Considerazioni sulle scienze umane e sociali

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Gli empiristi esaltano il ruolo delle generalizzazioni per spiegare i fenomeni che costituiscono l’oggetto di studio delle scienze umane e sociali.

Vi è tuttavia un altro approccio, che attribuisce invece importanza primaria agli aspetti specifici e particolari delle varie culture, sostenendo che il vero compito dell’indagine sociale è l’interpretazione delle pratiche sociali dotate di significato. Si manifesta allora un’antitesi radicale tra “spiegazione” da un lato e “comprensione” dall’altro.

La spiegazione si basa sulla capacità di identificare le cause generali di un evento, mentre comprendere significa scoprire il significato di un evento (o di una pratica) all’interno di un particolare contesto sociale. Il compito delle scienze umane e sociali diventa pertanto quello di ricostruire il significato delle pratiche umane.

L’approccio di cui sto parlando si chiama “ermeneutico”: esso tratta i fenomeni sociali come “testi” (si pensi per esempio a un testo letterario) che devono essere decodificati mediante la ricostruzione della significanza dei vari elementi che fanno parte di un’azione o evento sociale.

 

Non è difficile allora capire che per i sostenitori dell’approccio ermeneutico le scienze sociali e quelle naturali sono radicalmente diverse, giacché le prime dipendono inevitabilmente dal processo interpretativo - tipicamente umano - del comportamento significante e delle pratiche sociali che su tale comportamento sono fondate.

In altri termini, la scienza naturale si occuperebbe di processi causali oggettivi, mentre quella sociale riguarderebbe azioni e pratiche significanti. Soltanto i processi causali possono essere spiegati e descritti oggettivamente; azioni e pratiche richiedono invece interpretazione e comprensione.

Per riassumere: la spiegazione è l’obiettivo delle scienze naturali, e la comprensione è lo scopo di quelle sociali. Ne consegue, tra l’altro, l’impossibilità di applicare il modello nomologico-deduttivo (o “modello Popper-Hempel”) della spiegazione a storiografia, sociologia, scienza politica, antropologia, etc.

Un resoconto adeguato dell’azione umana dovrebbe pertanto rendere comprensibile ciò che gli individui-agenti fanno; da un simile punto di vista, lo scopo delle scienze sociali non può ridursi alla predizione di eventi, siano essi considerati isolatamente o in quanto inclusi in modelli: una spiegazione soddisfacente deve dare un senso alle azioni degli individui.

Le conseguenze sono piuttosto chiare. Per ottenere un’analisi soddisfacente di un certo fenomeno sociale, risulta necessario interpretare i significati che gli individui di un gruppo attribuiscono alle loro azioni e relazioni. La scienza sociale, pertanto, non può evitare di essere ermeneutica, e gli approcci che non adottano questo metodo, come quelli empiristici, sono semplicemente fuorvianti.

Si noti che, seguendo questa strada, uno scienziato sociale (per esempio un antropologo) che si trovi ad analizzare una pratica di un certo gruppo non si chiede quali siano i processi che l’hanno generata, poiché il modello che egli ha in mente non prevede spiegazioni causali. Il modello non fornisce alcuna spiegazione della pratica stessa, ma una sua lettura contestuale, intesa a chiarirne il significato per i membri del gruppo sotto indagine.

Per gli studiosi di credo ermeneutico gli esseri umani sono individui che attribuiscono alla dimensione simbolica della vita un ruolo essenziale, e agiscono in base alla loro capacità di interpretare la realtà circostante.

La comprensione è a sua volta fondata su fattori quali: (a) una rappresentazione del mondo (sia naturale che sociale) nel quale si trovano a vivere; (b) un insieme di valori e di scopi che caratterizzano i loro bisogni; (c) un complesso di norme che fissano i limiti oltre i quali un’azione diventa trasgressiva; (d) una concezione dei loro poteri e delle loro capacità.

Diventa quindi necessario descrivere i valori, le visioni del mondo e le assunzioni di fondo riferendosi sempre, tuttavia, ad una particolare cultura o a un certo gruppo sociale. Fornire l’interpretazione di un’azione significa descrivere un contesto culturale e lo stato d’animo dell’agente (o degli agenti) in modo tale da rendere intelligibile a noi le sue (o le loro) azioni. Interpretare è discernere il significato di una pratica sociale entro un sistema di simboli e rappresentazioni culturali.

Supponiamo ad esempio di vedere un uomo che cammina per strada. Ad un certo punto egli passa sotto una scala, alza lo sguardo rendendosi conto di ciò che ha fatto, e quindi tocca il primo oggetto metallico che gli capita sotto mano.

Un osservatore esterno potrebbe considerare inspiegabile un simile comportamento; si tratta chiaramente di una reazione ad elementi presenti nell’ambiente, ma le azioni dell’uomo appaiono a prima vista immotivate. Ecco allora che occorre trovarne il significato.

Lo scienziato sociale lavorerà in base ad alcune ipotesi interpretative: può trattarsi di un individuo poco istruito, il quale crede che certi eventi - passare sotto una scala, vedere un gatto nero, rompere uno specchio, etc. - portino sfortuna.

Naturalmente l’esempio ci sembra banale perché l’uomo appartiene al nostro stesso gruppo e tutti sappiamo che molte persone sono superstiziose (non abbiamo bisogno in questo caso degli scienziati sociali). Si immagini tuttavia un antropologo che deve interpretare il comportamento dei membri di una tribù sconosciuta e la banalità scompare.

Come prima accennavo, secondo gli ermeneuti esiste una forte somiglianza tra l’interpretazione di un’azione umana e quella di un testo letterario. In entrambi i casi colui che interpreta ha a che fare con un insieme di elementi significanti, e cerca di scoprire le connessioni di significato che sussistono tra essi (è proprio questo fatto a rendere l’interpretazione un processo ermeneutico anche a livello sociale).

Quando la descrizione viene fornita, l’interprete dimostra che il comportamento dell’agente, malgrado l’apparenza contraria, non è “irrazionale”; piuttosto esso concorda con un sistema culturale e normativo più vasto, e da questo fatto si può comprendere che il sistema stesso è coerente. L’azione non va quindi identificata con il risultato che consegue: essa ha una connotazione intrinsecamente simbolica.

Come può lo scienziato sociale esaminare l’azione significante? O, per dirla in modo diverso, esiste un “metodo ermeneutico” che possa guidarlo nel processo interpretativo?

Max WeberUna formulazione molto importante dell’idea di “metodo per le scienze sociali” si trova in molti scritti di Max Weber, e in particolare nella sua nozione di “verstehen” (comprensione). E’ netta, in Weber, la distinzione tra scienze sociali e scienze naturali. A suo avviso le discipline storico-sociali si occupano di fenomeni psicologici e mentali, la cui comprensione costituisce un problema specifico e assai diverso da quella delle questioni che sorgono nelle scienze della natura.

Le scienze della cultura - egli scrive - sono le discipline che analizzano i fenomeni della vita in base al loro significato culturale. La significanza di una configurazione di fenomeni culturali non può essere derivata e resa intelligibile da un sistema di leggi analitiche, in quanto lo stesso concetto di “cultura” è inestricabilmente legato ai valori.

Più che di “spiegazione” (come fanno gli empiristi), si deve quindi parlare di “comprensione esplicativa”: cioè una comprensione razionale della motivazione, la quale consiste nel collocare l’azione in un più vasto contesto di significati.

Weber usa spesso il termine “empatia” per caratterizzare tale processo, ma non ipotizza l’esistenza di una facoltà autonoma che consentirebbe di interpretare lo stato d’animo dell’agente. Si tratta piuttosto di prendere in considerazione i possibili propositi, valori e credenze in grado di generare l’azione, e di cercare poi di determinare, attraverso l’evidenza diretta o indiretta, se l’interpretazione è corretta o meno. Il metodo della comprensione, pertanto, è basato in primo luogo sulla formazione di ipotesi; tramite esse lo scienziato sociale formula una congettura circa lo stato d’animo dell’agente, e poi cerca di verificare la validità della propria congettura osservando le azioni e le espressioni verbali di colui che agisce.

 

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