Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Tappe di avvicinamento alle Quattro Giornate di Napoli

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Erano le 18,45 dell’8 settembre 1943, quando dai microfoni dell’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), in via Asiago a Roma, furono interrotti tutti i programmi e fu dato –a sorpresa- l’annuncio dell’armistizio.

Fu la voce registrata del Maresciallo Pietro Badoglio ad informare che la richiesta di armistizio indirizzata al generale americano Dwight Eisenhower era stata accolta:

«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane, in ogni luogo. Esse reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

 

A Napoli la notizia dell’armistizio giunse in un momento di grande prostrazione della popolazione, che continuava a chiedersi quale sarebbe stato il proprio futuro.

Da tempo nel capoluogo campano le file alle fontanine erano lunghissime, perché l’approvvigionamento idrico veniva garantito solo per qualche ora al giorno.

Anche per il pane bisognava fare la fila e non sempre si riusciva ad averne un pezzo.

L’energia elettrica funzionava in modo altalenante; a volte non si riuscivano a sentire nemmeno le sirene dell’allarme. 

Subito dopo l’annuncio radiofonico di Badoglio, molti napoletani, di primo acchito, vollero intendere che la guerra era finita. Anzi, ne ebbero quasi certezza, quando alcuni camion tedeschi (in realtà diretti verso Capodimonte e Pozzuoli) sembravano prendere la direzione della Germania. Ci fu perciò gioia incontenibile, accompagnata dal suono a festa di molte campane.

Con il cuore rivolto alla speranza di un immediato ritorno degli uomini in guerra, molte donne scesero in strada ad abbracciare chiunque incontravano, compresi i preti ai quali si rivolgevano cantilenando: «zi’ pre’’a guerra è fernuta!» 

Anche molti soldati tedeschi avevano gioito all’annuncio, avendo erroneamente compreso che il fronte di guerra italiano era stato rimosso. Dopo i primi momenti di esultanza, però, il messaggio di Badoglio apparve –agli italiani ed ai tedeschi- in tutta la sua drammatica chiarezza: la guerra continuava.

Come prima risposta alle parole di Badoglio -mentre da Berlino si predisponeva l’invio di nuove forze sull’italico suolo- Allora i soldati di Hitler di stanza a Napoli smisero di colpo i festeggiamenti e corsero nei loro alloggi, imbracciarono le armi e cominciarono a sorvegliare ogni varco, chiudendo in un’autentica morsa la città. 

All’EIAR, intanto, dopo l’annuncio di Badoglio, le trasmissioni in programma erano state momentaneamente sostituite da colonne sonore improvvisate, intervallate da minuti di silenzi, e, poi, in uno stentato italiano, da appelli che invitavano gli italiani a cacciare i traditori ed a tornare: «coi vostri camerati germanici».

Seguivano, quindi, precise disposizioni a cui gli italiani si sarebbero dovuti attenere, ammonendo che ai trasgressori sarebbe stata riservata la pena di morte.  Un Hitler, particolarmente arrabbiato per il voltafaccia italiano, rilasciò a sua volta una sua dichiarazione alla radio:

«Le misure adottate per la salvaguardia degli interessi tedeschi in Italia sono severissime e vengono attuate con successo e conformemente ai piani […] Il destino dell’Italia deve essere una lezione per tutti gli altri popoli”. Quindi, in un messaggio al colonnello Scholl (il capo del distretto tedesco a Napoli), il fuhrer si raccomandò perché la città non venisse abbandonata dai soldati tedeschi se non prima di essere stata ridotta a “fango e cenere”».

Intanto il re Vittorio Emanuele III e lo stesso primo ministro Pietro Badoglio -le più alte cariche dello Stato- avevano lasciato Roma ed erano scappati verso Pescara, da dove si erano imbarcati per Brindisi, città già sotto il controllo degli alleati. Il Paese risultava, così, completamento abbandonato, allo sbando più totale.

Non si impartivano direttive politiche, non c’erano indicazioni per i militari, si viveva in un clima di si salvi chi può. La situazione –già di per sé fortemente drammatica- appariva ancor più complicata al sud, dove, essendoci stato lo sbarco alleato, si continuava una guerra con le armi ed un’altra senz’armi, fatta di stenti, di paura, di fame.

A Napoli, a dire il vero, c’erano molti soldati italiani ma erano male armati, con mezzi militari poco efficienti e, soprattutto, dipendevano dagli ordini di capi (in particolare i generali Riccardo Pentimalli ed Ettore Del Tetto, rispettivamente Comandante del 19° Corpo d’armata e Commissario militare della provincia di Napoli) ritenuti pavidi e titubanti.

L’alto graduato –di marcate simpatie fasciste- Pentimalli, infatti, aveva trascurato ogni collegamento con altri ufficiali ed aveva pensato solamente a mettersi in salvo, prima abbandonando la divisa e, poi, procurandosi un falso documento d’identità.

Del Tetto, invece –che aveva trovato ricovero in un’abitazione privata del Vomero e poi, per essere ancora più sicuro, in un convento a Capodichino- aveva continuato a consigliare prudenza ai suoi sottoposti, raccomandando loro di «non irritare i tedeschi e di trattare bene gli inglesi».

Occorreva, in altri termini, secondo il generale Del Tetto, dimostrare lealtà a coloro che fino a poco prima erano stati alleati degli italiani! Comportamenti disonorevoli, stigmatizzati dal direttore de Il Roma, Emilio Scaglione (di tendenza monarchica), che, nel settembre 1943, così scrisse:

«Io accuso le autorità militari preposte alla tutela di Napoli di essere venute meno al loro dovere e loro onore; di avere –per impreparazione, incapacità, negligenza, pusillanimità, corruzione, comunque: tradimento- disarmato e disperso le nostre truppe, vuotate deliberatamente le caserme, consegnato Napoli al nemico».

Non meno accomodante ed arrendevole fu anche il comportamento delle autorità civili locali, che, in modo complice, sottoscrissero alcuni manifesti, minacciando il ricorso a rappresaglie e a deportazioni nei confronti degli inosservanti agli ordini dei tedeschi.

Il prefetto Domenico Soprano -che già aveva censurato le frasi dei giornali ritenute irriguardose nei confronti degli uomini di Hitler- addirittura, alla richiesta di rappresentanti di partiti antifascisti perché fossero distribuite armi per la difesa della città, rispose invitando ad osservare atteggiamenti di concordia senza cadere in pericolose provocazioni comuniste.

In modo frammentario e contraddittorio venivano intanto diffuse informazioni dal fronte dello sbarco. Se da Radio Bari (nome della sede dell’EIAR di Bari, città in territorio già libero), infatti, giungevano notizie incoraggianti circa l’avanzata degli alleati, il giornale Il Roma sparava, invece, titoli differenti e preoccupanti:

«Attacchi nemici nel Salernitano stroncati dalle truppe del Reich; Le truppe germaniche attaccano con successo le forze nemiche!».

 

Bombardamenti e Ricoveri

Nel corso della seconda guerra mondiale Napoli fu, in assoluto, la città che subì più bombardamenti aerei; circa duecento, di cui ben 181 nel solo anno 1943. A pagare un prezzo altissimo fu la popolazione civile, che subì oltre ventimila morti, da aggiungere alle abitazioni, alle strade, ai ponti, ai monumenti, alle chiese, alle scuole ed agli ospedali distrutti.

Napoli era un obiettivo strategico: era sede di industrie (Bagnoli, Pozzuoli, San Giovanni a Teduccio), aveva un porto, ben più capace di quelli di Taranto e La Spezia, dove la flotta militare poteva trovare spazio pur nel flusso dei traffici commerciali.

E, poi, il capoluogo partenopeo era la prima grande città, che gli aerei alleati, decollati da Cipro o dalle colonie dell’Africa settentrionale, trovavano sulla propria rotta. Ma Napoli non aveva una contraerea di rispetto e, il più delle volte, la difesa era affidata ai cannoni di qualche nave per caso ancorata nel porto. Talvolta dal cielo, con le bombe della RAF (Royal Air Force), piovevano anche volantini:

«Napoletani! Noi inglesi, che mai fummo in guerra con voi, vi mandiamo questo messaggio […] Noi vogliamo solo la pace con voi. Ma siamo costretti a bombardare la vostra città perché voi permettete ai tedeschi di servirsi del vostro porto. Finché partono da Napoli navi cariche di armi e materiali tedeschi per le forze germaniche in Libia, Napoli sarà ripetutamente bombardata».

Col perdurare, però, della guerra i bombardamenti aerei non furono più strategici e, dalla fine del 1942, diventarono a tappeto (con la partecipazione dell’aviazione americana) riuscendo a provocare, perciò, moltissime vittime e distruzioni su tutto il territorio metropolitano.

Dalla seconda decade di gennaio 1943 i bombardamenti divennero giornalieri e in tutte le ore del giorno e della notte. Spesso l’allarme non riusciva a suonare nemmeno; le macerie aumentavano ed ostacolavano il passaggio frenetico delle ambulanze verso gli ospedali, che, in un marasma disorganizzativo, non riuscivano a garantire il pronto soccorso;

«Purtroppo quello che la gente racconta è vero; la carne umana a brandelli è stata trasportata agli ospedali; i feriti lungo i corridoi a terra senza essere medicati con gravissime lesioni per ore intere a causa della mancanza di infermieri, di chirurgi, di letti, di medicinali. La popolazione di alcuni rioni è letteralmente terrorizzata». (Relazione del Capo della Polizia al Prefetto, 16 dicembre 1943).

Dai ricoveri, da quella sorta di città sotterranea, tuttavia, qualcuno riusciva anche a combattere la paura con l’ironia e, sorridendo a denti stretti, canticchiava:

«Scoppia ‘a bomba ‘e l’aeroplano, / scoppia a nave dint’’o puorto, / e mannaggia ‘a chi v’è muorto/ chesta storia adda fernì».

Dopo qualche mese dall’inizio della guerra, poi, la morte dal cielo arrivò ancora più tragica. Infatti, gli aerei scendevano a bassa quota e cominciavano a mitragliare la gente, che, come in un formicaio a fuoco, cercava scampo nei ricoveri, in un anfratto, sotto un ponte, dentro un palazzo diroccato.

E, intanto, continuavano a piovere –questa volta scaricati dalla USAF (United States Air Force), l’aeronautica militare statunitense- volantini dal cielo:

«Hitler e Mussolini hanno condannato l’Italia a diventare la terra di nessuno […] Con la liquidazione della Campagna d’Africa, il posto dell’Italia, nella strategia dell’Asse è quello di un cuscinetto o paravento lungo il quale lo Stato Maggiore tedesco spera di rallentare la marcia delle Nazioni Unite […] Se noi vi diciamo che l’Italia diventerà terra di nessuno, vi parliamo sul serio; il vostro paese sarà esposto al bombardamento, al mitragliamento, alla disorganizzazione più completa; innumerevoli case finiranno in fiamme, per città e campagne si accumuleranno cadaveri. Freddo d’inverno, infezioni d’estate, sgomento, fame si moltiplicheranno».

Dopo le Quattro Giornate del settembre 1943, tuttavia, non cessarono i bombardamenti aerei. Infatti, una volta che Napoli era diventata la retroguardia della cosiddetta linea Gotica, fu la Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca, a sganciare bombe ed a continuare a mietere morte tra la popolazione innocente.

Dall’inizio della guerra i ricoveri sostituivano le abitazioni, le corsie d’ospedale, la quotidiana vita del vicolo. Erano diventati una comunità in cui si viveva, si faceva l’amore, si partoriva, ci si ammalava, si moriva.

Siccome quei rifugi antiaerei erano delimitati in spazi in cui potevano, però, essere irrorati, all’improvviso, gas venefici (iprite, acido cianidrico, clorofosgene, ossido di carbonio) necessitava munirsi soprattutto di neutralizzanti, di introvabili maschere antigas (ogni maschera costava £.35) -da far indossare specialmente agli ammalati ed ai neonati-, di cimose utili a turare le fessure, di spazi per evitare accalcamenti.

«Molti usavano i tunnel cittadini, come la galleria del IX Maggio (ricorrenza della festa dell’Impero), nonché quella del Chiatamone dove si trasferì l’Arsenale Marittimo […] Spesso accadeva che i palazzi colpiti crollassero sui ricoveri sottostanti, intrappolando centinaia di persone».

Molti ricoveri sorsero in prossimità delle chiese e, quindi, su altari improvvisati vi si celebrava messa e si impartivano sacramenti con l’accompagnamento di canti religiosi.

Quando piovevano le bombe sui ricoveri ma anche quando si respirava la stessa aria per tanto tempo (in compresenza con la promiscuità, la sporcizia, il freddo, la paura) la salute individuale era messa fortemente a rischio.

Nel ricovero di Sottomonte ai Ventaglieri, (ma non solo) si viveva come in un immenso formicaio.Durante la seconda guerra mondiale i ricoveri pubblici antiaerei, a Napoli, furono oltre quattrocento.

Non erano luoghi del tutto sicuri ma, con l’intensificarsi dei bombardamenti, divennero l’unica possibilità di salvezza per gli inermi cittadini, specie quando la DICAT (Difesa Contraerea Territoriale) non riusciva ad intercettare velocemente il pericolo in arrivo. Sin dal 1939 ogni palazzo, con azione propagandistica del Partito Nazionale Fascista, fu tenuto ad avere un proprio ricovero; i capi-palazzi ne erano i responsabili ed a loro erano affidati –insieme agli agenti dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) - i primi soccorsi in caso di incendi o di crolli.

Nello stesso periodo fu iniziata anche la costruzione di ricoveri pubblici, che risultarono sempre sovraffollati. Per tale ultimo motivo, perciò, fu istituito –dalla prefettura- un servizio di assistenza sanitaria con 18 medici, quotidianamente disponibili.

Quando, però, i bombardamenti aerei divennero più violenti e continui, il sostegno medico scomparve quasi del tutto. E fu in quest’ultima fase che si diffuse anche un’epidemia di tifo, che rese ancora più ingovernabili le già precarie condizioni sanitarie, con l’aggiunta di continui casi di difterite oltre che della presenza di cimici e pidocchi.

Il sovraffollamento non era l’unico problema di chi viveva, talvolta anche oltre i tempi degli attacchi aerei, nei tunnel o nella intricata rete delle grotte sotterranee (già rifugio dei primi cristiani), ricavate dal continuo scavo per il prelevamento del tufo da utilizzare nelle costruzioni.

Spesso, infatti, l’assembramento imposto dalle necessità belliche provocava problemi di convivenza tra i ricoverati di varia estrazione sociale:

«Alcuni brutti figuri con apprezzamenti insidiosi e provocatori non mancavano di generare turpiloqui e panico. Vero è che il ricovero è pubblico ma non per questo la condotta di taluni deve turbare la quiete di quelli, fra cui donne e bambini, che in tutta rassegnazione e con i nervi tesi sono lì a pazientare.» (Esposto del Podestà al Questore in data 1° gennaio 1941).

Per evitare, quindi, ulteriori elementi di tensione, sin dall’inizio dell’anno 1943, con apposita circolare del Ministero dell’Interno, era stato vietato l’ingresso ai cani nei ricoveri antiaerei (pubblici e privati), «anche se muniti di museruola e tenuti al guinzaglio».

Nei ricoveri i furti diventavano una prassi quotidiana; si rubava di tutto; anche le lampadine, che con la loro fioca luce costituivano l’unica fonte di illuminazione. Gli scugnizzi con improvvisate rime cantilenavano alcune irridenti filastrocche:

«Duce, Duce/ ‘a sera senza luce/ ‘a notte c’’areoplane, / ‘a matina senza ‘o pane; oppure: Duce, duce, comme ‘nce riduce/ ‘o juorno senza pane/ ‘a notte senza luce!» 

Con il perdurare della guerra i ricoveri divennero anche luogo di accoglienza di sinistrati, di profughi (provenienti dalla Dalmazia, dalla Libia e dall’Africa Orientale), di senza tetto della città e della provincia (circa dodicimila), che spesso, conquistato uno spazio permanente per la custodia di materiali e prodotti alimentari, si dedicavano al mercato nero.

Innumerevoli furono, quindi, le famiglie che vivevano nei ricoveri «come un orribile, brulicante formicaio umano nei rifugi delle vaste grotte dell’anfiteatro partenopeo, trasformati in mefitici, puzzolenti dormitori, con miserabili giacigli improvvisati, con cucinette improvvisate, nella quasi totalità di assenza di servizi igienici e di norme elementari di tutela. […] Sono almeno centomila senza tetto, annidati come aggruppamenti primitivi di tribù nelle caverne delle colline napoletane.» Relazione del Prefetto Soprano del 13 agosto 1943).

I principali rifugi antiaerei napoletani erano quattro: la Galleria Borbonica o Tunnel Borbonico (percorso costruito tra Monte di Dio e via Chiaia, nel 1853, per volontà di Ferdinando II, che si era preoccupato perché i re potessero avere sempre una via di fuga), l’Acquedotto greco-romano (intricato cammino tra grotte e cisterne, oggi noto come percorso della Napoli Sotterranea), Sant’Anna di Palazzo (una cavità, profonda 40 metri ed ampia mq. 3200, esistente nei cosiddetti Quartieri Spagnoli) e la Stazione di Materdei (creata dopo aver adattata alla bisogna una preesistente cavità di tufo risalente al 1761).

 

L’incendio dell’Università

Morte del marinaio Andrea Mansi

Da metà settembre 1943 le strade di Napoli pullulavano di automezzi tedeschi. A bordo erano stipati tantissimi giovani in divisa verde grigiastra.

Alcuni vestivano con calzoni corti e camicie aperte sul petto; faceva un caldo di fine estate, piacevole ma, nelle ore centrali della giornata, abbastanza umido tanto da rendere appiccicosa ancora di più quell’aria senza vento, immobile, che quasi sembrava spalmare un velo sulla pelle di chi si trovava per strada.

Non c’erano tram, non c’erano filobus, non circolavano carrozzelle trainate da cavalli, non c’era nemmeno una bicicletta. Erano, quelli tedeschi, gli unici automezzi in giro per le strade di Napoli, ai bordi delle quali si alzavano cumuli di macerie, avanzi di miseria con topi alla ricerca di cibo.

Dall’Università centrale, dal lato di via Mezzocannone, fuoriusciva ancora qualche filo di fumo; la puzza di bruciato si insinuava nelle narici. Erano le incancellabili testimonianze dell’incendio appiccato -qualche giorno- prima dai tedeschi all’antica sede degli studi e della cultura.

Infatti, il 12 settembre, domenica del terrore –mentre in via S. Aspreno giacevano i cadaveri ancora grondanti sangue di sei soldati italiani- tutta la cittadella universitaria era stata circondata da carri armati e mezzi tedeschi; i soldati, in numero di circa seicento ed armati di tutto punto, avevano giocato al tiro a bersaglio contro le finestre, le pareti, i libri e le suppellettili; poi, avevano provveduto ad incendiare i locali delle Facoltà di Ingegneria e degli Istituti di Chimica industriale, di Scienza delle costruzioni e di Elettrotecnica.

«Il giorno 12 settembre 1943 –alle ore 15,15- domenica, si presentarono al portone che dà accesso nel cortile del Salvatore, dopo di aver rotto il cancello posto all’imbocco delle rampe del Salvatore alla via Tari, una compagnia di soldati tedeschi, armati di fucili mitragliatori e bombe a mano […] Tutte le porte furono sfondate a colpi di arma da fuoco, fecero un’infernale sparatoria e ci obbligarono ad asportare dall’Istituto di Zoologia una macchina parlante, un apparecchio radio, una scatola porta dischi grammofonici ed un microscopio […] Dalle aperture alla strada dell’edificio  della R. Università, scantinato, pianterreno e primo piano, uscivano lampe di fuoco ed era tale e tanto l’incendio che noi tutti posti sul marciapiedi di fronte risentivamo del calore che sprigionavano le fiamme.» (Relazione di M. Petino, custode dell’Università).

I tedeschi riprendevano ogni particolare con le cineprese; le loro nefande imprese dovevano trasformarsi in immagini di propaganda, in testimonianze della loro potenza.

Ripresero anche la disperazione di un innocente marinaio (Andrea Mansi, di Ravello, fatto prigioniero mentre camminava per strada. Video) quando stava per essere fucilato sulle scale dell’Università (poco prima c’erano state altre sei esecuzioni sulle scale del Palazzo della Borsa, all’interno del quale c’erano state, forse, altre vittime).

Ai napoletani, che erano stati costretti a far da spettatori all’incendio dell’Università ed alla violenza perpetrata sul giovane Mansi, arrivò un ordine perentorio –da parte di un fascista italiano aggregato ai tedeschi- perché si inginocchiassero ed applaudissero.

«Tre sgherri all’ordine di un superiore, con fucili sparavano addosso all’infelice, il quale cadde, colpito all’addome, rantolando, poi uno dei tre assassini freddò con un colpo magistrale alla nuca il poveretto. E intanto il glorioso ateneo bruciava».

Andrea Mansi era nato a Ravello, il 24 aprile del 1919; era un marinaio di leva e – in quei tragici mesi del 1943- si trovava a prestare servizio presso l’Ospedale Militare di Fuorigrotta. Aveva ottenuto pochi giorni di licenza, che gli erano serviti per tornare ad abbracciare la sua mamma –Angelina Rispoli- nell’incanto delle sue contrade, nello splendore della costiera amalfitana.

La mattina del 12 settembre Andrea, dopo aver pregato ai piedi della statua della Vergine del Lacco, completamente all’oscuro delle decisioni assunte dai vertici politici e militari italiani, aveva ripreso –con mezzi di fortuna: un tratto a piedi attraverso i monti di Gragnano e, poi, in treno da Castellammare di Stabia- la strada per Napoli. Giunto all’Ospedale di Fuorigrotta, non aveva trovato anima viva: erano tutti spariti, volatilizzati.

Ancora ignaro degli ultimi eventi, chiuso nella sua divisa militare estiva (bianca) della Regia Marina, aveva deciso, quindi, di incamminarsi verso il centro della città. Chissà che non fosse stato fortunato nell’incontrare qualche suo commilitone!

Lungo la strada, però, Andrea, riconosciuto dai tedeschi proprio per la sua divisa bianca, era stato fatto prigioniero ed ingiustamente accusato di aver attentato alla vita di un soldato di Hitler ed anche di aver partecipato ad azioni, non meglio specificate, di sabotaggio. In realtà il suo arresto doveva servire da monito ai focolai di rivolta, che si stavano accendendo contro le soldataglie occupanti.

Andrea, con quanto fiato aveva in corpo, tentò di difendersi dall’accusa ed acclarare la sua innocenza. Ripetette più volte, nel dialetto della sua Ravello, di essere immune da ogni colpa: «Mammà, n’’aggio fatto niente! Mammà, n’’aggio fatto niente!»

Ma a nulla valsero le proteste del giovane ravellese. Dopo essere stato spintonato a colpi di calcio di fucile, fu, infatti, trascinato sulle scale dell’Università Federico II (ancora in fiamme), per essere giustiziato davanti ad una folla costretta ad applaudire e sotto l’obiettivo di una macchina da presa della Gestapo. Inizialmente, Andrea Mansi addirittura fu spinto verso il portone dell’Università da cui uscivano le lingue di fuoco, quasi a tentare di bruciarlo vivo.

Poi, legato ad un’anta rovente del portone universitario, divenne il facile bersaglio delle mitragliatrici tedesche.

«Il giovane gridava sempre, e noi, costretti a stare in ginocchio, agghiacciavamo di orrore; alcuni imploravano grazia per lo sventurato. Nove tedeschi, con i fucili puntati sul giovane, si disposero alla base della gradinata. Poi si udirono un ordine e una raffica. Il corpo straziato si abbatté al suolo. Ma non bastava: un ufficiale tedesco, preso uno dei fucili, mirò alla fronte del morto, e tirò anche lui.» (Testimonianza di Luigi De Rosa, testimone oculare).

Per alcuni anni quella giovane vittima dei tedeschi fu creduto essere un marinaio di Livorno, senza nome, tanto che, - l’11 novembre 1944- per deliberazione del Senato Accademico dell’Università di Napoli (Rettore Adolfo Omodeo), fu fatta affiggere una lastra marmorea a ricordo di un non bene individuato marinaio italiano ucciso dalla ferocia tedesca:

«Su questa soglia della casa della Scienza/ La ferocia tedesca uccideva/ il giorno XII settembre MCMXLIII/ Un marinaio italiano/ Per simulare un pretesto al meditato incendio/ dell’Università sette volte gloriosa nei secoli/ Risorta dalle fiamme l’Università/ Consacra al culto dei giovani/ Che si succederanno nei secoli/ La pietra da cui si leva/ Il grido di sangue d’Abele/ E la condanna del peccato irremissibile/ Perpetrato contro lo spirito immortale».

Ed una lapide posta alla Stazione Marittima ne tramandò memoria con i versi di una poesia (‘O marenaro) scritta da Aldo de Gioia:

«Riccio ‘e capille, ‘na faccia bruna,/ teneva ‘e spalle larghe e l’uocchie nire,/ passaje p’’o Rettifilo e fuje fatale, /pe chella via ‘nce rummanette ‘a vita,/ ‘mmiezo ‘o scalone ‘e ll’Università./ “Lassateme! Songo surdato/ e torno d’’a licenza,/ vaco ‘ncaserma e stongo franco ancora!”./ “Kapùt!”, dicettero ‘e tedesche/ e subeto ‘o rinchiettero ‘e mazzate,/senza sape’ che stevano facenno./ “Oj ma’”, gridaje. “Dateme mamma mia, / nun m’accidite, nun songo disartore!”./ ‘A raffica ‘e mitraglia ‘o pigliaie ‘mpietto,/ tanto valeva fosse muorto a mare,/ povero marinare, teneva vintuno anne./ Chiagnette Napule senza risciatà,/ ‘mmiezo ‘e macerie d’’e  ccase bumbardate/ sentettemo ‘nu grido ‘e libertà./ Quattro jurnate facettero ‘na guerra/ p’’o sango ‘e ‘stu guaglione marenaro./ Surdato ignoto resta senza nomme,/ ma è ricurdato pe ll’eternità!»

Nel marzo del 1951, però, fu ricostruita la tragica storia del marinaio Andrea Mansi ed i suoi resti potettero avere meritata sepoltura nella nativa Ravello.

 

Fascisti e collaborazionisti

Non c’erano soltanto i tedeschi a sparare sui napoletani in rivolta, a cercare di abbattere ogni coraggiosa barricata. Scrisse Federico Zvab che «una lunga e scrupolosa indagine ha assodato che il cinquanta per cento dei feriti e dei morti avutisi nella lotta contro i nazifascisti a Napoli nel settembre del 1943 è da imputarsi ai cecchini fascisti.» (Il prezzo della libertà, Spartaco, 2003).

Anche ad indirizzare i soldati del Terzo Reich nei punti giusti, a guidarli nei vicoli o nei nascondigli dove si imboscavano i napoletani scampati ai rastrellamenti, spesso, erano i delatori fascisti, erano alcuni italiani al soldo del nemico. Essi indossavano la camicia nera e fungevano quasi da scorta agli occupanti imbestialiti. Non erano di numero elevatissimo; erano un centinaio e si rivelarono un buon sostegno alle delittuose azioni messe in atto –in combutta- con i tedeschi.

Accusato di collaborazionismo fu Federico Travaglini, federale di Ponticelli, del quale si sospettava correità nell’eccidio di via Censi dell’Arco; anche un altro federale, l’avvocato Domenico Tilena, fu sospettato di essere molto vicino ai tedeschi, per aver fatto affiggere il manifesto col quale invitava la popolazione a mobilitarsi accanto agli uomini di Hitler.

Un altro gruppo di fascisti, durante i combattimenti, era assiepato all’interno della caserma Paisiello –in piazza Montecalvario- dalle cui finestre sparava continuamente sugli insorti; un altro gruppo di uomini in camicia nera tenne sotto tiro, per più giorni, i vomeresi del liceo Sannazaro; addirittura uno dei più facinorosi tra i fascisti, il federale di Enna, riuscì ad entrare nel liceo ma, prima di poter far fuoco con la sua pistola, fu atterrato con un bastone maneggiato da Antonino Tarsia in Curia.

A Materdei c’era un professore di educazione fisica, uno squadrista di nome Porro, che si era distinto per molte razzie ai danni dei forni del pane. Fu preso da una trentina di napoletani in rivolta, malmenato e fucilato in largo Capecelatro; si disse che prima della scarica mortale, sprezzante, avesse avuto ancora il tempo di inneggiare a Mussolini ed a Hitler.

Il caposquadra della milizia Giovanni Venturi, un lombardo, che «si sentiva più tedesco che italiano», dopo avere sparato per tre giorni di seguito sui rivoltosi di Montecalvario, fu –grazie ad un’incursione di scugnizzi- fatto prigioniero e fucilato sul posto (piazzetta Marinelli), i ragazzi, infatti, «pur non avendo nessuna lezione di strategia e visto che era impossibile tirare sul fascista, girarono il palazzo strisciando lungo il muro, salirono le scale, presero alle spalle il capitano, lo disarmarono, e così come trovavasi in pigiama lo tradussero sulla piazzetta; gli fecero osservare la strage compiuta e senza pietà fu messo al muro e fucilato». (Simon Pocock, Campania 1943, Three Mice Books, 2009). 

A via Salvator Rosa, invece, fu fucilato lo squadrista Tommasoni; durante le Quattro Giornate non aveva smesso un attimo di sparare dall’alto della sua abitazione in via Salute. A Miano fu trucidato il fascista Mastrecchia, responsabile della strage in cui trovarono la morte sei contadini del luogo.

Invece, Enza Izzo, convivente di un tedesco, fu uccisa in via Alvino, al Vomero, nella prima delle Quattro Giornate; si stava recando a denunciare dei giovani napoletani momentaneamente nascosti nel palazzo in cui abitava. Giovanni Menella, fascista di lungo corso, fu invece salvato a stento dal linciaggio della folla; ricoverato, per le percosse subite, all’ospedale degli Incurabili, quando ebbe sentore che sarebbe stato trasferito al carcere di Poggioreale, si diede ad un’ingloriosa fuga. Fu arrestato dopo poco tempo, sottoposto a processo e condannato a dodici anni di carcere. 

Alcuni altri collaborazionisti dei tedeschi furono, invece, arrestati e consegnati alle autorità alleate. «Nei giorni seguenti dovetti intervenire assieme a Murolo per arrestare alcuni fra i maggiori collaborazionisti dei tedeschi e sottrarli all’ira dei partigiani che in molti casi volevano fare giustizia sommaria e snidare le varie spie di cui si conoscevano i rapporti con i nazisti.

Fra questi il tenente della Finanza Sasso, che aveva il posto del Questore Lauricella e che aveva fornito ai tedeschi un piano per la distruzione delle più importanti industrie della città. In un primo momento Sasso si era dichiarato solidale con la nostra lotta ma fu smascherato da Murolo che aveva le prove del suo tradimento. Tutti gli arrestati furono consegnati agli alleati con le relative denunzie a loro carico». (Testimonianza di Giuseppe Sanges).

 

C’erano proprio tutti dietro le barricate

Dietro le barricate combattevano donne e uomini, vecchi e bambini, intellettuali, militari ed operai. Al ponte della Sanità fu infaticabile la giovanissima Maddalena Cerasuolo (20 anni), detta Lenuccia ‘a Sanità; altre donne si segnalarono per il loro attivismo: Anna Bruno, detta Annarella,  (del gruppo partigiano dei Ponti Rossi), Sirina Angora (una diciottenne di Ponticelli, che sottrasse alcune bombe ad un mezzo tedesco), Stella Emmia (ventitreenne sarta, che andò in giro a distribuire volantini contro i tedeschi), Eleonora Paduano, impegnata a lanciare mattoni contro gli occupanti della città; Maria Improta (che trasformò il suo basso in rifugio per quanti rifiutarono di aderire ai proclami tedeschi); Emilia Scivoloni, una popolana che assicurò il pane a una trentina di giovani nascosti nelle sterpaie dei Camaldoli; Clementina Pellone (sempre sollecita a dare una mano agli insorti); suor Maria Antonietta Roncalli, Superiora del Convento di Santa Maria delle Periclitanti, che si prodigò per dare un nascondiglio sicuro ai giovani braccati dai tedeschi.

Ancora altre donne furono protagoniste (spesso oscure) delle Quattro Giornate.

Esse combattevano sopra le barricate (come Giovanna Baiano nella battaglia del Pagliarone), proteggevano i loro uomini dai rastrellamenti tedeschi, erano latrici di messaggi in codice, si inventavano crocerossine ed infermiere. Tra le tante oscure eroine non possono non essere ricordate almeno due: Maria Improta e Anna Maria Pica.

La prima, Maria, mise a disposizione, rischiando di persona, la camera da letto della sua abitazione, pur di sottrarre molti giovani dai rastrellamenti. Da quella camera, infatti, con un salto si raggiungevano le fognature e, quindi, una strada abbastanza sicura verso la libertà

La seconda, Anna Maria, era una ragazzina di sedici anni ed abitava al Corso Vittorio Emanuele. Nel cuore dei combattimenti, alla sua porta bussò insistentemente un giovane braccato dai tedeschi. Anna Maria aprì e nascose il giovane; non riuscì, però, a fermare il tedesco che, poco dopo, voleva perquisire la casa.

La giovane cercò di opporsi con la forza; il tedesco le sparò un colpo al volto, ferita Anna Maria «si rialzò, per opporsi nuovamente, ma venne sparata una seconda volta e colpita alla spalla. Si rialzò […] rinnovando l’opposizione, il tedesco le sparò una terza volta colpendola di striscio all’addome e cadde in una pozza di sangue. Per tanto, il giovane e con lui il fratello della signorina ebbero il tempo di fuggire da una finestra, per cui la perquisizione risultò negativa.» (Aragno G., Le quattro Giornate di Napoli, Intra Moenia, 2017).

Portata all’Ospedale, la giovanissima Anna Maria riuscì a salvarsi, rimanendo, però, gravemente invalida.

Alle Quattro Giornate di Napoli diedero un forte contributo anche i femmenielli. La loro partecipazione fu un atto d’amore verso la città di Napoli ed una testimonianza di infinito coraggio. Ma fu, soprattutto, un segnale di integrazione di un popolo, che, coeso per dignità, si sentiva ed era affratellato nella lotta, per la riconquista della libertà e della democrazia.

Molti omosessuali, vestiti da donna, sfidando il controllo tedesco, trasportavano armi sotto le gonne, erano latori di messaggi ai combattenti, indicavano vie di fuga a chi scappava dai rastrellamenti. Ma vi furono anche molti femminielli, che, imbracciati i fucili, non ebbero remore a catapultarsi nella mischia. Quelli che caddero combattendo rimasero, spesso, senza nome.

Furono autentici eroi sconosciuti, protagonisti di un estremo sacrificio dei quali valse a liberare –insieme a quello di tanti altri patrioti- Napoli dai nazifascisti. 

Uno di questi eroi combattenti nelle giornate del settembre 1943 si chiamava Vincenzo ed abitava al rione San Giovanniello (via San Giovanni e Paolo); vendeva sigarette di contrabbando, viveva in un basso, che era la sua alcova ma anche il luogo di incontro e di riunioni degli omosessuali della zona, impegnati nella lotta per liberare Napoli dai tedeschi.

Nell’ottobre del 2018 accanto al basso di Vicenzo è stata apposta una targa alla memoria: «Per aver contribuito a liberare la città dall’occupazione nazifascista e per aver difeso gli ideali di giustizia, fratellanza ed uguaglianza. Ai femmenielli di Napoli e a tutte le persone LGBT».

Anche il clero napoletano ebbe un ruolo di primo piano nella cacciata dei nazisti dalla città. Alcuni –tra preti e suore- si segnalarono per il contributo di amore ed assistenza (molti si trasformarono in infermieri, barellieri e addetti alle mansioni più umili negli ospedali dei Pellegrini e degli Incurabili) offerto ai combattenti; altri non ebbero disdegno ad imbracciare un fucile, a nascondere e/o procurare armi, a mentire pur di salvare la vita non solo ai napoletani ma, talvolta, anche agli stessi soldati tedeschi.

Madre Ermelinda del Sacro Cuore, suora francescana del convento all’Arenella, salvò una ventina di giovani dai rastrellamenti, facendoli nascondere in un ripostiglio coperto da un pesante armadio; non paga, appena fu scongiurato ogni pericolo, incitò quegli stessi giovani affinché scendessero in strada a combattere.

Molti giovani napoletani riuscirono ad avere salva la vita grazie ai nascondigli procurati dall’assistente diocesano don Gennaro Nardi, da don Federico Russi e don Espedito Cirillo (rispettivamente parroci dell’Annunziata e di S. Maria della Misericordia a Capodimonte) nonché dal rettore della chiesa di Assunta alla Pedamentina di S. Martino (don Agostino Imparato).

Il padre barnabita Matteo Lisa –ben coadiuvato da don Igino Pinto e da don Erberto D’Agnese- scelse una barricata di via Salvator Rosa, per fare la sua parte dietro una mitragliatrice.

Il rettore della Chiesa di Gesù e Maria, padre Francesco Schettino, incurante del pericolo, invece, raccolse su un carrettino molti feriti degli scontri in Piazza Mazzini e li trasportò in ospedale. Singolare il contributo alla lotta di liberazione offerta dal sacerdote Antonio La Spina: sulle barricate di via Roma recitò il salmo 94: «Dio che fai giustizia, o Signore, mostrati nel tuo fulgore! Ergiti, giudice della terra, rendi ai superbi quello che si meritano».

Don Aldo Caserta, rettore della Chiesa di San Raffaele a Materdei, si prodigò, invece, da pastore delle anime, nel conforto dei feriti e nella benedizione dei corpi dei caduti; non si sottrasse, infine, dalla carità cristiana, riuscendo a convincere gli insorti napoletani a far salva la vita anche ad un tedesco e ad un fascista. 

 

Gli scugnizzi combattenti

Tra gli impavidi combattenti delle Quattro Giornate ci furono anche -talvolta non sempre bene identificati e, quasi sempre, entrati nella leggenda, grazie alla fantasia dei corrispondenti di guerra americani («I reporters alleati sono colpiti dall’onnipresenza dei ragazzini armati; inoltre un fotografo ex fascista ritrae e vende immagini di scugnizzi militarizzati; completa il quadro una celebre foto di Robert Capa che fa il giro del mondo (il ragazzetto con elmo e cartuccera che si appoggia a una scritta antifascista.» in De Antonellis G., Napoli sotto il regime, 1972) - le pittoresche figure degli scugnizzi.

Molti, purtroppo, persero la vita – tra cui Gennaro Capuozzo (12 anni), Pasquale Formisano (17 anni), Filippo Illuminato (13 anni), Antonio Garofalo (12 anni), Giuseppe Oliva (11 anni), Vincenzo Baiano (12 anni), Francesco Verde (13 anni), Mario Minichini (anni 17), Armando Salvati (anni 17), Gennaro Iannuzzi (anni 17), Gaetano Albanese (14 anni) - contribuendo, così, ad alimentare la retorica dei bambini - soldato senza evidenziare la difficoltà avuta dai partigiani combattenti nel frenare gli ardori dei giovanissimi.

«Nei più importanti e in un certo senso organizzati gruppi di combattenti, in cui non mancavano uomini seri, capaci e pienamente responsabili, ai ragazzi, agli “scugnizzi”, non furono date le armi e, quando le circostanze lo permettevano, furono loro tolte: certamente, in linea di principio, fare osservare una norma di questo genere non era né facile né sempre possibile, per il semplice motivo che i ragazzi volenterosi e diligenti erano attivi e capaci di procurarseli da loro stessi.» (in Zvab F., Il prezzo della libertà, 2003).

Quattro “scugnizzi” caduti durante i combattimenti furono insigniti della medaglia d’oro al valor militare.

Gennarino Capuozzo, cugino di Maddalena Cerasuolo, era nato a Napoli il 2 giugno del 1932. 

Sin da piccolo era stato accudito dalla famiglia Cerasuolo, perché sua madre, dopo aver perso tredici figli per malattia, era stata ricoverata in manicomio. I suoi amici lo chiamavano Gennarino ‘o fasulo da quando, per una di quelle inutili prodezze infantili, aveva infilato un fagiolo nel naso e non riusciva ad espellerlo.

Gennarino lavorava come ragazzo di bar; durante le Quattro Giornate incrociò un gruppo di ragazzi –suoi coetanei o di poco più grandi- che, evasi dal riformatorio di Sant’Eframo, sotto la guida di Giovanni Aiello (ufficiale di marina), si ritenevano utili e preparati a partecipare agli scontri in corso.

Il piccolo Capuozzo scelse di unirsi al gruppo degli improvvisati guerriglieri e si avviò a combattere al Frullone ed a Santa Teresa degli Scalzi, dove, dal terrazzo delle suore Maestre Pie Filippini fu incaricato di lanciare (lui, che eccelleva nel tiro con le pietre) bombe a mano sulla teppaglia tedesca.

Quando comparvero i carri armati Tigre, Gennarino si apprestò a lanciare il suo primo ordigno; nemmeno il tempo di lasciare andare la bomba che un cannoncino tedesco puntò e sparò sul terrazzo. Con Gennarino caddero altri sette valorosi napoletani, tra i quali lo studente Vittorio Lapugnano ed il giovane Roberto Savarese.

Il corpo di Gennarino Capuozzo fu possibile recuperarlo solo all’alba del giorno dopo; la morte era stata provocata da una scheggia, che gli si era conficcata nella gola. Fu portato a casa Cerasuolo e composto con una corona di rosario tra le mani. 

A guerra conclusa gli fu assegnata una medaglia d’oro alla Memoria:

«Appena dodicenne, durante le giornate insurrezionali di Napoli partecipò agli scontri sostenuti contro i tedeschi, dapprima rifornendo di munizioni i patrioti e poi impugnando egli stesso le armi. In uno scontro con i carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco. Prodigioso ragazzo che fu mirabile esempio di precoce ardimento e sublime eroismo».

Pasquale Formisano, figlio di Raffaele e di Nunziatina, era nato nel 1926; nel 1943 aveva appena 17 anni! Quando si cominciò a combattere contro i tedeschi, a nulla valsero le parole dei suoi genitori, che l’imploravano perché non corresse rischi.

Pasquale, però, fu sordo ad ogni raccomandazione, uscì di casa, impugnò fucile e bombe a mano e si tuffò, insieme ad un folto gruppo di suoi coetanei, nella mischia, agli ordini del tenente Fadda. Sparò contro un autocarro tedesco; poi, si appostò in vico d’Afflitto, dove sostavano alcune autoblindo.

Il giovane Formisano, indomito, riuscì a lanciare la prima bomba; si apprestava a tirare la seconda ma non ci riuscì: i tedeschi lo avevano colpito a morte.

Gli venne assegnata una medaglia d’oro al valor militare alla Memoria:

«La sua mano non tremò nell’epico gesto e con la bomba lanciò anche il suo cuore contro il ferrigno strumento di guerra tedesco che seminava la morte tra il popolo insorto. Colpito da mitraglia nemica, immolò in suprema dedizione alla Patria la giovine esistenza ed il suo olocausto si scolpì ad eterna memoria nell’anima di Napoli che nelle giornate della leggendaria insurrezione vibrò di entusiasmo e di dolore che sono la vera gloria dei suoi figli, soli artefici della sua vittoria».  

Anche all’apprendista meccanico Filippo Illuminato, di 13 anni, caduto in via Carlo De Cesare, fu assegnata una medaglia d’oro alla Memoria:

«Combattente tredicenne nella insurrezione di Napoli contro l’invasore tedesco, solo e con sublime ardimento, mentre gli uomini fatti cercavano riparo, muoveva incontro ad una autoblinda che dalla piazza Trieste e Trento stava per imboccare via Roma.

Lanciata una prima bomba a mano continuava ad avanzare sotto il fuoco nemico e lanciava ancora un’altra bomba prima di cadere crivellato di colpi. Suprema nobile temerarietà che solleva il ragazzo tredicenne fra gli eroi della Patria e che viene additata con fierezza al ricordo di Napoli e dell’Italia tutta».

La quarta medaglia d’oro al valor militare fu assegnata a Mario Menichini: «Amor di Patria infiammò il suo cuore e rese saldo il suo braccio che non tremò. In epico gesto degno delle tradizioni della vera gioventù italiana, affrontò e colpì con bomba a mano un carro armato tedesco che, avanzando per strade della martoriata città, seminava la morte fra il popolo insorto contro l’oppressore.

La sua giovane esistenza, stroncata dalla mitraglia nemica, vive e palpita nell’anima di Napoli che, nelle leggendarie Quattro Giornate, cantò la sua più bella canzone di amore e di morte che fu novella vita».

Mario Menichini, nativo di Pannarano (Bn), aveva lasciato la scuola (Liceo Pansini), per lavorare come tipografo. Arruolatosi nella Milizia fascista era stato mandato in servizio nel viterbese. Quando scoppiò la rivolta a Napoli, Mario non resistette più a lungo; disertò, infatti, dal suo reparto e corse a combattere nella sua città, a fianco della sua gente. Cadde in via Nardones, combattendo, il 29 settembre, sotto i colpi di una mitragliatrice tedesca.

 

Gli alleati entrano in Napoli liberata

L’incendio delle carte dell’Archivio di Stato

Nelle prime ore del mattino di quel piovoso venerdì 1 ottobre 1943 le strade di Napoli videro finalmente circolare un’unità blindata di ricognizione inglese; proveniva dalla via di Portici. Da Capodimonte, invece, una lunga fila di mezzi americani, si dirigeva verso il centro della città. Gli alleati avevano impiegato tre settimane per coprire la distanza tra Salerno e Napoli; ma finalmente erano arrivati!

Le donne, gli uomini, i bambini cominciarono ad uscire timidamente dai ricoveri, dagli improvvisati nascondigli, dalle tende innalzate tra le macerie delle abitazioni; applaudivano, ridevano –non lo facevano da tanto tempo! -, si abbracciavano come se avessero saputo di aver vinto appena la guerra (quella guerra), nella loro illusione, ormai definitivamente passata.

Anche il cielo sembrò accompagnare la speranza. Infatti, verso le 11 un bel sole autunnale prese il posto delle nuvole. Le campane delle chiese suonavano a distesa. Nelle strade ingombre di rovine, dalle finestre e dai balconi anneriti dagli incendi, sventolavano bandiere tricolori mentre la folla, come impazzita, continuava a gridare: «Libertà, libertà per tutti!».

Comparve anche qualche bandiera a stelle e strisce ed i nomi di quei soldati americani –si chiamassero Frank, John o Tommy- divennero subito familiari. Ed i Frank, i John, i Tommy –onorati e venerati come se fossero stati santi in una processione- affondavano le mani nei loro zaini e distribuivano caramelle, sigarette, calze a collant, scatolette di carne.                         

Eppure gli angloamericani, festosamente accolti, erano gli stessi che, con i loro bombardamenti aerei, avevano contributo a distruggere la città. Quel giorno, però, apparivano come coloro che avevano dato una mano a liberare un popolo dalla violenza dei tedeschi.

Erano le leggi della guerra, che preparavano Napoli a un lungo periodo di ricostruzione, di ambiguità e di speranza. E quando sui muri comparvero scritte di benvenuto (welcome) –insieme ad altre miste ad una grande confusione politica («Vogliamo Mussolini crocifisso; Morte ai tedeschi barbari assassini; W il Re, Badoglio e gli Alleati che ci hanno liberato dalla schiavitù!») - qualche napoletano, che aveva combattuto ed aveva rischiato la vita per liberare Napoli, piccato aggiunse il cartello: «Vi abbiamo liberato prima noi!»

I tedeschi, intanto, non avevano ancora posto fine alla loro nefasta presenza, che continuava a perpetrarsi (ed a procurare vittime) con le mine e con le bombe a tempo, disseminate ovunque e predisposte per intralciare il cammino degli alleati. L’ultimo massacro si era appena consumato in una banca, dove un ordigno a scoppio ritardato, collocato dai crucchi in fuga, aveva provocato molte vittime.  

Oltre agli innumerevoli lutti, alle distruzioni, alle razzie, alle violenze, le soldataglie tedesche avevano trovato, poi, anche il tempo per appiccare –la mattina del 30 settembre- un incendio, per rappresaglia, al Grande Archivio del Regno di Napoli (una preziosa raccolta di atti notarili, pergamene, codici, documenti conservati per volontà di Alfonso I d’Aragona, detto il Magnifico).

Non intesero risparmiare, infatti - benché informati dell’inestimabile contenuto delle centinaia di casse conservate nella villa e scongiurati dal compiere un’azione così delittuosa- quell’immenso patrimonio di storia e cultura (tra cui l’unico registro superstite della cancelleria imperiale di Federico II di Hohenstaufen e la Cancelleria Angioina [375 registri in pergamena e 3 in carta; 4 registri frammentari detti “registri nuovi”; 66 volumi in carta, intitolati “fascicoli”; 37 volumi di atti membranacei originali, detti “anche in pergamena”; 21 volumi di atti cartacei, originali, detti “anche in carta]), che il sovrintendente Riccardo Filangieri di Candida, per cercare di preservare dall’ingiuria bellica, aveva fatto trasferire dall’antico monastero dei SS. Severino e Sossio (sede dell’Archivio napoletano sin dal 1845) ad una villa –Palazzo Montesano [antica residenza dei Marchesi Mastrilli di San Marzano]- a San Paolo Belsito.

Ma la soldataglia alemanna, pur cosciente dell’incommensurabile valore culturale di quelle carte ivi conservate (866 casse di documenti, 54372 pergamene, innumerevoli fasci e volumi), non aveva inteso ragioni.

La mattina del 30 settembre aveva fatto irruzione nelle numerose stanze zeppe di documenti ed aveva applicate delle mine; quindi – come scrisse Il Risorgimento del 18 novembre di quell’anno - «accanto ad esse furono rovesciate lattine e fusti di benzina, e mezz’ora dopo, nelle tranquille aule della villa, il Grande Archivio del Regno di Napoli, che fu meta di studiosi di tutto il mondo, non era più che un mucchio di ceneri fumanti.» (Albanese C., Napoli e la seconda guerra mondiale, Infinito Edizioni, 2014, pag. 87).

Il poco che si riuscì a mettere in salvo (11 casse di protocolli notarili su 866 e 97 buste dell’Archivio Farnesiano) fu tutto per merito di un diciasettenne, Andrea Giagniuolo, che, sfidando più volte le fiamme, sottrasse alcune preziose testimonianze da estinzione certa. 

Un po’ di tempo dopo la nefandezza messa a segno dai tedeschi, Benedetto Croce scrisse: «Abbiamo perduto –e non tutti della gravità di ciò si rendono conto- per fredda volontà tedesca di schernitrice distruzione, il nostro maggiore patrimonio di memorie, tutta la parte più preziosa e veneranda del nostro grande Archivio di Stato, tutti i documenti, dalle pergamene del Ducato di Napoli alle carte della monarchia borbonica, tutte le memorie delle mostre antiche famiglie; e restiamo in questa parte irrimediabilmente, perpetuamente mutilati, che è uno stato d’animo del quale io personalmente non mi consolo se non pensando che la morte mi libererà da questo dolore trafiggente e da questa onta sofferta.» (Albanese C., cit.)

 

Le Quattro Giornate, una “fortuna” per gli Ebrei di Napoli

Inconsapevolmente, i napoletani con la loro rivolta avevano salvato la vita anche agli 835 Ebrei presenti in città. Infatti, per difendersi dalla rabbia del popolo insorto, le autorità tedesche non avevano potuto dare seguito all’arresto già previsto degli Ebrei di Napoli e di Roma. Herbert Kappler (il capo della polizia tedesca a Roma), così scrisse –il 6 ottobre 1943- al suo superiore di Berlino, il generale Karl Wolff:

«L’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich ha inviato il capitano Dannecker per catturare tutti gli ebrei in un’azione lampo e deportarli in Germania. A causa dell’atteggiamento della città di Napoli e delle conseguenti, incerte condizioni operative, l’operazione non ha potuto essere realizzata».

L’operazione era stata denominata Samstagshlag (la sorpresa del sabato) ed avrebbe dovuto avere inizio appunto sabato 25 settembre. Lo aveva deciso lo stratega del genocidio, il generale Heinrich Himmler. Il sabato, infatti, per gli ebrei (gli esseri inferiori) era il giorno di riposo; potevano, perciò, essere facilmente catturati ed avviati verso i campi di sterminio.

Era stata scelta la città di Napoli, come sede iniziale della deportazione degli ebrei, perché, nella considerazione dei tedeschi, il capoluogo campano era quieto, remissivo, sempre più prono alla sottomissione ed, inoltre, disinteressato alla questione della razza.

Erano stati predisposti, perciò anche i vagoni ferroviari piombati, pronti per fare affrontare l’estremo viaggio agli 835 ebrei (la Prefettura possedeva una lista bene aggiornata) dei quali si conoscevano domicilio ed abitudini. Però, qualcosa di improvviso e di importante mandò all’aria i programmi stabiliti; Napoli si era ribellata ai tedeschi!

Ed allora dal quartiere generale dei tedeschi –dall’albergo Parker di Corso Vittorio Emanuele- fu inviato un dispaccio alla Cancelleria di Berlino:

«Quell’operazione non può cominciare causa del clima ostile della città e dell’inaffidabilità dei carabinieri».

Gli Ebrei a Napoli erano stati presenti sin dal I secolo a.C., come testimoniano, d’altra parte, sia alcune tracce del tessuto urbano sia alcune scelte della toponomastica cittadina.

Con le leggi razziali del 1938, che a Napoli furono applicate in modo ferreo, e con l’apertura di un campo di internamento in Campania, moltissimi nuclei di ebrei furono costretti a lasciare la città; l’emorragia maggiore «della preoccupante infiltrazione giudaica» (che Il Mattino, dopo l’approvazione delle leggi razziali del 1938, denunciò specialmente rispetto alla presenza tra i professori dell’Università) si ebbe negli uffici pubblici e nella scuola (specialmente tra i docenti).

Gli studenti, invece, ebbero la possibilità di frequentare una sezione speciale alla scuola Vanvitelli, al Vomero, dove le autorità scolastiche fasciste avevano istituito l’unica classe (una pluriclasse) speciale per ebrei.

Era formata da soli dieci alunni, ai quali era assolutamente vietato incrociare allievi di altre classi; infatti alla classe degli ebrei era fatto obbligo di anticipare di mezzora l’entrata e posticipare di un’altra mezzora l’uscita da scuola, di utilizzare servizi igienici separati, di saltare, spesso, la ricreazione, per evitare “pericolosi” incontri con alunni delle classi “normali”!

Furono quaranta, comunque, gli Ebrei di Napoli, che, catturati altrove, furono deportati nei campi di sterminio, dove trovarono la morte 19 uomini, 16 donne e 3 bambini.

La vittima più giovane si chiamava Luciana Pacifici, una bambina di pochi mesi, nata a Napoli (28 maggio 1943), deportata con i genitori (30 gennaio 1944) da Bagni di Lucca ad Auschwitz, deceduta di stenti il giorno stesso [se non lungo il viaggio] dell’arrivo nel campo di sterminio (6 febbraio 1944), quando i suoi genitori erano stati immediatamente spinti nelle camere a gas.

Ma non vanno dimenticati i nomi di Evi Eller (bimba ebrea rinchiusa con i genitori nel carcere di Poggioreale) e di Sergio De Simone (un bambino di appena sette anni, deportato e, poi, impiccato ad Amburgo insieme ad altri diciannove innocenti, dopo che su di loro l’equipe del medico nazista Kurt Heissmeyer aveva iniettato il virus della tubercolosi).

Alberto Defez (1923-2014) fu uno degli ebrei -combattenti delle Quattro Giornate- che aveva evitato la deportazione grazie proprio all’insurrezione del popolo napoletano; egli così raccontava le prime ore di quei giorni di settembre 1943:

«Durante la notte tra il 26 e 27 settembre sentimmo spari di mitragliatrice ad intermittenza e, scrutando attraverso uno spiraglio, vedemmo degli automezzi leggeri tedeschi che percorrevano via Roma, che si arrestavano all’incrocio con via Tarsia, così come agli altri incroci, mitragliavano prima da un lato e poi dal lato opposto, dopo di che proseguivano e un altro automezzo che sopraggiungeva ripeteva la stessa operazione. E così andò avanti per tutta la notte. Non ci rendevamo conto di cosa stesse accadendo».

Nella storia degli ebrei in Campania si segnalò la comunità di Tora Presenzano (oggi Tora e Piccilli), un piccolo centro del casertano, che dal 1942 divenne il luogo dove venivano internati o avviati al lavoro obbligatorio un buon numero di giudei napoletani.

Con l’occupazione tedesca la vita di quegli esuli ebrei fu sconvolta, perché essi rischiarono in ogni momento di essere arrestati dai tedeschi e deportati. La popolazione di Tora, però, (compresi i fascisti locali con in testa il podestà Ciro Maffuccini) li protesse da ogni pericolo, li nascose con discrezione e provvide al loro sostentamento.  Tora e Piccilli, nel 2002, fu insignito della medaglia di Giusto tra le Nazioni.

 

 

 

 

 

 

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