oceano all’altro, comprendendo anche buona parte della provincia di Buenos Aires.

Di indole crudele e sanguinaria, famoso per le sue scorrerie, l’8 agosto 1872 fu sconfitto dall’esercito argentino nella battaglia di San Carlos e morì di morte naturale l’anno successivo, il 4 giugno 1873, all’età di 83 anni.

Il cozzo tra i due eserciti fu terribile. Calfucurà ordinò l’attacco contro i tre schieramenti nemici comandati dal colonnello Ocampo, che marciava in testa alla colonna centrale, galoppando con le sue forze a sinistra di quelle del comandante Palavicino, dall’indio cacique generale Cipriano Catriel, che aveva già combattuto fieramente contro i suoi confratelli indios e occupava la destra dello schieramento e dal colonnello Boerr, capo della frontiera occidentale, che comandava l’estrema sinistra.

Gli indios, che parevano impazziti, si precipitarono come un uragano sulle formazioni nemiche, molto ben armate, producendo uno scontro feroce in cui si arrivò a combattere corpo a corpo con lancia, sciabola, coltello e bola.6

Herter, avvezzo ai fragori di tante battaglie come combattente per la libertà italiana, si trovò nuovamente in mezzo ai frastuoni di un combattimento, stavolta in Argentina, nella battaglia di San Carlos, non più come guerriero, ma per prestare la sua assistenza come medico militare, inquadrato nella divisione della Frontera Sud.

La notizia comparve in uno scritto postumo di Ramon Rafael Capdevila (1885-1978), nativo di Tapalquè, pubblicato dal figlio Rafael Darío.

«El Dr. Hérter tuvo partecipacìon activa en las lunchas por la conquista del Desierto; fuè medico cirujano de la Divisiòn de la Frontera Sud, y en el año 1872 partecipò en ese caràcter en la memorabile batalla de San Carlos, que abatiò para siempre el poder de Calfucurà, hasta entonces invencible».7

Tapalquè alla fine del secolo XIX era un villaggio nella Pampa Argentina composto da meschine capanne improvvisate con l’aiuto di macerie e sostenute da pali di legno, unica dimora dell’indiano vinto e incatenato alla civiltà. Da ogni lato delle strade, che le piogge trasformano in fanghiglia, s’intravedono le umili dimore di quelli che un tempo erano stati i re della Pampa.8

Una targa posta dalla Municipalità nel museo di Tapalquè ricorda che proprio quella, nel 1864, fu la prima casa ad esservi edificata con mattoni e coperta da lamiera zincata.

Don Ambrosio Marmissolle, il proprietario, che figura nell’elenco dei commercianti di Tapalquè nella prima guida commerciale della Repubblica Argentina, edita nel 1870, la adibì a negozio, denominato El Caballito, che aprì i battenti nel 1865, ma ne adibì una parte a museo. Quello attuale, della municipalità, è stato inaugurato il 7 novembre del 1942.

Al momento (1870) in città erano censiti 2.394 abitanti e il giudice di pace era Josè M. Jurado.

Proprio a Tapalquè, dopo una vita dedicata alla causa della libertà italiana e aver prestato la sua opera di chirurgo nella battaglia di San Carlos, era arrivato a metà del 1876, per uno dei casi fortuiti della vita, il medico italiano dottor Eduardo Herter (Ramon Rafael Capdevila, Tapalque en la historia come sopra).9

Tapalquè era uno dei tanti “Partidos” della provincia di Buenos Aires (oggi sono 134 e Partido è traducibile con dipartimento, ad ogni Partido corrisponde un unico Municipio alias Comune.10

Il pueblo (Città) di Tapalque, sito nel cuore della provincia di Buenos Aires e sede amministrativa dell’omonimo dipartimento, fu fondato con decreto del 7 novembre 1863 mentre la delimitazione territoriale venne attuata con decreto del 31 agosto 1865, cui seguirono le modifiche apportate con i decreti del 22 giugno 1869 e del 2 novembre 1879.

I lavori per la realizzazione del primo servizio telegrafico, stabilito con leggi del 23 dicembre 1875 e del 13 luglio 1876 iniziarono nell’autunno del 1877 e la linea fu abilitata in breve tempo ma il servizio nazionale, che si sovrappose a quello provinciale, fu istituito solo nel 1925.

Il primo servizio postale per Buenos Aires, che avveniva tramite diligenze, cominciò a funzionare nell’agosto del 1879.

Il 4 novembre 1876 venne emanata la legge organica municipale cui seguì l’anno successivo il relativo regolamento ma venne sospesa due anni dopo dal nuovo governo della Provincia, che lasciò all’esecutivo il compito di nominare le commissioni delle varie città. L’istruzione pubblica in quegli anni era inesistente, mancando finanche dei locali dove poterla esercitare (lettera del 20 marzo 1874 della Municipalità firmata da Federico Carrillo, indirizzata al governo della Provincia e autorizzazione alla creazione di una scuola del successivo 23 aprile).

Herter si ritrovò a svolgere la sua missione di medico in un ambiente socialmente molto arretrato, isolato dal resto del mondo e popolato soprattutto da indios, ma nel quale fervevano molteplici iniziative atte a garantirne lo sviluppo tra le quali va segnalato il progetto per il congiungimento dei torrenti Tapalquè e San Flores, per salvare dalle esondazioni la località denominata “El Totoral”, ma il progetto non fu eseguito che nel 1883, mediante la costruzione di un canale che ha collegato il flusso dei due corsi d’acqua.

All’arrivo di Herter nel pueblo non esisteva il servizio postale di collegamento con la capitale, attuato poi con le diligenze, né alcun servizio telegrafico e le finanze provinciali, fallimentari dal 1874 al 1878, cominciarono a riprendersi solo dal 1879.

Tuttavia l’anno in cui giunse a Tapalquè trovò una novità: venne recintata la piazza della città per evitare le scorrerie degli animali che erravano liberamente e perennemente nella Pampa (prevalentemente bovini e cavalli allo stato brado) e lungo il recinto piantati 200 eucalyptus inviati dalla Direzione Provinciale dell’Agricoltura.

Una nota particolare dedica Capdevila agli affari della Chiesa. I ministri cattolici si ritrovavano localmente in un ambiente ostile, al punto che dopo che la parrocchia era stata retta per cinque anni, dal 1871 al 1876, da un certo Padre Urbani, nel giro del lustro successivo, dal 1877 al 1882, vi sfilarono ben dodici prelati.

E qua si farebbe un gran torto al nostro eroe se non si riportasse per intero quanto scrisse di lui Capdevila e all’autore stesso, che ne parla con ammirazione ed entusiasmo, particolarmente alle pagine 117 e 118 del secondo volume, di cui la Biblioteca Centrale di Buenos Aires mi ha gentilmente fornito un ampio stralcio.

 

Traduzione del paragrafo intitolato Un nuevo médico. Garibaldino y filantropo».11

«A metà del 1876 arrivò a Tapalqué il medico italiano dottor Eduardo Hérter.

Alla personalità del nuovo medico davano prestigio i suoi precedenti romanzeschi.

Aveva fatto carriera in Italia, ma prima ancora aveva ottenuto il grado di Capitano, prestando servizio agli ordini di quel nuovo Bayardo che fu Giuseppe Garibaldi, l'eroe universale dalle mille e una leggendarie avventure.

L'ex Capitano aveva partecipato alle azioni della storica invasione delle Due Sicilie del 1860, resa possibile dall'intrepida audacia di Garibaldi, e che doveva servire da solida base per le successive lotte che nel 1870 suggellarono definitivamente l'unità d'Italia.

Il dottor Hérter, che aveva conservato la sua uniforme militare completa e la documentazione che provava le sue azioni sopra menzionate, venne a stabilire la sua residenza a Tapalquè per un caso fortuito della vita.

Qui esercitò la sua professione come un apostolato, mettendola sempre al servizio dei poveri con uno spirito di abnegazione e filantropia che lo rese noto in tutto il circondario, che servì disinteressatamente sino alla morte, avvenuta nello stesso luogo nel 1889.

Le sue spoglie riposano nel cimitero locale e la lapide della sua modesta tomba è «un ricordo dei suoi amici» contemporanei.

Con un carattere del genere, non sorprende che gli unici beni lasciati dal dottor Hérter alla sua morte furono le sue carte e la sua uniforme militare garibaldina, che, conservata con devota cura dalla famiglia Marmissolle, occupa oggi un posto nel Museo Tapalqué.

Il dottor Hérter, che non aveva mai riconvalidato il suo titolo professionale nel nostro Paese, fu più volte molestato con denunce per esercizio illegale della medicina.

Fortunatamente per i suoi umili assistiti, la sua scienza e la sua coscienza portarono a tutti loro frutti di benedizione fino alla sua morte.

Per questo merita l'omaggio di questa memoria che, sulla base di autorevoli riferimenti personali, abbiamo ritenuto giusto dedicargli in queste brevi note.

Un altro titolo che lo evidenzia nella considerazione e nella memoria di Tapalqué e di tutti coloro che valorizzano le azioni altruistiche per il bene della civiltà o del Paese: il dottor Hérter ha partecipato attivamente alle lotte per la conquista del Deserto; Fu chirurgo della Divisione Frontiera Sud, e nel 1872 partecipò in tale veste alla memorabile battaglia di San Carlos, che sconfisse per sempre la potenza di Calfucurà, fino ad allora invincibile».

Nulla di più lontano dalle fantasticherie dell’amico Giuseppe Zolli con cui aveva perso ogni contatto, che lo immaginava «in America contento come una pasqua, dimentico dei suoi vecchi amici e compagni d'armi, e intento solo alle migliaia di pecore che lo fanno lieto di lana e quattrini».

Chi scrive ha inviato richiesta di notizie sull’uniforme di Herter ed eventuale altra documentazione, al Museo di Tapalquè.

Gentilmente è stato risposto che avevano contattato in proposito l’ex direttrice la quale, nei 45 anni in cui era stata al Museo non aveva mai visto la detta uniforme militare né alcuna traccia della sua presenza. Grazie infinite al Museo per il gentilissimo interessamento e anche alla Biblioteca Centrale di Buenos Aires!

La divisa e gli scritti di Herter originariamente conservati da Ambrosio Marmissolle sono andati sicuramente perduti prima dell’istituzione del nuovo Museo, presumibilmente a causa del clima subtropicale dei luoghi e all’inevitabile deterioramento dovuto a patogeni e parassiti della carta e dei tessuti se non adeguatamente protetti dall’umidità e opportunamente salvaguardati.

Ad ogni modo, molte divise garibaldine (oltre che in vari musei italiani, es: Museo del Risorgimento di Milano, Museo del Risorgimento istituto Mazziniano di Genova etc.) compaiono nei quadri di Gerolamo Induno (1825-1890), pittore e patriota garibaldino di cui i più commoventi rimangono Sentinella garibaldina raffigurante un ragazzino che monta di guardia e La partenza del garibaldino, un giovane in partenza per il fronte che si accomiata dalla vecchia madre, facilmente rinvenibili sul web.

Quanto alla sepoltura nella terra e all’iscrizione sulla lapide posta dagli amici nel cimitero locale, il tempo, impietoso, e il pampero, che spira dalle cime innevate delle Andes spazzando tutta la pianura, ne hanno cancellato ogni traccia.

«Il desiderio di soffocare in un popolo la memoria delle lotte, degli sforzi, dei sacrifici fatti per liberarsi dalla tirannide, è proprio dell’oppressore, finché dura il suo regno» scriveva Jessie White Mario sulla Rivista Repubblicana del 20 marzo 1879, in un articolo di commemorazione del 6 febbraio 1853 (rivolta di Milano contro gli Austriaci), ma la spinta a cancellare la storia patria non è mai terminata.

 

 

Note

1. Guida per l’emigrante italiano alla Repubblica Argentina – Documento ufficiale – Firenze, 1870.

2. G. C. Abba, Storia dei Mille, Bemporad, Firenze, 1910.

3. Zeusi Goppelli, Un insegnante in burrasca, Venezia, Tondelli Editore, 1885, ripubblicato nel 1889 come Garibaldi e i Mille di Marsala.

4. Epistolario di Giuseppe Garibaldi, Vol. XII – Gennaio – dicembre 1867, Istituto per la storia del Risorgimento Italiano.

5. Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia. Elenco dei Mille. 12.11.1878; Alessandro Pavia, Indice completo dei Mille sbarcati a Marsala condotti dal prode Generale Giuseppe Garibaldi, Genova, Stabilimento degli Artisti Tipografi, 1867.

6. Evaristo Ramìrez Juàrez, La estupenda conquista - La epopeya del desierto, Editorial Plus Ultra, Buenos Aires, 1968. Contiene numerosissime cartine illustrative.

7. Ramon Rafael Capdevila, Tapalqué en la historia, Tomo I (Desde sus origine shasta la època actual) e tomo II (El pueblo actual – 1863-1916), Argentina,1963.

8. Manuel Ugarte, Cuentos de la Pampa, Ed. B. Rodriguez Serra, Madrid, 1903, pubblicato in Italia dai Fratelli Treves, 1908.

9. Era nato a Treviso il 2 febbraio 1834 e morì a Tapalquè il 12 dicembre 1889, all’età di 55 anni, in un giorno di fine primavera. Il libretto citato avvisava l’emigrante che «le stagioni nel paese ove si reca sono all'opposto di quelle d'Europa. Per quelle regioni australi, l'estate incomincia il 24 di dicembre, l'autunno il 24 di marzo, l'inverno il 21 di giugno, e il 24 di settembre la primavera

10. Cartografia

11. Stralcio di storia di Tapalqué.

 

 

 

 

 

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