Anche i cartoni Disney sotto la scure del politically correct
Il motivo è il solito. I cartoni anzidetti sarebbero viziati da un razzismo di fondo e da un disprezzo per le culture “diverse” che le persone comuni non percepiscono affatto, mentre per i sacerdoti della correttezza politica è così evidente da scatenare una condanna senza pietà. Prendiamo per esempio il celebre film d’animazione Lilli e il vagabondo. I due gatti siamesi che si esibiscono in una sessione godibilissima di musica jazz, secondo i censori, danno vita a una visione stereotipata – e perciò scorretta – della cultura asiatica. Per non parlare dei cani ospitati nel canile. In particolare il chihuahua messicano Pedro e il borzoi russo Boris. Parlano entrambi con un forte accento caricaturale a adottano comportamenti che – secondo i medesimi censori – riflettono una visione negativa dei Paesi da cui provengono. E non è per nulla finita. Nel cartone Gli aristogatti troviamo un altro micio siamese disegnato in modo da fornire una rappresentazione ridicola degli asiatici. Nemmeno il tenero Dumbo è risparmiato. Nel cartoon che lo vede protagonista alcuni corvi neri lo aiutano a volare. Ebbene, tali uccelli parlano con voci che, sempre secondo i censori, ricordano gli attori bianchi che un tempo si dipingevano il volto per sembrare afroamericani, peccato davvero imperdonabile. E chissà se gli autori avevano davvero in mente qualcosa di simile.
Ne Il libro della giungla la scimmia King Louie canta in stile dixieland e sarebbe pertanto un’altra rappresentazione razzista e caricaturale degli afroamericani, aggravata pure dalla pigrizia del personaggio animato. Né bisogna dimenticare Peter Pan. Nel film i nativi che vivono sull’isola (che non c’è) sono chiamati “pellerossa”, definizione oggi giudicata offensiva e discriminatoria. Inoltre lo stesso Peter Pan e i ragazzi che sono con lui ballano indossando i classici copricapi di piume dei film western. Anche in questo caso si tratterebbe di una rappresentazione derisoria dei nativi americani e della loro cultura. Gli attuali censori della Disney ritengono quindi opportuno inserire nei classici cartoni suddetti una raccomandazione di questo tipo: “E’ necessario rilevare l’impatto dannoso del contenuto, imparare da esso e stimolare la conversazione per creare insieme un futuro più inclusivo”. Ridicolo? Forse, ma mette conto notare che questo tipo di mentalità si sta diffondendo negli Stati Uniti con la velocità della luce, e vi sono segnali che stia per giungere anche in Europa. Chi scrive continuerà ad ammirare tutti i cartoni dianzi menzionati, ritenendo che essi siano capolavori privi di contenuti dannosi. Finora la visione viene preclusa in streaming, ma chi conserva le cassette a casa può guardarle tranquillamente. Almeno finché gli agenti del politically correct non troveranno il modo di impedirne totalmente la visibilità alla TV e - perché no? – anche nelle abitazioni private.
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Era già noto, ma ora la Disney ha reso ufficiale la notizia. Tutti i cartoni classici che hanno allietato bambini e adulti per decenni sono entrati nel mirino del politically correct, e la mannaia sta tagliando con grande velocità la testa di personaggi entrati nell’immaginario di molte generazioni.