Un Magistrato in fabbrica: intervista al procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello

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Lei è nato nel 1941 a Frugarolo, un paese dell'Alessandrino con duemila abitanti, che è citato nelle guide turistiche per una chiesa romano-gotica. Può parlarci della sua famiglia?


Io sono figlio unico. Ho avuto un ottimo rapporto con i miei genitori. Mio padre era un artigiano, faceva il sarto. Di origine salernitana, decise di trasferirsi a Torino
poco prima della guerra. Qui conobbe mia madre, vissuta fino a 98 anni, che veniva appunto da Frugarolo. Dove ci rifugiamo durante la guerra e dove ho trascorso
varie estati quando ero bambino, sempre in giro per la campagna. Atorino stavamo nel quartiere di San Secondo. Ho fatto il classico al Liceo D'Azeglio


Quello prestigioso di Bobbio, Mila, Ginzburg, Einaudi. Finito il liceo, perchè scelse di studiare giurisprudenza e come proseguirono i suoi studi? Che cosa ha rappresentato lo studio per lei?


All'università ho optato per giurisprudenza come scelta non dico occasionale ma senza una finalità. Era una scelta che non implicava ancora una prospettiva professionale, però apriva più strade. In realtà al liceo io amavo molto la letteratura classica: c'era un professore di letteratura greca particolarmente bravo, che mi accese la fiammella per i lirici greci, la mia prima appassionata lettura.

 

All'università ho avuto professori importanti: i due che hanno esercitato più influenza sulla mia esperienza sono stati Norberto Bobbio, perché mi ha chiarito i fondamenti del diritto, e Giovanni Conso, col quale ho preparato la tesi di laurea e del quale sono diventato assistente di procedura penale. Con lui presi anche la libera docenza, sembravo decisamente avviato verso la carriera accademica.

Ho cambiato idea forse perché come prima cattedra avrei dovuto spostarmi all'Università di Cagliari ma soprattutto credo abbia giocato il fatto che a me piaceva meno l'insegnamento. Aggiungo una considerazione: lo studio mi piaceva, come mi piace ancora oggi, soprattutto se è legato ad una attività pratica. Questa è una delle cose che nel bene e nel male caratterizzano la mia vita: unire lo studio a un'attività specifica, sfruttare lo studio per raggiungere un obiettivo concreto, e dall'altra parte avere un'attività pratica che alimenta lo studio e lo rende necessario. Ho avuto sempre bisogno che le cose studiate diventassero cose concrete; in questo senso il mio studio non è solo teorico, è sempre pensato per come lo potrei utilizzare nei
processi.[ ]

Devo dire che i processi rilevanti che ho fatto nella mia vita non sono mai nati per caso, non si sono sviluppati da occasionali denunce. [] Un ruolo attivo del magistrato nella ricerca delle notizie di reato presuppone uno studio, che può essere studio delle norme giuridiche ma anche dei presupposti scientifici fino per esempio alla letteratura tecnica e medica. Io perciò ho studiato sempre molto la giurisprudenza, proprio perché mi dà tutta una serie di spunti per capire come si possano fare certe indagini e impostare certi processi. [...]


Questa giurisprudenza è una fucina per rinnovare il paese no?


Ci sono in particolare alcuni temi che m'interessano di più. Il primo è la sicurezza sui posti di lavoro. Quindi le questioni ambientali e la tutela del consumatore; poi ci sono temi specifici che sto coltivando da anni: tra essi la colpa professionale medica e la diffamazione a mezzo stampa. Per concludere: mi sono laureato in giurisprudenza nel 1964 e sono entrato in magistratura nel 1967. Il primo incarico, come prassi, è stato quello di uditore giudiziario senza funzioni, per due anni. Si va in giro per vari uffici; poi mi sono fermato all'ufficio istruzione. Quando, però, mi sono state conferite le funzioni ho preferito passare in pretura penale.


Ma la sua generazione, e lei personalmente, con quali idee e con quali speranze con quali propositi è entrata nelle file della magistratura?


Lei mi chiede con quali idee, con quali progetti la mia generazione affrontava e rinnovava la vita della magistratura. Quello che noi abbiamo fatto via via è stato quello di cambiare la materia di cui si occupavano le preture. Insomma allora le preture facevano soprattutto processi per assegni a vuoto, guida senza patente, ingiurie, reati di questo tipo; ma gli infortuni sul lavoro, per fare un esempio molto chiaro, non facevano parte delle attività processuali di quell'epoca, non parliamone poi delle malattie professionali e della difesa della salute dentro la fabbrica. Non era ancora la pretura dei grandi valori sociali: c'erano tutta una serie di leggi e norme che non venivano ancora prese in considerazione. La svolta, il battesimo, secondo me è stato il 1971 con il processo per le schedature FIAT: lì si  capì che cosa poteva fare una pretura, e si capì anche l'importanza delle leggi e norme in materia di sicurezza sul lavoro.


Prendiamo in considerazione una questione specifica: gli infortuni sul lavoro. Come si aprì questo orizzonte di attività giudiziaria, che fino ad allora era rimasto in cono d'ombra? Quali novità furono introdotte, dal punto di vista della valutazione dei reati e nel modo in cui si condussero le indagini?


Gli infortuni, quando abbiamo cominciato ad occuparcene, venivano considerati una fatalità. C'era un'ideologia della fatalità. L'abbiamo sempre combattuta. Quando si verificava un infortunio sul lavoro, la polizia giudiziaria inoltrava il suo rapporto con una frase che suonava ormai di rito: “Non si ravvisano responsabilità di terzi”. Allora abbiamo cambiato proprio il modo di procedere.

Tanto per cominciare, talvolta gli infortuni sul lavoro non venivano neppure comunicati: abbiamo dato ordine a tutte le strutture sanitarie che tutti gli infortuni dovevano essere oggetto di una specifica formale comunicazione. E abbiamo cominciato a far lavorare sugli infortuni la polizia giudiziaria, così come lavorava su qualunque caso criminoso.

Però, poi, scoprendo gli infortuni, abbiamo che c'erano delle norme per prevenirli e che non erano norme penalmente sanzionabili in caso di violazioni. Ma la prevenzione sui luoghi di lavoro non riguardava soltanto gli infortuni, bensì anche
le malattie professionali.


Quali difficoltà presentano le inchieste e i processi in materia di sicurezza sul lavoro e difesa della salute?


Fare un processo per un infortunio sul lavoro o per una malattia professionale è più difficile e complicato che fare un processo per un omicidio volontario; a parte che la materia è particolarmente complessa, richiede una preparazione e un'articolazione d'indagini che sono molto più ardue, però la difficoltà cui mi riferivo è soprattutto un'altra: nasce dal fatto che un conto è fare un processo a una persona che non ha un certo livello economico e politico, e un conto invece è farlo a un'azienda. Diventa importante affrontare l'indagine senza avere dietro sé un'aureola di personaggi.


Quando affronta reai che violano le norme penali sulla prevenzione degli infortuni, sulla tutela della salute, sulle malattie professionali, qual è la sua fondamentale preoccupazione?


Importante è nel nostro lavoro curare al massimo la forma perché quello che ho potuto constatare è che in più casi un magistrato viene criticato non tanto per questioni sostanziali quanto per errori di carattere formale, perché è più facile, al di là dei contenuti. Qualcuno obietterà: Eh, però la forma, insomma...No, nel nostro lavoro la forma è importante. Devi essere assolutamente inattaccabile, non come valore in sé, per te, per la tua immagine, bensì per l'inattaccabilità dei processi che promuovi.

Procuratore Guariniello, ripensando alla sua storia di magistrato, perché lei ha scelto questo campo d'indagini?


Vuole sapere quando ho deciso che questi processi erano la mia strada di magistrato? Certo all'inizio della mia carriera ci sono stati tutti i processi per reati tradizionali, con la custodia cautelare, ma io non amavo questo tipo di attività. Questa giustizia intendiamoci, è indispensabile ma non è quella che m'interessa, abbastanza resto ho capito che cosa volevo fare.

L'idea di mandare qualcuno in carcere, soprattutto nel corso della fase processuale, non mi è mai piaciuta. Dopo tre gradi di giudizio è già diverso. Prima invece faccio fatica: finché non si arriva alla sentenza definitiva può venire sempre fuori che l'accusa era sbagliata.

Un conto è se sbagli con una persona che non è dentro, ma con una persona che è stata in carcere è dura. No, io non ho usato mai il carcere come forma di ressione. L'idea del carcere non è nel mio orizzonte. E' anche per quello che mi è difficile fare reati che esigono la custodia cautelare. A parte questo, mi affascina lavorare su una nuova giurisprudenza. Tanto per fare un esempio, tutta la giurisprudenza italiana sui tumori professionali nasce dai nostri processi, dalla nostra esperienza. E' per quello che dico che non è solo la conclusione dei processi che ti dà la misura dell'importanza di quello che fai.

Queste cause danno esiti significativi al di là del verdetto. Il processo sul doping ha portato a varare la legge sul doping. Noi abbiamo cominciato nel '98 a fare le indagini sul doping, due anni dopo il parlamento ha votato la legge, cioè ci sono stati dei risultati concreti, evidenti, lo vedo continuamente.

A volte mi rimprovero per quanto sono frenetico, per quanto mi do da fare, con certe indagini. Ma il problema è che dove faccio delle indagini ci son dei risultati concreti. Al di là dell'esito finale del processo. Allora dico: Caspita! Vale comunque la pena.


Vale la pena al di là dell'esito immediato del processo? Nel caso di questo tipo di reati i processi hanno, per così dire, un maggior valore ed effetto sociali?


Io non faccio altro che ricevere tutto il giorno una quantità di spunti su casi da indagare, dalle segnalazioni che ci inviano, dagli episodi di cronaca, dagli esperti che mi scrivono, dalla consultazione scientifica e giurisprudenziale, però mi dico, anche per una maggiore serenità di lavoro: beh, questo per ora non lo faccio. Ma subito dopo ti viene lo scrupolo: E se invece lo faccio e ne esce qualcosa di positivo che migliora una certa attività produttiva o di servizio? A quel punto capisci che è giusto farlo, anche se può costare sacrifici, un continuo stare dentro le indagini. […] se decidi di fare una certa inchiesta in un certo settore, vedi che il settore reagisce subito, si dà delle regole e questo è straordinario.


Quanto conta il bisogno di giustizia che sale dalle vittime? Rileggendo suoi processi, e non solo i suoi, o anche solo seguendo le fasi dibattimentali dei due grandi processi che la vedono come pubblico ministero – quelli contro Thyssenkrupp e Eternit – l'impressione è di vedere le aule di giustizia affollate di un popolo che non aveva voce, non aveva identità...


Questa è una delle motivazioni fondamentali: proteggere i deboli. Questa è la mia utopia: aiutare i più deboli.

Che non è detto che siano i più poveri o i più emarginati, perchè i deboli appartengono trasversalmente a tutti gli strati sociali. Certo, chi è più povero è anche più debole per tante evidenti ragioni, ma ci sono soggetti che noi tuteliamo che non sono assolutamente poveri però subiscono umiliazioni: le subiscono nelle loro attività professionali o nella quotidianità della loro vita.

Quando ci ritroviamo in queste situazioni ci domandiamo: Beh, che cosa facciamo per questa gente? Io ricevo lettere che mi segnalano ingiustizie e allora mi domando che reato c'è. […]. non esito a strumentalizzare la mia funzione, il mio nome, il mio ruolo, per dargli una mano. Mi pare giusto farlo visto che posso.

Potremmo dire che la magistratura torinese con questi processi ha fatto scuola?


Si la nostra organizzazione e attività hanno fatto scuola, sono diventate un modello, che altrove si cerca di studiare e di imitare. Per esempio i magistrati di altre procure vengono a visitare l'Osservatorio dei tumori, che abbiamo realizzato con la Regione Piemonte. Dall'estero siamo studiati perché negli altri paesi non si utilizza la giustizia penale, per infortuni sul lavoro o malattie professionali. Nel caso dell'Eternit, l'unico paese dove si sta cercando di fare un processo penale è la Francia, che guarda a noi come esempio. A nostra volta, dalla Francia ci è venuta l'idea di una procura nazionale in materia.

Da noi sarebbe molto più efficace che da loro, che devono fare i conti con la dipendenza del pubblico ministero dal potere esecutivo, dal ministero della Giustizia, cosa che per ora da noi non c'è. Loro assumono dunque i casi di maggior rilievo sul piano nazionale, ma tutto dipende dal pubblico ministero, se porta o meno i casi in tribunale.

La mia ambizione è quella di avere una procura nazionale per infortuni sul lavoro e malattie professionali sul modello della procura nazionale antimafia. Ma temo ci siano molte difficoltà. L'idea è buona ma forse i tempi non sono ancora maturi, pesano non poco le difficoltà organizzative in cui operano gli uffici giudiziari. Senza mezzi, senza risorse.
D'altronde Torino è un caso a sé, nel resto d'Italia si è fatto poco, per quanto riguarda le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro.

Qui c'è stata forse la congiunzione di fattori personali con una città che è piena di fermenti e sviluppi, una città con uno storico passato sociale e sindacale. Nelle sue fabbriche si sono create le condizioni per cui è stato richiesto il nostro lavoro. È un laboratorio preziosissimo, con un retroterra che arriva da molto lontano.

Ci sono anche fattori personali, che però si sono sviluppati in coerenza con la natura della città. Il contesto lo ha consentito. Io, per dire, ero abituato a lavorare in solitudine; invece il gruppo che abbiamo formato, un gruppo specializzato, con i miei sostituti e una decina di collaboratori, mi ha fatto imparare il lavoro d'insieme. Questo gruppo sarà anche la base per il futuro e un modo per cercare i nostri eredi, perché bisognerebbe evitare che tutto fosse poi legato a una persona, anche se le persone, c'è poco da fare, concorrono a determinare organizzazione e risultati in maniera decisiva.

 

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