Indagine su un libro scritto “alla macchia” nella Toscana di fine Settecento

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Quando, nell’ormai lontano 1994, presentai la mia tesi di laurea in lettere, all’Università degli Studi di Firenze, su un giornalista fiorentino della seconda metà del ‘700, Francesco Saverio Catani - che svolse la propria attività da posizioni illuministe, durante il governo di Pietro Leopoldo - rimasi con un grande dubbio.

Mi ero, infatti, imbattuto in una pubblicazione del 1783, a lui attribuita, che si intitolava Il Papa o siano ricerche sul primato di questo sacerdote, stampata “alla macchia” in 8° piccolo, senza autore, con luogo di stampa falso (Eleutheropoli), con comuni caratteri antichi ed assenza totale di qualsiasi riferimento grafico che ne facesse individuare lo stampatore.

Il libro o, molto più spesso, il “libercolo”, come venne con disprezzo più volte definito da coloro che avversavano le idee anticuriali e giurisdizionaliste in esso contenute, ebbe una notevole eco polemica negli ambienti ecclesiastici romani e fu presto messo all’Indice.

Non capivo però come fosse stato possibile individuarne in Catani l’autore perché, anche per uno studente che per la prima volta e molto sommessamente si addentrava nel mondo e nelle idee espressi dal giornalismo “politico” del tempo, pareva scritto da tutt’altra persona. In un capitolo della tesi spiegai i motivi per cui risultava impossibile che l’autore fosse stato il giornalista di cui mi stavo occupando.

Molto più difficile, se non per me allora impensabile, era invece risalire al vero autore del libro.

L’attribuzione a Catani dello scritto venne fatta da Giovanni Marchetti, sul Giornale Ecclesiastico di Roma, alcuni anni dopo la sua pubblicazione, nel 1791, e due anni dopo la precoce scomparsa del giornalista. Il libro era già stato inserito nell’elenco del Libri Proibiti, a partire dal 1785, ma anonimo.

Adesso non lo è più, perché nelle biblioteche italiane e straniere in cui è presente risulta attribuito al giornalista fiorentino, come pure hanno fatto tutti gli studiosi, ad eccezione di Pietro Stella, che ne hanno parlato. Comunque, già Giuseppe Pelli Bencivenni, nelle sue Efemeridi, nel 1786, riferendosi al libro, in una glossa scrisse: “mi dicono ch’è di un cappuccino” e, quindi, non di Catani, che risultava aver fatto studi di legge e non era certo un ecclesiastico.

È pochissimo, è vero, ma lui, che conosceva molto bene il giornalista, avendolo inserito in una lista di “semi-letterati” fiorentini, dubito che gliene avrebbe attribuita la paternità, in quanto si capisce benissimo che questo è un libro scritto da una persona molto colta.

La difficoltà di attribuzione può derivare dal fatto che, in quegli anni a Firenze venivano edite numerose pubblicazioni, un certo numero delle quali anonime di argomento anticuriale in senso lato, cui contribuì anche l’attività di Catani. Inoltre, il libro è stato scritto con tutte le attenzioni necessarie per non farne individuare l’estensore, che infatti è rimasto celato per quasi due secoli e mezzo.

 

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