Visita ad un kibbutz israeliano nel 1985

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Ho visto un fiume umano nella spettrale Gaza city. Era il titolo della corrispondenza del giornalista Fabio Tonacci inviato a Gaza e pubblicata sul La Repubblica del 13 novembre.

«Dietro questa duna di polvere su cui è appoggiato il fucile di un soldato, cammina la vittima di ogni guerra. Il popolo. Va al sud, si trascina via dalla città della battaglia, allontanandosi come può con quel niente che ha …»

Cosi iniziava l’articolo del giornalista, embedded in un carro blindato dell’esercito d’Israele. insieme ad altri corrispondenti.

La guida del gruppo era il colonnello Gila Pasternak (38 anni) comandante della 828esima brigata; rispondeva pacatamente a tutte alle domande dei giornalisti sulla guerra, mentre le visioni della distruzione e delle sofferenze scorrevano davanti ai loro occhi dalle feritoie del carro.

Leggendo questa corrispondenza mi è venuto alla mente un lontano episodio del 1985. Ero in un gruppo di italiani, in gita ad Israele, in occasione di un congresso di cardiologia a Gerusalemme; la nostra guida si chiamava Sergio, con un passato eccezionale: ebreo russo aveva partecipato come capitano nell’Armata Rossa nel 1942 alla liberazione di Leningrado dall’assedio nazista e alla costituzione dello Stato d’Israele nel 1947.

 

Parlava perfettamente l’italiano e raccontò della successiva risoluzione dell’ONU dei due Stati, Israele e Palestina e delle guerre successive in difesa della esistenza d’Israele.

Con lui visitammo un kibbutz, uno di quelli che abbiamo visto nelle immagini tv distrutti dai terroristi con le stanze insanguinate.

Sergio illustrò tutta la storia dei kibbutz dai primi insediamenti agli inizi del Novecento, guidati da ideali egualitari, tutti i beni dovevano essere messi in comune.

Ci fece sorridere quando raccontò come l’avvento del televisore negli anni ‘50 aveva aumentato le difficoltà della vita comunitaria: l’apparecchio comune fu rifiutato, ognuno volle avere il suo.

In quel periodo e durante la nostra visita la tensione si manifestava solo con il lancio di sassi contro gli autobus dei turisti; poi sarebbe venuto il periodo degli attentati, e poi ancora i dialoghi e gli accordi di pace, fino alla tragica situazione attuale.

Ora rimane la speranza che prepotenza ed odio si trasformino in ragionevolezza e tolleranza. Questo articolo vuole esprimere la partecipazione alle sofferenze e al dolore dei due popoli.

 

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