Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il coraggio di Riccardo Muti

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In questo periodo che vede la diffusione a macchia d’olio di “politically correct”, “wokismo” e “cancel culture”, il maestro Riccardo Muti ha dimostrato di avere una notevole dose di coraggio.

Chiamato a dirigere “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi al Teatro Regio di Torino, ha rifiutato di cancellare una frase “incriminata” dal libretto di Antonio Somma, scritto per l’opera verdiana nel lontano 1858.

Questa la frase di cui si chiedeva la cancellazione: «Dell’immondo sangue dei negri”».

Gli spettatori avranno quindi l’opportunità di ascoltare il testo originale, e non uno emendato per piegarsi alle mode correnti. Evidente l’intento dei seguaci del “politically correct”. Oggi la parola “negro” non si può più pronunciare, e va sostituita con “nero”.

Nei Paesi anglosassoni il termine “nigger” è da tempo considerato off limits perché giudicato spregiativo nei confronti degli afroamericani, ed è stato sostituito da “black”.

Nella lingua italiana, però, il contrasto tra “negro” e “nero” non è poi così evidente, e Muti ha ritenuto che gli spettatori vadano rispettati offrendo loro la versione originale del libretto.

Si noti che il maestro si è comportato in modo identico quando ricevette la stessa richiesta due anni orsono a Chicago. Questa volta ha affermato: «Io non cambio il libretto di Giuseppe Verdi, e continuerò a far recitare l’originale».

Muti gode di un prestigio enorme e può permettersi questo e altro. Lecito chiedersi, tuttavia, quali sarebbero state le reazioni se a compiere il gesto fosse stato un direttore d’orchestra meno celebre e prestigioso. Quasi sicuramente non l’avrebbe passata liscia.

 

Il fatto è che storia e cultura non si possono sbianchettare e modificare impunemente per compiacere alcune sensibilità contemporanee. Tra l’altro, neppure condivise da tutti.

L’opera fu rappresentata per la prima volta nel 1859, anno in cui usare il termine “negro” non costituiva un reato. Perché dunque piegarsi alle mode correnti, stravolgendo un’opera lirica o un testo letterario?

Ma non tutti hanno il coraggio di Riccardo Muti.

In una rappresentazione del “Don Giovanni” di Mozart, in scena al San Carlo di Napoli, il regista, aderendo alla richiesta di alcuni circoli femministi, ha eliminato dal testo l’elenco delle conquiste femminili del protagonista letto da Leporello a Donna Elvira. Ma ha un senso una simile operazione?

Sull’immoralità di Don Giovanni esistono addirittura dei trattati, e tutti concordano sul fatto che il suo comportamento fosse tutt’altro che irreprensibile.

Ancora una volta: è sufficiente tutto questo a stravolgere l’opera mozartiana? Ed è giusto giudicare dei personaggi del passato (per di più letterari) in base ai criteri oggi in uso?

Si può solo sperare che il “politically correct” non assuma in Italia la stessa rilevanza che ha negli Usa e nel Regno Unito.

 

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