Mao e Xi Jinping

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Che la Cina stia attraversando un periodo economico difficile è ormai noto a tutti, anche se da noi la propaganda filo-cinese, molto attiva, si sforza di nasconderlo.

Meno noto è il fatto che Xi Jinping, leader ormai incontrastato dopo la sua terza rielezione come presidente della Repubblica Popolare e capo del Partito, stia cercando di affrontare la crisi proponendo un ritorno al passato, il che significa rispolverare le ricette politiche di Mao Zedong.

Dopo la fine della pandemia dovuta al Covid 19, la seconda potenza economica mondiale si trova ad affrontare una disoccupazione giovanile rampante, del tutto sconosciuta nel periodo della crescita, quando il Pil era in continua ascesa. Tanto da convincere molti analisti a formulare l’ottimistica previsione che Pechino avrebbe presto superato Washington diventando, per l’appunto, la potenza economica e commerciale dominante del nostro secolo.

Il campanello d’allarme è scattato quando Partito e governo si sono accorti, a pandemia conclusa, che nel Paese vi sono circa 12 milioni di giovani laureati alla ricerca di un posto di lavoro che, in questo periodo, è pressoché impossibile trovare.

D’altro canto, come accade dovunque nel mondo, i laureati non vogliono un posto di lavoro qualsiasi. Pretendono, invece, un impiego adatto alla loro qualifica, e almeno pari alle aspettative che nutrivano quando hanno intrapreso i loro studi universitari.

La ricetta che Xi propone è del tutto simile a quella adottata dal “Grande Timoniere” Mao. I giovani laureati, secondo Xi Jinping, devono “nutrirsi di amarezza”, inghiottire bocconi che paiono indigeribili e praticare la resilienza, accettando lavori manuali anche se non soddisfano le loro ambizioni. Altrimenti, ha aggiunto Xi, esiste il rischio concreto che il Paese manchi anche l’obiettivo minimo di una crescita del 5% del Pil, fissato dall’ultimo congresso del Partito comunista.

Accade, infatti, che gli atenei cinesi continuino a sfornare a ritmo continuo laureati che il mercato del lavoro non riesce ad assorbire. Mancano invece figure professionali più umili, ma indispensabili per la crescita del Paese. Parliamo di idraulici, falegnami, operai qualificati ed elettricisti (per menzionarne solo alcune).

 

Di qui l’invito rivolto ai giovani a “volare più basso”, scegliendo corsi di studio professionalizzanti. Certamente meno prestigiosi dal punto di vista sociale, ma più utili alla crescita economica nazionale.

Questo fatto non dovrebbe sorprendere più di tanto gli italiani (e gli europei in genere), che si trovano in una situazione assai simile. L’approccio cinese, però, è diverso. A Pechino si pensa che il Partito abbia la forza di imporre ai giovani la scelta del percorso di studi, anche se sgradito.

Non a caso il “Quotidiano del Popolo” pubblica giornalmente storie di giovani che sono felici di guadagnarsi il pane riciclando i rifiuti, consegnando pasti a domicilio o coltivando i campi.

Del resto lo stesso Xi ha una certa esperienza in materia. Quando il padre, dirigente del Partito, fu messo al bando durante la Rivoluzione Culturale, lui stesso fu spedito nelle campagne a svolgere lavori di tipo manuale. Esperienza che, come ha spesso ribadito, gli è stata molto utile nel prosieguo della vita.

Qual è, tuttavia, il vero problema? Quella di Mao era una Cina ancora rurale (per quanto già potenza atomica). Sulle sue strade circolavano milioni di biciclette e pochissime automobili, mentre i più comuni elettrodomestici erano un sogno proibito. E i giovani, allora, erano più inclini a seguire senza discutere le direttive del Partito comunista.

Molto diversi i giovani cinesi di oggi, soprattutto nelle grandi metropoli. Sono piuttosto simili ai coetanei occidentali. Sempre attaccati allo smartphone, frequentano assiduamente i social network (quelli autorizzati dal regime), ed essendo per lo più figli unici grazie alla politica demografica imposta da governo, risultano piuttosto viziati e “vivono nella bambagia”, come lo stesso “Quotidiano del Popolo” ha spesso fatto notare.

Ciò significa che il Partito, per realizzare l’obiettivo di cambiare i percorsi di studio, dovrà ricorrere alla coercizione, e non è affatto detto che la reazione delle nuove generazioni si riveli così arrendevole. Xi Jinping e il suo gruppo dirigente, insomma, paiono guardare più al passato che al futuro.

Avendo pure proposto il ritorno al marxismo-leninismo come filosofia di Stato. Si riaffaccia così lo spettro delle tensioni sociali, che la crescita economica promossa da Deng Xiaoping sembrava aver esorcizzato in modo definitivo.

 

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