Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Pietro Cesarano, un partigiano di Santa Maria la Carità

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Dopo la firma dell'armistizio tra Italia e Forze Armate Alleate divulgata nella tarda serata dell'8 settembre 1943, la Germania, da ex alleata del regime fascista, crollato il 25 luglio, si trasformò in un mortale nemico procedendo all'occupazione militare del Paese, aiutata in questo dai fascisti rimasti fedeli al Duce, che intanto aveva costituito lo stato fantoccio della Repubblica di Salò nella parte settentrionale dell'Italia.

Nel Mezzogiorno, dopo lo sbarco delle Forze Alleate prima in Sicilia e successivamente, il 9 settembre, nella piana di Salerno, le truppe militari tedesche, ritirandosi verso il Nord del Paese, avviarono una serie di saccheggi, distruggendo ponti, vie di comunicazioni, apparati industriali e finanche non esitando a fare stragi di civili.

Il 22 settembre 1943 il Prefetto di Napoli,  Domenico Soprano, al servizio dell'esercito tedesco di occupazione e su ordine del colonnello Walter Scholl, con un manifesto murale  diede dato l'avvio al rastrellamento dei giovani da 18 ai 40 anni da deportare in Germania e nei vari territori occupati dal Terzo Reich, per utilizzarli come schiavi nelle loro fabbriche e nei  campi, sempre a corto di personale e braccia da lavoro dopo la chiamata alle armi da parte di un disperato Hitler, anche dei ragazzi di sedici anni.

 

L'ordine perentorio era di sparare a vista contro chiunque opponesse resistenza.

Anche il circondario di Castellammare di Stabia fu teatro di questo orrore con la deportazione forzata di migliaia di giovani, molti dei quali non fecero più ritorno dai campi di concentramento, dalle fabbriche e dalle campagne dove furono obbligati a lavorare per l'industria tedesca.

A Castellammare di Stabia, nuclei di operai, marinai e militari provarono a difendere con le armi le loro industrie e in particolare il Cantiere navale, ma furono costretti a soccombere, lasciando sul terreno molti morti.

Anche a Gragnano, Sant'Antonio Abate e tra i comuni dei Monti Lattari ci fu qualche sporadico, sfortunato tentativo pagato con la vita.1

Santa Maria la Carità pagò il suo prezzo di sangue e di deportazione. Qui, utilizzando inediti documenti conservati nell'Archivio Centrale di Stato di Roma, ci limitiamo a raccontare la breve vita di uno dei suoi dimenticati figli, un piccolo grande eroe che disprezzando il pericolo, diede generosamente la sua vita per salvare quella dei suoi compagni.

L'eroico partigiano di Santa Maria la Carità, Pietro Cesarano era nato nel piccolo borgo di Santa Maria la Carità, in via Casa Palomba, un vicoletto di campagna ancora esistente di via Cappella dei Bisi, nei pressi della scuola elementare, il 28 giugno 1904, figlio del colono Carmine, di Melchiorre, di anni 30 e della contadina Teresa Aprea, di Pasquale. 

Pietro era piccolo di statura, appena 1,56, capelli castani, analfabeta, aveva fatto il militare a Bari nel Raggruppamento Trasporti, Gruppo Auto e congedato nel novembre 1925, avendo tenuto una buona condotta e servito con fedeltà e onore, come recita il suo foglio di congedo.

Fu più volte richiamato in servizio per istruzioni, una volta al distretto militare di Nola e successivamente presso il 1° Centro Automobilistico a Torino per sei mesi, dall'8 marzo al 23 agosto 1939 quando fu definitivamente congedato.

Tornato a casa si era sposato con Maria Rosa Sorrentino più giovane di cinque anni, dalla quale ebbe sette figli, il primogenito, Carmine (1929) e cinque femmine, Carmela (1930), Teresa (1933) Giuseppa (1936), Emilia (1938), Pierina (1944). Un secondo maschio, Sebastiano, sesto figlio nell'ordine di nascita, morì, ancora neonato, pochi mesi dopo la nascita, nel 1942.

Pietro Cesarano era muratore, bracciante, contadino e chissà che altro per mantenere la sua numerosa famiglia. Non sappiamo se avesse idee politiche, se fosse fascista, comunista, socialista o che altro. Di sicuro non amava i tedeschi ed era probabilmente di idee antifasciste.

Del resto anche nel piccolo borgo sammaritano il fascismo aveva fatto sentire il fetore della sua presenza fin dalla costituzione di un locale Fascio di Combattimento guidato dal commerciante Ernesto Marino, sulla scia di quello sorto nella vicina Gragnano, fondato dal capitano Giacomo Cuomo il 9 aprile 1921, mentre Eduardo Borrelli fungeva da delegato del Podestà di Gragnano. 

Non erano mancate punizioni corporali nei confronti dei pochi dissidenti e la chiusura di un circolo ritenuto covo di sovversivi, così come erano stati denunciati come antifascisti diversi concittadini facendoli schedare dalla famigerata polizia politica.2

Quando si sparse la voce in quel settembre 1943 che diverse pattuglie di militari tedeschi stavano rastrellando giovani da deportare in Germania, Pietro non si perse d'animo e con altri amici si diede appuntamento nel giardino di casa di Giuseppe Di Somma in via Polveriera 17.

Giuseppe era un vecchio agricoltore, già noto antifascista e per questo schedato e sorvegliato dalla polizia politica nel corso degli Anni trenta.

A quel convegno improvvisato e semi clandestino parteciparono i due figli di Giuseppe, Eugenio e Luigi, e Salvatore Chierchia, per studiare il modo in cui difendersi dalle rappresaglie naziste in atto. Forse Pietro era l'unico ad essere armato, essendo riuscito a sottrarre in precedenza agli stessi tedeschi alcune bombe a mano.

Non è mai stato chiarito se i tedeschi ebbero sentore di quel convegno clandestino, se furono traditi da qualcuno che fece la spia o fu il frutto dei rastrellamenti in corso a portare la pattuglia tedesca nei pressi della casa di Giuseppe Di Somma. Presumibilmente la pattuglia di quattro militari germanici arrivò in via Polveriera nel corso dei rastrellamenti attivati in tutto il territorio fin dalle prime ore del mattino e in diversi punti erano stati sparati colpi di mitra contro quanti tentavano di sfuggire alla cattura e già si contavano morti e feriti.      Ù

Quando i quattro militari furono nei pressi del giardino, Pietro arrivato in quel momento all'appuntamento si parò davanti alla pattuglia cercando di lanciare contro di loro una bomba a mano, ma furono più veloci i nazisti mitragliandolo e uccidendolo sul colpo. Non sappiamo se riuscì a lanciarla, se lo fece di sicuro nessun militare tedesco rimase ferito.

Dopo averlo colpito la pattuglia si avvicinò al cadavere per accertarsi di averlo ucciso e nel perquisirlo videro che possedeva altre bombe, accorgendosi che erano di origine tedesca. Allora furono presi dall'ira e per ulteriore sfregio lo decapitarono senza pietà, dopo avergli rubato i pochi soldi che aveva in tasca.

All'udire i colpi di mitra, Anna D'Auria, la madre dei fratelli Di Somma, uscì in strada credendo che ad essere ucciso fosse stato uno dei suoi figli.

Tutto accade a pochi metri da via Visitazione, la strada in cui Pietro aveva abitato per lunghi dopo il matrimonio con la sua numerosa famiglia, nei pressi della Prima Traversa Calabrese. Si erano poi trasferiti in via Cappella dei Bisi ed infine in via Petraro 24, dove il 10 maggio 1942 era nato Sebastiano, sfortunatamente scomparso tre mesi dopo.

Forse la morte del figlio aveva fatto loro intendere che quella casa non portava bene ed erano tornati ad abitare in via Visitazione.  

Come con tutti i resistenti, i nazisti non si limitarono ad ammazzarlo senza pietà, ma la sua morte doveva servire da esempio e per questo il corpo ormai privo di vita, stando ad alcuni racconti, fu lasciato per strada ed esposto, non è chiaro se per alcune ore o addirittura per due giorni. Le poche testimonianze divergono nei ricordi, senza che nessuno osasse o potesse avvicinarsi, familiari compresi, per paura di altre feroci rappresaglie.3

Quando i tedeschi lo permisero, la moglie di Pietro si avvicinò al cadavere del marito e con non poca forza d'animo prese il corpo e l'appoggio su di una carriola per portarlo al cimitero e dargli la giusta sepoltura.4

Secondo una testimonianza del dipendente comunale, Beniamino D’Auria, tra i tanti che Pietro Cesarano aveva provato ad aiutare, ci fu anche il padre, allora ragazzo di 16 anni, inseguito e mitragliato dai tedeschi nel corso del rastrellamento del 23 settembre. Giovanni D’Auria, il padre di Beniamino, riuscì a salvarsi, senza essere colpito. Il povero Pietro lasciò la moglie incinta del suo settimo figlio, una femmina nata il 16 aprile 1944.

La bambina fu in seguito battezzata col nome di Pierina, in ricordo di quel padre che non le fu consentito di conoscere.

Sulla morte di Pietro Cesarano e sui giorni che seguirono, vi è la testimonianza di Pierina, la sua ultima figlia, nata dopo la sua morte, rilasciata all'Autore. La testimonianza diverge leggermente dalle altre raccolte e dagli stessi documenti conservati presso l'Archivio di Stato, ma nulla toglie all'orrore dei fatti narrati:

 

«Non è vero che mio padre fu legato ad un palo, né a nessun albero come altri vi hanno detto È vero invece che dopo essere stato ammazzato fu lasciato a terra per due giorni, senza che nessuno potesse avvicinarsi.

A prendere i soldi dalle sue tasche furono i fratelli di mio padre. Erano tempi di miseria e in casa ce n’era bisogno. Dopo due giorni i fratelli, Sebastiano e Gennaro, presero un cassettone del comò e scesero in strada per metterci il corpo di mio padre.

Lo misero su di un carretto e lo portarono al cimitero. Purtroppo non poterono seppellirlo perché la zona era piena di tedeschi.

Questi sparavano dappertutto e contro chiunque. Quindi furono costretti a lasciare il corpo a terra e scappare via per non essere a loro volta catturati o uccisi.  Dopo che i tedeschi furono andati via, Gennaro e Sebastiano tornarono al cimitero ma del corpo del loro povero fratello non c’era più traccia. Né fu più trovato, impedendo alla famiglia di avere una tomba su cui piangere il nostro caro padre.

Questa è la verità così come mi è stata raccontata dalla mia famiglia».5

 

A Pietro Cesarano, piccolo, grande eroe, dimenticato dalla comunità e dalle istituzioni locali, venne tributato l‘8 ottobre 1947 il riconoscimento di Partigiano, caduto combattendo contro i tedeschi, dall’apposita Commissione Regionale rappresentata da due membri di ogni partito aderente al Comitato di Liberazione nazionale (CLN), costituito in seguito al Decreto legge Luogotenenziale del 21 agosto 1945.6

Quella di Pietro Cesarano non è stata l'unica morte innocente subita in quelle tragiche giornate di settembre dalla piccola comunità di Santa Maria la Carità.

Nelle stesse ore, non lontano, nel corso di rastrellamenti da parte di diverse pattuglie tedesche, veniva ucciso il diciannovenne, Antonio Raiola, mitragliato, accoltellato e derubato nei pressi di via Canneto I, dove aveva disperatamente tentato di sfuggire ai tedeschi.7

Forse non s'incrociavano, forse neanche si conoscevano, ma nella stessa strada fu mortalmente ferito ad una gamba un altro giovane sammaritano, il diciannovenne Pasquale Alfano, forse falciati dalla stessa pattuglia o da un’altra, non è dato sapere.

Soccorso dagli stessi familiari, morì dopo tre giorni di sofferenze.8

la quarta vittima si chiamava Domenico Langellotto, nato nel 1908 in via Messigno. Per sfuggire ai tedeschi provò a mettersi in salvo sulle colline di Gragnano, in zona Caprile, ma qui incappò in una pattuglia tedesca e da questi mortalmente ferito. Trasportato presso il vicino ospedale non sopravvisse. Era il 27 settembre.9

Santa Maria la Carità ricorda da sempre quello che ritiene essere l'unico eroe dell'antica borgata, dedicandogli la maggiore e più importante piazza del paese, Ernesto Borrelli, nato il 16 gennaio 1916, ufficiale dell'aviazione, caduto nel corso di un combattimento aereo e affondato nel Mediterraneo il 27 marzo 1943 e decorato con diverse medaglie d'argento al valor militare.10

Ci auguriamo che un giorno non lontano Pietro Cesarano possa essere ben più degnamente ricordato dalla Amministrazione Comunale e dai suoi concittadini e la sua memoria affidata ai posteri, intitolandogli una strada, una tra quelle dove è nato, dove abitava con la sua famiglia, o magari la stessa in cui fu ignobilmente ucciso e seviziato senza umana pietà.11

 

Note

 

1. Per eventuali approfondimenti cfr. R. Scala, Quei terribili giorni del 1943; I giorni della memoria a Castellammare di Stabia ed infine, Settembre 1943. I partigiani di Castellammare di Stabia. L'antifascismo a Castellammare di Stabia. 1922 – 1943.

2. Scala, Ettore Cascone: Santa Maria la Carità, settembre 1943: una strage dimenticata. Storie di coraggio e di viltà di una piccola comunità, BookSprint, 2017.

3. Atlante delle stragi nazifasciste in Italia, cfr. voce, Santa Maria la Carità.  Scheda compilata da Isabella Insolvibile

4. Da una testimonianza rilasciata dai fratelli Di Somma, Eugenio e Luigi, da Alfonso Di Somma, Salvatore Chierchia, Francesco Chierchia e Anna D'Auria al Ministero dell'Assistenza post bellica, Commissione per il riconoscimento qualifiche partigiani, Ufficio di Napoli, senza data, ma settembre 1944.

5. Testimonianza della signora Pierina Cesarano, figlia di Pietro, rilasciata in data 13 giugno 2017 agli Autori e pubblicata nel volume, Santa Maria la Carità, una strage dimenticata cit.

6. ACS,, Fondo Compart, Pietro Cesarano.

7. Raffaele Scala, Ettore Cascone: Santa Maria la Carità. Una strage dimenticata, cit.

8. Ibidem

9. Ibid

10. La Stampa, 29 marzo 1943, Bollettino n. 37

11. In Piazza Borrelli una stele ricorda i caduti, civili e militari, delle due guerre mondiali e inaugurata il 7 gennaio 2007, in occasione della Festa del Tricolore. Tra questi figurano sia Pietro Cesarano che Pasquale Alfano, manca Antonio Raiola. A quanto ci è dato capire i 27 nomi elencati furono raccolti senza nessun criterio di ricostruzione storica degli eventi ma semplicemente sulla scorta delle testimonianze dei parenti ancora viventi e raccolte affidandosi alla memoria dei sopravvissuti.

 

 

 

 

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